Ve lo ricordate vero Andrea “Crazy Vigno” Vignone? Quel ragazzo ligure simpaticissimo (e velocissimo) che voleva partecipare all’Africa Eco Race da privato nella categoria Malle Moto… Ecco, con un po’ di sana follia, una forza mentale non comune, l’aiuto dell’amico e compagno d’avventura Stefano Dogliotti di Motosystem e il sostegno di Sponsorizza Passioni, il progetto di Escort Advisor che supporta le passioni degli italiani, è riuscito a coronare quel sogno.
Vi abbiamo raccontato di lui e di come è maturata questa folle idea (QUI). Lo abbiamo seguito in diretta tappa dopo tappa, con le prime giornate in Marocco tra nevicate nel deserto, cadute e mille difficoltà (potete leggere tutto QUI), fino al glorioso epilogo sul Lago Rosa a Dakar, passando dalle micidiali dune della Mauritania e dagli incredibili paesaggi del Senegal (se volete saperne di più, trovate tutto il report QUI). E ora che l’esperienza si è conclusa, non vediamo l’ora di ascoltare i suoi commenti a caldo.

LO SPIRITO DEI PIONIERI
Andrea ci risponde dal divano di casa (immagino quanto deve averlo sognato quel divano mentre era in Africa…) e la cosa che mi colpisce di più è lo sguardo. Dietro alla felicità e all’entusiasmo che trapelano dalle sue parole, gli occhi trasmettono quasi incredulità quando ci racconta la sua incredibile avventura.
Incredulità quando ci dipinge un quadro completamente diverso rispetto a quello che noi, e forse anche lui, ci aspettavamo. “Tutti mi avevano parlato di una gara lunga e faticosa, ma in realtà per me il tempo è volato. Adesso che sono a casa mi sembra impossibile essere stato via 15 giorni. È come se in Africa fossi entrato in un’altra dimensione, un tempo sospeso, dove l’obiettivo finale, condiviso anche con gli altri piloti, ti rapisce completamente. E in un attimo ti ritrovi alla fine”.
Dal cibo alle notti in tenda, fino alle condizioni meteo proibitive, Andrea si era preparato al peggio. Invece, forte anche di uno spirito di adattamento non comune e di una meticolosa preparazione pre-partenza, non ha avuto nessun problema logistico e, a suo dire, “un bella fetta dell’esperienza, almeno un 30%, è stato proprio dormire in tenda, mangiare al bivacco e stare insieme agli altri”.
All’Africa Eco Race non ci sono tavoli dedicati, ti può capitare di fare colazione con Kevin Gallas (il vincitore – ndr) o con il Bottu Nazionale. Tutti insieme appassionatamente, chiacchierando di come è andata la giornata e scambiandosi opinioni ed esperienze. Insomma, come i pionieri della vecchia Parigi Dakar, che passavano le serate sotto un tendone davanti al fuoco in attesa della tappa successiva. Questo clima tra i piloti ha fatto sì che l’esperienza Africa Eco Race fosse ancora più immersiva e totalizzante, rendendo il tutto veramente indimenticabile.
Il cameratismo tra piloti è venuto in aiuto ad Andrea in particolare dopo la sua brutta caduta alla seconda tappa e dopo la settima, quando dopo essersi perso è arrivato con il buio al bivacco. Ebbene ha trovato tutti ad aspettarlo, pronti ad aiutarlo. A causa del trauma alla spalla poi, per tutta la durata della gara, ha dovuto chiedere aiuto di volta in volta per farsi aiutare a mettere l’airbag piuttosto che la giacca o per caricare e scaricare la famigerata e pesantissima cassa della Malle Moto dai camion dell’organizzazione.
LA TESTA
Ma se Andrea è riuscito in quest’impresa lo deve soprattutto alla sua testa. Gli ha permesso di mantenere la concentrazione durante speciali da oltre 400 chilometri e trasferimenti da 800. In quelle condizioni, rimanere lucidi e concentrati è vitale. “Certo ogni tanto, soprattutto durante i trasferimenti, era impossibile non rallentare e rilassarsi un po’ godendosi quei paesaggi magnifici, ma appena iniziava la speciale entravo in modalità killer e pensavo solo a portare a casa la tappa!”.
Andrea, lo abbiamo detto, ha la testa dura e una volontà di ferro. Caratteristiche molto funzionali in una gara del genere, soprattutto dopo una caduta come quella al km 150 della seconda tappa, che gli ha provocato una frattura alla scapola (scoperta solo dopo l’arrivo – ndr). Ha resistito al dolore che lo trafiggeva mentre cercava di tirare fuori la sua Gas Gas dalle sabbie delle dune in Mauritania. Ha superato la fatica e la paura quando si è perso ed è arrivato a fine speciale con il buio, dopo 9 interminabili ore in sella. Ha pianto in quei momenti Crazy Vigno. Perché è pilota, ma anche un uomo che ha messo tutto sé stesso in questa avventura.

