Fabrizio Giugiaro, CEO e fondatore di GFG Style, parla di spigoli come lingua, di vincoli come stimolo creativo e di un futuro che non si prevede: si disegna. Dalle prime nottate al tavolo da disegno con il padre Giorgetto fino alla one-off Peralta S di qualche mese fa, l’unica etichetta che si fa affibbiare è quella del designer che non ha mai cavalcato le mode – e non intende cominciare adesso.

C’è una parola che in italiano suona quasi onomatopeica: spigolo. Dice tutto di sé nel modo in cui la pronunciate. È netta, un po’ tagliente, non chiede permesso. È l’opposto del morbido, del tondeggiante, di tutto quello che il mercato ha inseguito per decenni nel tentativo di non spaventare nessuno e di piacere a tutti. È, per chi ha un minimo di sensibilità automobilistica, una delle parole più eccitanti del vocabolario del design.
Quando il tema di questo Issue si è manifestato nella parola Edge è stato immediato e quasi automatico capire chi fosse il candidato naturale per due chiacchiere sull’argomento. Non perché Fabrizio Giugiaro sia il custode degli spigoli, il notaio degli angoli retti o il sacerdote della geometria tagliente. Ma perché è uno di quei grandi nomi del mondo dell’automobile per cui la forma non è mai un esercizio di stile fine a sé stesso, né una concessione al mercato, né una citazione nostalgica. È un atto di pensiero.
E il pensiero, quando è onesto, ha sempre i bordi ben definiti.
Giugiaro, CEO e founder di GFG Style, torinese classe 1965, figlio di quel Giorgetto che il Car Design of the Century se l’è messo in tasca nel 1999 a Las Vegas. Una biografia che, letta così, potrebbe sembrare il biglietto d’ingresso più comodo del mondo per il grande circo dell’automobile. E invece no: la storia di Fabrizio è quella di uno che quel cognome se l’è sempre portato come un onore da preservare e, contemporaneamente, come un’ala con cui spiccare il volo. Trovando la sua traiettoria personale lavorando sodo e facendo brillare il proprio gusto, che si traduce nel senso della forma e delle proporzioni.
Da Moncalieri, senza rete
Crescere nelle stanze dell’Italdesign, dove il padre Giorgetto stava ridisegnando pezzo per pezzo l’immaginario automobilistico mondiale – non significava avere la strada spianata. Dava però l’opportunità di avere gli occhi spalancati su cose che la maggior parte degli aspiranti designer non vede.
Ad esempio, che la Golf non è stata solo un successo planetario della Volkswagen, ma ha avuto i contorni di una rivoluzione industriale travestita da utilitaria. Che la Panda (la divina 141, se servisse specificarlo), oltre che un modello di punta del Lingotto, è stata una dichiarazione filosofica su quattro ruote, un paio di jeans in lamiera.
Fabrizio si è formato in quell’ambiente, seguendo il padre da adolescente tra il reparto stile, il laboratorio di modellazione e il capannone dei prototipi. Mettendoci mano direttamente già nella seconda metà degli anni Ottanta, su progetti sperimentali come il Machimoto (1986) e l’Aztec (1988). Futuro in pillole, da saga sci-fi.

