Il tema è tanto vasto quanto affascinante e corre lungo quasi 60 anni d’asfalto e couture, tenuti insieme dal filo rosso dello stile. Sarà perché il sogno per nulla proibito della moda è sempre stato uscire dagli atelier per conquistare la strada. O forse perché le auto hanno sempre ambito all’eleganza delle passerelle. Fatto sta che dalla collab tra le case automobilistiche e il genio dei couturier, nell’ultimo mezzo secolo sono nate alcune delle creazioni su quattro ruote esteticamente e concettualmente più appaganti. Le chiamano limited edition, in alcuni casi sono one-off, esemplari unici e, proprio per questo, ancora più ambite. Ma, al di là delle definizioni, quel che è certo è che tutte, ancora oggi, sanno raccontare lo spaccato di un’epoca a colpi di dettagli e desiderabilità.
Marketing di lusso, direte voi. Da un certo punto di vista la risposta è “assolutamente si”. Dall’altro, però, non si parla solo di vetture d’alta gamma. L’unione tra moda e motori sposta dichiaratamente il mirino dal “consumatore” all’”estimatore”. E ha rappresentato spesso il punto più alto di una ricerca volta all’eccellenza, alla massima espressione stilistica e al dialogo estetico tra mondi solo apparentemente lontani anche (e forse, soprattutto) quando si parla di auto pop.
A questo punto voglio raccontarvi otto storie, tutte molto Wheelz. Non sono le uniche, forse nemmeno le più prestigiose. Con le auto si sono cimentati stilisti e brand giganti come Giorgio Armani (nel 2003 con la CLK 500 Cabriolet), Versace che nel 2006 diede vita a 20 esemplari di Lamborghini Murciélago LP640 customizzati. Ancora Ermenegildo Zegna con la sua Maserati Quattroporte del 2014 o le Porsche 911 Carrera 4 GTS e Taycan 4S realizzate da Ferragamo lo scorso anno. C’è persino una Fiat Panda Trussardi targata 2019.
Quelle che seguono, però, di certo sono le otto storie più edge&fashion che leggerete oggi.
SE C’È UN PIONIERE, QUELLO È PIERRE CARDIN
È il 1969. Dopo il 20 luglio, tutti guardano la Luna con occhi diversi. Sognare lo spazio è diventato possibile e Pierre Cardin, nel pieno della sua attività creativa, sa come portare quel sogno sulle passerelle. Il suo stile è futuristico, spaziale, appunto. A tratti quasi alieno. Esattamente come la sua attitudine all’innovazione: solo una manciata d’anni prima, infatti, la Camera della Moda lo espulse per aver creato una collezione dedicata ai grandi magazzini. Un affronto, dissero all’epoca. L’inizio del prêt-à-porter, diciamo oggi. Fatto sta che non esisteva all’epoca una figura più adatta di lui per trasferire l’estetica della space-age su un’auto.
Ed è esattamente ciò che succede con la Simca 1100 Cardin: gomma nera al posto del paraurti in acciaio, nero opaco anche per il frontale, poliestere e fibra di vetro per il portellone e interni rivoluzionati a colpi di colori e geometrie. Non ebbe successo, apparve e scomparve con la stessa velocità di un trend su TikTok, ma fu la prima. E tanto basta.
All’esperimento seguirono la AMC Javelin Pierre Cardin targata 1971 e la Stash Cardin nel 1976, fino a che nel 1980 nacque la Pierre Cardin Automotive, che muore in poco tempo, nel 1983, ma fece in tempo a concepire la Evolution 1, una Cadillac Eldorado concepita come un abito di haute-couture: dettagli in oro, inserti in mogano, tappetini in fibre pregiate, 20 strati di vernice applicata a mano e tutti i comfort disponibili all’epoca, tra cui un videoregistratore e un set di bicchieri in cristallo.

PERCHÉ ACCONTENTARSI DI UN SOLO CERVELLO?
È ciò che devono aver pensato in Ford nel 1976 quando parlando di Lincoln, il loro brand di lusso, erano a caccia di idee per il rilancio della Continental Marc IV, sul mercato dal ‘72. È così che il 3 ottobre dello stesso anno vede la luce il progetto Lincoln Continental Designer Series, che vede il tocco inconfondibile di quattro stilisti applicato alla Marc IV (l’idea fu applicata anche alla Marc V, prodotta nei tre anni successivi dal ’77 al ’79).