“La testa in questi casi fa un buon 60% del lavoro”, ci dice quando gli chiediamo se ha mai pensato di mollare. “È la testa che ti fa andare avanti quando vorresti mollare tutto, quando non hai più forze e ti sembra di non farcela. In quei momenti ripensavo a tutti i sacrifici fatti, a tutte le persone che mi hanno aiutato e hanno creduto in me, agli amici che mi seguivano e tifavano per me. E sono andato avanti. Poi, dopo quella tappa maledetta (la Chami-Aidzidine che ha mietuto parecchie altre vittime illustri tra i piloti –ndr), è stato un po’ tutto in discesa. Dura sì, ma mi sono anche divertito un mondo!”.
IL MEZZO
Se il 60% lo fa la testa, il resto lo fanno il mezzo e il fisico. Il mezzo in questione è Ramona, la sua fidata Gas Gas 700 preparata ad hoc per i Rally. “Tu puoi avere tutta la forza e la motivazione che vuoi, ma se corri con il pensiero di rimanere a piedi o di perdere pezzi della tua moto, non hai la testa sgombra. E questo è un problema quando devi navigare, seguire il roadbook, guardare dove mettere le ruote ed essere pure veloce, tutto insieme”.
Una moto che ha problemi significa più tempo per sistemarla e meno tempo per riposare, il che si traduce in maggior stanchezza accumulata e quindi maggior probabilità di cadute, e ancora problemi alla moto e così via, in un loop senza fine.
“Ecco, sono molto felice del lavoro fatto sulla Gas Gas prima di partire: a livello di meccanica e ciclistica nulla è stato lasciato al caso. Ramona si è sempre comportata benissimo, mai un tentennamento. Andava pure più forte delle specialistiche 450 da Rally e delle grosse bicilindriche 700!”. Delle dual si dice che non eccellono né sul tecnico, né sul veloce, che siano un po’ no meat no fish. Invece, Ramona era più agile e leggera delle Yamaha 700 e molto più veloce e potente delle 450!

Il nostro Vigno ha corso con la moto da deserto perfetta. E, a pensarci bene, anche in questo ci ricorda i pionieri delle prime Dakar, che sfidavano il deserto proprio a cavallo di dual come le Yamaha XT o le Honda XL. “Vorrei ringraziare RebelX, che mi ha fornito una torretta eccezionale. Anche dopo vari capottoni, non si è mai mossa di un millimetro: nessuna crepa, non ha mai perso nemmeno una vite”. E abbiamo visto concorrenti arrivare a fine speciale con le torrette penzolanti o perse a furia di cadute.
Andrea si illumina quando ci racconta della sua Gas Gas. “La sera mentre facevo manutenzione le parlavo, la coccolavo. Ci sono stati momenti, soprattutto verso la fine di alcune speciali quando ero sfinito e pensavo di non farcela, che è come se fosse stata lei a riportarmi al bivacco”. Una simbiosi totale.

IL FISICO E LA PREPARAZIONE
Tolti testa e mezzo, resta il fisico. E allora abbiamo chiesto ad Andrea come ci si prepara ad una gara di questo tipo e se, secondo lui, può essere affrontata anche da un comune mortale, un non pilota. “Ho sempre fatto motocross ed enduro, quindi a livello tecnico ero preparato (ricordiamo che ha partecipato, con successo, pure alla Six Days di Bergamo e anche all’Erzberg Rodeo). Per migliorare la resistenza, mi sono allenato sulla pista da motocross con sessioni di 2 ore e mezza senza pause, quasi 90 giri di pista no stop, massacranti sia fisicamente che mentalmente. E poi ho cercato di trascorrere in moto più tempo possibile, sfruttando tutti i momenti utili, compresi gli spostamenti per lavoro: sono andato dappertutto su due ruote, facendo tirate anche da 700 km. Il mitico Gio Sala mi raccontava che quando non potevano andare nel deserto ad allenarsi, si mettevano in autostrada con le Kappone e giravano anche per 8 o 10 ore. Ecco, io ho pensato di fare un po’ la stessa cosa”.
Nonostante la durezza della gara, quindi, Andrea ritiene che possa essere affrontata anche da noi comuni mortali. “Certo, bisogna avere buone capacità di guida ed essere fisicamente e mentalmente preparati. Si sta in sella davvero a lungo, si passa dalla sabbia alle pietraie, dalle dune agli wadi. E se non sei pronto, rischi di cadere e farti male. Un consiglio che posso dare è investire in un corso, come il Bottu Training, ad esempio. E poi chiedere di tutto e di più a chi ha già partecipato. Consigli e curiosità sono oro. Banalmente, avere un’idea del tipo di gomma o mousse da usare o qualche trucco su come affrontare questa o quella duna… è un bagaglio che serve per arrivare in fondo”.