Entra ufficialmente a tempo pieno in Italdesign nel 1991 e nel 1995 diventa responsabile del dipartimento Stile e Prototipi, coordinando cento persone e tra i trenta e i centocinquanta progetti all’anno. Poi arriva Volkswagen, nel 2010, che compra Italdesign. Fabrizio resta per tre anni col medesimo ruolo, poi diventa consulente stilistico di gruppo.
Nel 2015, quando Giorgetto lascia definitivamente la casa ormai tedesca, padre e figlio fondano insieme GFG Style: un centro di design avanzato, indipendente, con sede sempre a Moncalieri, dove il filo con la tradizione è tenuto vivo ma senza nostalgie paralizzanti. Architettura, industrial design, mobilità ferroviaria, e ovviamente l’automobile. Cinquant’anni di cultura visiva distillati in un cognome, ma non c’è da farsi fuorviare. Fabrizio ci mette del suo, tanto.
Il Boomerang torna. E questa volta è di alluminio
Se volete capire dove abita davvero Fabrizio Giugiaro come designer – non sulla carta, non nelle interviste, ma nella pelle – guardate la Peralta S. È un progetto che racconta bene chi è, cosa pensa e dove vuole andare. Commissionata dal collezionista messicano Carlos Peralta, svelata in Messico nel marzo del 2025 ed esposta nell’agosto successivo in una succosa anteprima americana sul palco del Monterey Motorsports Festival, è la prima one-off della storia – relativamente giovane da un punto di vista societario – di GFG Style.
Una vettura unica, costruita su telaio Maserati MC20 con il V6 biturbo Nettuno da 621 cavalli in posizione centrale, ma avvolta in una carrozzeria a cuneo realizzata a mano in alluminio specchiato, con un portellone frontale a cerniera assai evocativo e un alettone posteriore da fighter jet.
Quella forma a cuneo è un tributo dichiarato alla Maserati Boomerang del 1972, il concept del padre Giorgetto che ha contribuito a scuotere l’estetica delle supercar degli anni Settanta, quando gli spigoli erano un gesto ideologico prima ancora che aerodinamico.
Fabrizio però non ha premuto copia e incolla: ha preso il carattere, l’intenzione, il coraggio di quella matita così familiare e li ha reinterpretati con gli occhi del 2025. Con una consapevolezza, che per Giugiaro è scolpita nella pietra: il pericolo dell’eccesso quando si invocano gli spigoli è dietro l’angolo, e il rischio di creare forme semplicemente sfaccettate che scivolano nel cattivo gusto, è molto concreto.
Le superfici possono essere nette, divise da spigoli definiti, ma sempre con garbo. Un modo di pensare che sembra quasi una didascalia interna al progetto, scritta mentre lo stava disegnando. Il risultato è un oggetto che non cita il passato: lo abita, lo trasforma e lo rilancia.
In California ha fermato le persone sul posto. Non perché fosse la macchina più potente tra quelle che affollavano il Monterey Motorsports Festival, dove non mancano mai le occasioni di lustrarsi gli occhi, ma perché era inequivocabilmente diversa da tutto il resto. In un contesto, quello della Car Week californiana, dove di cose belle e rare ne girano parecchie.
Sul ghiaccio, il buon gusto non passa mai
A distanza di qualche mese da Monterey, a fine gennaio 2026, ecco ancora Fabrizio su un altro tipo di palcoscenico: il lago ghiacciato di St. Moritz, dove The I.C.E. – il concorso di eleganza ideato da Marco Makaus nel 2019 – celebrava la sua sesta edizione. Inserito nella giuria internazionale come new entry, insieme a personalità come l’architetto Norman Foster, il direttore creativo di Pixar Jay Ward e l’esperto di auto storiche Richard Adatto. Una giuria trasversale per un evento trasversale – forse il concorso di eleganza concettualmente più interessante del calendario, perché le vetture non stanno ferme su un prato: si muovono sul ghiaccio, il che significa che le guardi in modo completamente diverso.
La luce, il riflesso, il suono nell’aria rarefatta dell’Engadina: tutto contribuisce a trasformare ogni automobile in qualcosa che somiglia più a un’opera d’arte cinetica che a un oggetto da museo. L’occasione perfetta per vedere in pratica una delle convinzioni più ferree della matita torinese: l’automobile che nasce come oggetto tecnico, ma diventa davvero completa solo quando riesce a emozionare come un’opera d’arte.
Un pensiero che ha espresso in altre forme, in altri contesti, ma che sul lago ghiacciato di St. Moritz – con una Bugatti EB110 che ti sfila davanti a dieci chilometri all’ora su una superficie cristallina – acquista un peso specifico tutto diverso.
L’esperienza del Concorso ha anche riacceso una riflessione che Giugiaro porta avanti da anni: cosa insegnano ancora le auto del passato a chi disegna oggi. «Le vetture che ricordiamo e che vediamo esposte a eventi di questo genere sono quelle che hanno segnato la storia dell’automobilismo», ci dice. «Ci insegnano che il buon gusto non passa mai. Un’auto ben bilanciata degli anni Sessanta dimostra che oggi la più grande attenzione è quella di non lasciarsi sfuggire di mano la matita».
Una direzione netta, quasi un’ammonizione. Il passato non è da copiare: è da osservare con rispetto e poi superare con idee nuove. Rispetto incarnato alla perfezione dal Best in Show del 2026, andato ad una Talbot-Lago T150C SS Teardrop del 1937. Una vettura che sembra modellata dal vento piuttosto che dalle mani dell’uomo. Difficile trovare esempio migliore di cosa voglia dire che il buon gusto sopravvive al tempo.
Vincoli come stimolo, non come scusa
Tornando al presente, uno degli aspetti più interessanti del pensiero di Fabrizio Giugiaro è il modo in cui tratta il tema dei vincoli tecnici contemporanei. Sensori, radar, sistemi di raffreddamento per le batterie, piattaforme modulari condivise: tutto quello che spesso viene usato come alibi per spiegare perché le auto oggi si assomiglino tutte. Lui non ci sta.
D’altronde, ogni epoca ha le proprie problematiche e oggi la creatività si deve fare furba. Ma questi vincoli rappresentano anche un pungolo all’immaginazione. Non tanto diverso da quello che potevano dare negli anni Sessanta certe esigenze tecniche che furono foriere anche di soluzioni iconiche, come quelle che si trovano su certe Ferrari disegnate da Scaglietti che nacquero come bisogno e diventarono linguaggio. Avere più elementi da considerare non limita la creatività, ma le dà un pizzico di pepe in più.