Bill Blass personalizzerà l’auto con gli stessi contrasti che caratterizzano le sue creazioni, oscillanti tra lo stile sobrio dei country club e il glamour di Hollywood: blu scuro per la carrozzeria, tetto in vinile chiaro e rifiniture color crema, con interni in palette realizzati in pelle o velluto. Hubert de Givenchy punterà su blu acqua e vinile bianco, proprio come un abito da passerella. Emilio Pucci alternerà rosso scuro e vinile argento, giocando con le stesse cromie delle sue celebri fantasie. Mentre la Maison Cartier sceglierà l’argento pastello allover. Una targa in oro 22 carati su cui il proprietario poteva incidere il proprio nome caratterizzava ogni Designer Series. Per non sbagliare…
E POI ARRIVA GUCCI…
Nella seconda metà degli Anni 70 il nastro verde-rosso e il monogram di Gucci hanno già conquistato l’Europa e sono a un passo dal diventare simboli iconici a livello globale: la maison fiorentina ha appena lanciato il suo primo profumo maschile, Gucci pour Homme, creato dal naso Guy Robert e per la prima volta ha sfilato al St. Regis Hotel di New York con una collezione ready to wear per l’autunno-inverno.
Ma all’allora presidente Aldo Gucci piacciono le auto. Tanto. E nello stesso periodo si mette a caccia di una collab prestigiosa, capace di rafforzare il legame tra l’azienda e il mercato americano. La Cadillac Seville by Gucci vede così la luce nel 1978 e la collaborazione tra i brand andrà avanti fino al 1985. La Seville by Gucci fu presentata ufficialmente al pubblico al Fontainebleau Resort di Miami Beach: era bianca, nera o marrone, con il tettuccio posteriore in vinile beige stampato a tela monogram, interni il pelle e tessuto monogram per poggiatesta e braccioli. La doppia G su cofano e cerchi e il nastro rosso e verde ad abbracciare il portellone del baule la rendevano inconfondibile. Dovremo aspettare il 2011 per vedere un’altra quattro ruote con un tocco Gucci. Sarà una Fiat 500, questa volta firmata dalla creative director di quel periodo, Frida Giannini.
LO STILE ETERNO DI VALENTINO
C’è stato un tempo in cui ogni signora avrebbe venduto il marito per un’abito di Valentino Garavani. Nello stesso periodo, ogni marito avrebbe venduto la propria signora per un’Alfa Romeo. A mettere tutti d’accordo nel 1980 fu l’Alfasud by Valentino, una delle pochissime limited edition che la Casa del Biscione concesse al suo pubblico dell’epoca.
Nei suoi 14 mesi di vita, uscirà infatti dal listino già nel febbraio 1982, ne furono prodotte 3989. Segni particolari? Livrea caramel metallizzato con tetto nero, doppia fascia oro-nero con la V e la firma dello stilista sulle fiancate, cerchi oro, interni sartoriali in velluto nero-rosso, volante in legno biondo, oltre a portachiavi e portadocumenti firmati, ovviamente, Valentino. La curiosità? In occasione del lancio dell’Alfasud by Valentino durante una prestigiosa serata romana, lo stilista indossò le stesse tonalità che contraddistinguevano la sua limited edition. Lo stile non muore mai.
IL COCCODRILLO E IL LEONE
Se avete sempre alzato il colletto delle vostre polo Lacoste in petit piqué senza preoccuparvi troppo della loro storia, lasciate che vi parli un secondo di monsieur René Lacoste. Fu un autentico prodigio del tennis. Si dice che durante un match di Coppa Davis a Boston, era il 1923, si innamorò di una valigia di coccodrillo vista in una vetrina. Il capitano della squadra promise di regalargliela, se avesse vinto. Ebbene, René non vinse, ma la sua determinazione e la sua grinta furono tali che i giornalisti americani lo soprannominarono proprio “coccodrillo”. Ed ecco perché, quando fondò l’azienda, il coccodrillo ne divenne il marchio ufficiale.
Ma veniamo al dunque. Nel 1984 per la prima volta Peugeot sponsorizza il Roland Garros ed è così che il leone simbolo della casa francese incontra il coccodrillo. Dalla loro unione nasce la Peugeot 205 by Lacoste, tennisticamente bianca (il colore esatto si chiama Meije White), con strisce decorative rosse e verdi lungo le modanature laterali, i paraurti e gli specchietti e il logo del coccodrillo Lacoste sui parafanghi anteriori e sul portellone posteriore, sedili realizzati in un tessuto che ricorda la rete da tennis, moquette verde erba per gli interni e volante a due razze (derivato dalla 205 GTi) con il logo Lacoste. Dopo la prima edizione celebrativa, il modello fu riproposto anche nei due anni successivi.