LE EMOZIONI
Un’esperienza come questa segna nel profondo. Lascia emozioni che, per noi che vediamo da fuori, possono essere difficili da comprendere. Non è solo gareggiare contro altri piloti o contro un cronometro. È arrivare alla fine. E per arrivare alla fine, quel viaggio devi viverlo. Chiediamo a Crazy Vigno quale dei tre paesi che ha attraversato l’abbia emozionato di più. E qui, il pilota lascia il posto all’uomo sensibile, con lo sguardo ben oltre il roadbook.
La Mauritania è un contrasto di emozioni: piste veloci, velocissime, in cui conta quasi solo il gas. Dune impestate, dove la moto affonda e per tirarla fuori bisogna penare… Forse i percorsi più “tecnici” erano proprio qui. Poi il Marocco… “È quello che mi appartiene di più: per la varietà dei paesaggi, ma soprattutto per la conformazione del terreno tipicamente rocciosa”.
E poi il Senegal. Emozione pura nonostante una sola tappa “vera”. Una speciale tecnica, guidatissima, navigata come piace ai veri dakariani. Il mitico Lago Rosa, quel traguardo tanto sognato e agognato, la medaglia di Finisher (e un bel 3° posto di categoria, aggiungiamo noi).

Ma soprattutto, l’emozione di arrivare in un paese dove i bambini festanti che rincorrevano le moto raccontavano come, per essere felici, a volte basti veramente poco. Ecco, questo è rimasto a Vigno alla fine di questa epica esperienza. “Forse il più grande insegnamento che mi ha lasciato l’AER ha poco a che fare con le gare, le moto e le classifiche. Ho imparato ancora di più ad apprezzare quello che ho. Non ha senso dire “non ho mangiato bene” quando hai la fortuna di aver mangiato: qui c’è chi non ha niente. Qui le persone dormono in capanne di bastoni di legno, per bere devono fare chilometri con una tanica d’acqua sulla schiena. Eppure, li vedi contenti. La loro gioia di vivere è contagiosa. Noi stiamo bene, siamo in forma, abbiamo cibo e un tetto sulla testa. Veniamo in questi luoghi tanto belli quanto difficili per puro piacere, su una moto, facendo quello che ci piace di più. Pensare a questo, mette qualunque altra cosa in una prospettiva diversa. Sembrerà banale, ma ho imparato a dare ancora più valore a tutto quello che abbiamo”.
Andrea ha maturato questo pensiero mentre completava una delle gare più massacranti al mondo, per di più con una scapola rotta. Non so a voi, ma a me ricordano tanto le parole di un grandissimo pilota toscano di rally, che con le sue opere, oltre alle vittorie, da queste parti è diventato leggenda… A proposito, gli abbiamo fatto un’ultima, scontatissima domanda: “Andre lo rifaresti?”.
“Madonna, se lo rifarei…”.
I ringraziamenti di Andrea: “Ringrazio la mia compagna Sofia, la mia famiglia, gli amici e tutti coloro che mi hanno supportato con il crowdfounding, Sponsorizza Passioni by Escort Advisor, main sponsor di questo progetto, il mio motoclub, che ha un nome adatto al mio spirito: “Motoclub Bello Carico” e, ovviamente, GASGAS ITALIA. Un grazie speciale va poi a: Motosystem Cairo Montenotte, Alpinestars, RebelX, Dunlop, Mr. Wolf, Motorex Italia, Innteck, Rigo Racing, Newfren, Sixs Sport, Chiaravalli Motorcycle, Rk Chain, Excel Takasago, Camoletto Racing, Cecchi Graphics Design, Marchald Filters, Axp Racing, Racecap Factory, Abc Tools, MC Donald’s Vignola, Hp Corse, Evomech, Dirt Wheels, Pasta & Co., Cbd Cream, l.f. fabbro, Alma Asd, Mosko Moto, Crealab, Max Case e alcuni amici speciali: Luca e Andrea”.




