È una posizione netta, e anche un po’ scomoda per quelli che invece preferiscono lamentarsi del contesto piuttosto che farci i conti. Lo stesso vale per i materiali: il carbonio, oggi consolidato, offre libertà espressiva che la lamiera degli anni Settanta non poteva garantire. Eppure, dice Giugiaro, il carattere di un oggetto nasce sempre dalla fantasia, non dalla materia prima. La Boomerang era cattiva con l’alluminio: la Peralta S lo è con l’alluminio lucidato a specchio e il carbonio in vista. Il mezzo cambia, l’intenzione no.
Il problema vero, semmai, è altrove. È nel marketing. Oggi si dice spesso che le auto siano tutte uguali. Per Fabrizio questo dipende anche dalla volontà del marketing di non correre rischi: gli investimenti sono altissimi e l’errore può costare caro. Seguire indicazioni prudenti porta a soluzioni banali. E la banalità, per Giugiaro, non è un’opzione. Riconoscibile a cento metri di distanza, o non pervenuto.
Radicale e minimalista: il manifesto su quattro ruote
C’è una domanda, tra quelle che abbiamo rivolto a Giugiaro per questo Issue, che vale più di tutte le altre come radiografia del suo carattere progettuale. Dovendo disegnare oggi un manifesto su quattro ruote per rappresentare l’idea di edge nel 2026, sarebbe più vicino a un oggetto radicale e minimalista o a una reinterpretazione poetica del passato? La risposta è arrivata senza esitazione, in due sole parole: «Radicale e minimalista». Nessun cedimento alla nostalgia, nessuna apertura alla citazione rassicurante. Il passato è materia da cui partire, non indirizzo a cui tornare.
È la stessa logica che governa il suo approccio alle tendenze – o meglio, il suo deliberato disinteresse. Fabrizio disegna ciò che sente, pensando al futuro. Senza limitarsi ad osservare ciò che accade oggi. D’altronde, i progetti su cui lavorano in questo momento in GFG Style vedranno la luce tra tre, magari quattro anni: un buon designer deve quindi saper imporre una visione, non essere accondiscendente a quelle di qualcun altro.

Lontana dalla imperante necessità di validazione istantanea, per questo doppiamente rinfrescante. Quello che GFG Style sta progettando adesso probabilmente non lo vedrete al prossimo salone. Lo vedrete quando sarà pronto, quando avrà senso, quando il mondo sarà nel punto giusto per riceverlo. O forse un po’ prima di essere pronto a riceverlo – e anche quello fa parte del gioco.
Sull’abitacolo del futuro, invece, Fabrizio è pragmatico quanto basta per non farsi illusioni: l’auto di tutti i giorni sarà guidata davvero per una percentuale minima del tempo. Dovrà quindi trasformarsi sempre più in uno spazio di attesa intelligente, quasi un salotto mobile. Esisteranno però sempre vetture pensate per essere guidate: in quel caso i canoni saranno – per fortuna – diversi e più tradizionali. Non è una resa: è una distinzione.
Il design non muore con la guida autonoma. Si divide in due strade, come ha sempre fatto – quella che serve e quella che emoziona – e continua a correre su entrambe.

Il bordo, il limite, lo spazio dove le cose diventano interessanti perché smettono di essere sicure esiste ancora. Fabrizio Giugiaro vive professionalmente in quel territorio da quando era un ragazzo che vagava tra le maquette in scala 1:1 di Moncalieri e non aveva ancora deciso se avrebbe fatto l’architetto o il designer di automobili – salvo poi capire, come spesso accade con le vocazioni vere, che la domanda non si pone: è il lavoro che sceglie te. Ha ereditato un cognome e una storia che non ammettono sbavature e lo porta avanti aggiungendoci sopra anche i propri spigoli. Che è, a pensarci bene, l’unica cosa sensata che si possa fare con un’eredità del genere.






















