Horacio Pagani è l’uomo che, come pochi altri nella Motor Valley, ha contribuito alla definizione della hypercar. E lo ha fatto da solo, in quarant’anni di scalata al sogno che aveva nel 1982 quando, a 27 anni, lasciò Casilda, un paesino nella Pampa a 340 chilometri da Buenos Aires. La sua ambizione si è realizzata nella Pagani Automobili, che dall’anno scorso sta espandendo il proprio quartier generale di San Cesario sul Panaro, tra Bologna e Modena.

Quella di Horacio Pagani è stata una costante ricerca per toccare e oltrepassare il cielo dei limiti. Quando parla di “edges”, non sta semplicemente descrivendo il profilo di una carrozzeria che fende l’aria. Per l’uomo che trasforma le strutture di fibra composita in drappeggi di seta, si tratta di una decisione ispirata e tenace.

In questa intervista esclusiva per Wheelz, Pagani ci guida, con le sue parole, nel pensiero razionale che ha dato forma ai suoi sogni attraverso la ricerca della perfezione, nella quale la bellezza sublima la logica manifatturiera.

Nel design automobilistico lo spigolo è più una scelta estetica o un atto di coraggio? Che ruolo hanno gli “edges” – formali e concettuali – nel linguaggio stilistico Pagani?

“Non è né una cosa, né l’altra. Lo spigolo va a definire, diciamo, molto bene una forma, oppure un dettaglio. Spesso le macchine sono fatte da spigoli o da linee che girano in maniera molto definita dall’inizio alla fine. Altre volte, invece, gli spigoli occupano solo e soltanto una parte. Quindi non è anticoncorrenziale. Poi, nella misura in cui gli studi aerodinamici sono andati avanti e la conoscenza è aumentata, si è visto che anche quando c’è uno spigolo non ci sono problemi dal punto di vista aerodinamico”.

Lei ha spesso detto che la perfezione nasce dalla tensione tra arte e ingegneria. È lungo quello spigolo che vivono le sue creazioni?

“Diciamo che questo concetto di arte e ingegneria non è nostro, è l’idea che già promuoveva Leonardo da Vinci più di cinquecento anni fa. Quindi, il fatto di poter coniugare entrambe le cose ovviamente crea un pezzo unico. In questo caso i designer, gli artisti, gli ingegneri utilizzano un unico linguaggio formale, un’unica idea che è quella appunto di cercare di fare in modo che nella macchina, o nell’oggetto che uno crea, ci sia la ricerca della bellezza senza andare a sacrificare la parte tecnica. Pensiamo che questo insieme delle cose vada a soddisfare di più il cliente in generale”.

Qual è stato lo spigolo e insieme il limite più difficile da superare nella sua vita?

“Diciamo che i problemi più complessi che si devono affrontare nella vita sono uguali un po’ per tutti: il cercare di portare avanti quelli che sono i nostri sogni, i nostri ideali, quello che ci chiede la nostra natura, anche la nostra intuizione. Quindi c’è da lottare, c’è da lavorare con disciplina, con rigore, con passione per poter superare questi ostacoli, diciamo così. I limiti economici ovviamente dipendono dalle ambizioni che uno ha. Nel caso nostro, cercare di costruire una macchina e una fabbrica di automobili. Insomma, creare un qualcosa di nuovo ovviamente non è stato facile, ma pensiamo che sia assolutamente parte del percorso”.

Viviamo in un mondo che tende a semplificare e banalizzare tutto: forme, idee, caratteri. Pagani Automobili si distingue per un’estetica non particolarmente angolosa, ma che non smussa mai l’identità. Quanto è importante restare “spigolosi”?

“Io credo che i prodotti devono avere una loro identità. Tutte le macchine che facciamo nella zona della Motor Valley – Ferrari, Lamborghini, Maserati – ognuna ha una sua identità ben precisa, un suo carattere ben preciso. Quindi i creatori di questi brand hanno dato delle linee guida molto ben definite che poi sono state seguite per decenni e decenni. Credo che sia la forza di ogni costruttore. Credo anche che le nostre macchine abbiano una loro identità, che non significa che siano più belle o più brutte delle altre, ma che siano dei prodotti che quando tu li vedi, capisci che marchio hanno”.

L’elettrificazione rappresenta un limite all’identità Pagani o una nuova superficie da scolpire?

“No, non penso che l’elettrificazione sia un limite per niente. L’elettrificazione è semplicemente un’opportunità ed è un’attività su cui noi abbiamo iniziato a lavorare già nel 2017. Abbiamo un team che lavora su questi prodotti elettrici. Quindi non la vedo come un problema di identità, la vedo semplicemente come un’opportunità, per la quale probabilmente il cliente delle hypercar non è pronto. Questo si è visto anche con altri esempi di vetture elettriche straordinarie che sono state fatte negli ultimi anni, che non hanno avuto probabilmente il successo che meritavano”.

Le sue auto sono celebri per l’ossessione verso i dettagli. Esiste un punto oltre il quale la ricerca del dettaglio diventa un limite, anziché un valore?

“Lavoriamo tantissimo sui dettagli. In un progetto che riguarda una vettura nuova, della durata media di sei-otto anni, metà del tempo viene dedicata alla ricerca dei dettagli. Questo è quello che si aspetta il cliente, questo è parte della nostra mentalità, quindi c’è un grande impegno da parte del nostro team per cercare di ottenere questo risultato. Non c’è un limite, né un limite di budget quando cerchiamo di realizzare queste cose. Quello che viene fuori è quello che proponiamo al cliente. Il prezzo deriva dal calcolo di tutto questo, ma non limitiamo la nostra creatività, così come non limitiamo la scelta dei materiali. Alcune vetture sono più costose, altre meno, ma ciò è frutto di una ricerca maniacale della perfezione”.

I sogni sono costruiti con i sacrifici. Quanto sente di essersi spinto oltre i suoi confini, per apporre il suo nome su vetture uniche al mondo?

“Quando ho pensato di realizzare la mia macchina, non mi interessava il protagonismo, che si chiamasse o meno Pagani, ma creare, fare: proprio il fare. Quindi poi la macchina l’abbiamo chiamata Pagani, ma perché è una grande responsabilità e io ci metto la faccia. Era il cognome del mio bisnonno che è partito dall’Italia (Appiano Gentile, provincia di Como, NdR) senza niente, del mio nonno e del mio papà che facevano i fornai e dei miei figli, quindi il fatto che la mac china abbia il nostro cognome, il nostro nome, vuol dire soprattutto responsabilità”.

Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani designer e ingegneri di oggi: quali limiti dovrebbero rispettare e quali, invece, non aver paura di oltrepassare?

“Io credo che un giovane designer debba trovare continuamente questo equilibrio fra volare e camminare con i piedi appoggiati per terra. Volare, perché ci permette di vedere le cose da angoli diversi, quindi di esprimere idee e far volare la nostra, diciamo, fantasia. E appoggiare i piedi bene per terra nel momento in cui si devono prendere delle decisioni. Quindi non bisogna mai aver paura. Ovviamente bisogna sempre rispettare quelli che sono, nel momento in cui si progetta qualcosa, le normative di omologazione e i limiti tecnici o produttivi”.

Signor Horacio, quando riguarda la fotografia del ragazzo argentino che posa, serio, accanto al suo primo prototipo, cosa vede?

“Forse non lo so, non ci ho nemmeno pensato, è andata così. Come la vita, no? Un giorno sei serio, un giorno sei molto felice, molto sorridente e questo su e giù credo che sia tipico dei creativi, ma credo anche della razza umana”.

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