L’ANNO DELLE “PICCOLE”
E poi un giorno Hermés si dedicò alle piccole (e non parliamo di borse). Il brand, nato a Parigi nel 1837 dalla bottega di un mastro sellaio, artista nella produzione di bardature e finimenti da cavallo, nel 2008 sfila nelle settimane del prêt-à-porter e dell’haute couture, produce accessori in pelle, borse desideratissime, valigie di lusso, gioielli, profumi e perfino arredamento e accessori per la casa. Cosa manca? Un’auto, naturalmente. E allora eccola la Smart ForTwo di Hermés, concepita per il mercato americano con interni completamente ridisegnati e realizzati in pellami pregiati in ben nove nuance, tra cui arancio, gold, lime e rosa.
E non finisce qui. Perché nello stesso anno un’altra icona francese soffia su 60 candeline, la Citroën 2CV. Per celebrare l’evento, Hermés crea una one-off sulla base di una 2CV 6 Spécial del 1989: il gold naturel, colore heritage della maison per eccellenza, viene scelto per la verniciatura esterna. Cofano e parte posteriore sono ricoperti con la caratteristica tela di cotone beige. I rivestimenti delle portiere, lo specchietto retrovisore interno, il pomello del cambio, il volante e l’aletta parasole sono rifiniti in pelle naturale, mentre i sedili si vestono di tela cotone grigio-beige e pelle. Il risultato? Immediatamente riconoscibile. E desiderabile. Nel 2019 arriverà anche una Bugatti Chiron Hermès Edition. Ma questa è un’altra storia…
LA GERMANIA E L’ATHLEISURE
A un certo punto, due dei più importanti e iconici marchi tedeschi decidono di unire forze e creatività. Il primo è stato, è e sarà negli anni a venire un faro luminoso nel buio dello streetwear. Parliamo di Adidas, che dopo aver conquistato un posto d’onore su ogni sorta di campo sportivo, è stato anche uno dei primi brand ad evolvere e reinventarsi, fino a far breccia nei cuori degli artisti (Freddy Mercury, i Blur, gli Oasis…), dei rapper (i Run D.M.C. hanno reso le Adidas Superstar un’icona hip hop negli Anni 80 e successivamente Kanye West ha addirittura creato la linea Yeezy insieme ad Adidas) e delle celeb di ogni sorta e provenienza. E il secondo? Bè, è l’emblema del pragmatismo e dell’efficienza teutonica: Volkswagen.
E sapete cosa ne è venuto fuori? La Volkswagen Golf GTI by Adidas, limited edition in 4.410 esemplari della sesta generazione della Golf GTI, presentata ufficialmente al raduno di Wörthersee nel maggio 2010 e lanciata sul mercato poco dopo. Una versione che unisce le prestazioni “sporty” della GTI con un design in pieno stile Adidas. Quattro colori – Candy White e Oryx White metallizzato, Black Uni e Tornado Red, sedili ovviamente sportivi neri e rossi con logo Adidas, battitacco personalizzati e, nella versionie DSG, pomello del cambio a forma di pallina da golf. E se non è un oggetto del desiderio questo…
IL COLORE, PRIMA DI TUTTO
E chiudiamo in bellezza, quella vera. Se c’è uno stilista che ha fatto dell’uso dei colori un marchio di fabbrica, quello è Sir Paul Smith. Nella sua brillantissima e very brit carriera ha vestito membri dell’establishment come Tony Blair, ma anche rockstar, attori, uomini d’affari e studenti di tutte le età. Il suo stile è trasversale, in bilico tra sartoria classica e humour, austerità e cromie, temi scozzesi e note rock. Lui lo autodefinisce “classic with a twist“. Che è probabilmente una delle definizioni che meglio descrivono anche un’altra icona british: Land Rover Defender.
Nel 2015 il costruttore inglese e lo stilista creano insieme una one-off pazzesca, stilosissima, in grado di unire classico e hype grazie all’accostamento sapiente di ben 27 cromatismi solo per carrozzeria e dettagli, come le cover dei retrovisori e le maniglie. Per sottolineare l’attitudine alla wild life del mezzo, sul tetto c’è un’ape dipinta a mano e i rivestimenti interni sono realizzati in tessuto e pelle con impunture a vista blu. Difficile trovare un altro esempio altrettanto alto di essenzialità che diventa stile.


































