Sono rientrata da Parigi pochi giorni fa e ho ancora addosso la precisa sensazione di aver attraversato un pezzo di storia, più che assistito a un evento. Si è da poco conclusa la 13ª edizione del Mondial du Tatouage (29/01-01/02), ospitata nella suggestiva location di Grand Halle de la Villette: non una convention qualunque, ma un pilastro nel racconto culturale del tatuaggio contemporaneo. La Grand Halle, con la sua architettura industriale, ampia e ariosa, sembra fatta apposta per accogliere un evento di questo tipo: spazi che respirano, luce naturale, flussi di pubblico ben distribuiti. Tutto contribuisce a creare un’esperienza che va oltre la semplice visita agli stand. L’organizzazione è solida, fluida, mai caotica, nonostante i numeri importanti: oltre 550 tattoo artist provenienti da tutto il mondo e una grande affluenza di pubblico, costante per l’intera durata della convention.

Il colpo d’occhio è potente e stratificato. Nomi storici convivono nello stesso spazio con artisti “dell’era contemporanea”, dimostrando come il tatuaggio non sia mai stato una linea retta, ma una somma di linguaggi, passaggi di testimone e contaminazioni. 

All’interno, il market rafforza l’idea di un’arte che vive oltre la pelle: abbigliamento, accessori, stampe e oggetti raccontano un linguaggio che dialoga da tempo con moda, grafica e design. All’esterno, l’area food si trasforma in una naturale zona di decompressione, uno spazio di incontro in cui fermarsi a parlare, osservare e metabolizzare l’esperienza.

Dietro tutto questo c’è la visione di TinTin, tatuatore francese e figura centrale nella storia del tatuaggio europeo. TinTin non è solo l’organizzatore del Mondial du Tatouage: è uno degli artisti che hanno contribuito a legittimare il tatuaggio come linguaggio culturale, spingendolo fuori da nicchie e stereotipi, senza mai snaturarne l’identità. Il suo approccio è evidente anche in questa edizione: nulla è lasciato al caso, ma tutto è pensato per mantenere un equilibrio preciso tra spettacolo, qualità artistica e profondità storica. Non a caso, la 13ª edizione del Mondial du Tatouage celebra i 50 anni delle tattoo convention nel mondo. Un anniversario che non viene trattato come una semplice ricorrenza, ma come un’occasione per guardarsi indietro con consapevolezza. In un panorama che oggi tende sempre più a rincorrere trend, algoritmi e un’estetica social spesso patinata, qui il tatuaggio rimane ancorato alla sua dimensione culturale. Alla sua storia. Alla sua funzione originaria di segno, appartenenza, gesto consapevole.

E qui si sprigiona tutta l’idea che sostiene il 10° Art — definizione culturale molto riconosciuta in Francia che identifica il tatuaggio come decima forma d’arte — che attraversa la convention in maniera sottile e costante. Lo si percepisce nella selezione degli artisti, nel rispetto delle diverse scuole e, soprattutto, nella composizione della giuria dei contest, affidata esclusivamente a figure che hanno scritto pagine fondamentali della storia del tatuaggio. A valutare i lavori in gara sono nomi che rappresentano tradizioni, linguaggi ed epoche diverse: Kari Barba, pioniera del realismo e del black & grey californiano; Mark Mahoney, considerato il padre del single needle e icona del tatuaggio hollywoodiano; Luke Atkinson, riferimento assoluto per il giapponese contemporaneo; Junko Shimada, custode della tradizione irezumi negli Stati Uniti; e Filip Leu, erede di una delle famiglie più influenti nella storia del tattoo mondiale.

Una scelta che parla chiaro: in un momento storico in cui il tatuaggio è sempre più esposto, accelerato e filtrato da dinamiche di visibilità, il Mondial du Tatouage continua a rivendicare il valore della competenza, della memoria e della continuità. A sottolineare, e ahimé ce n’è ancora bisogno, che il giudizio non è affidato al gusto del momento, ma a chi ha contribuito a costruire le fondamenta stesse di questo linguaggio.

Ed è proprio da qui che nasce il cuore di questo racconto. Durante il Mondial abbiamo avuto la possibilità di intervistare due figure fondamentali, due tatuatori che, in momenti diversi e con approcci molto differenti, hanno cambiato le regole del gioco e il modo in cui il tatuaggio viene percepito, raccontato e vissuto. Da una parte Ami James, dall’altra Kari Barba. Due storie, due traiettorie, un impatto profondo sull’evoluzione del tatuaggio moderno.

Ami James

Se ci leggete da un po’, vi ricorderete che a gennaio 2025 abbiamo parlato di come e quando il tatuaggio è “entrato” nelle case di tutto il mondo. Se invece vi è sfuggita questa imperdibile operazione nostalgia, potete rifarvi qui: SPARKL-INK: quando il tatuaggio entrò nelle case di tutti. 

Bene, Ami James lo abbiamo conosciuto tramite il piccolo schermo. Era il 2005, io avevo 12 anni e, grazie a Miami Ink, San Firmino era diventato in assoluto il momento in cui, con le braccia pitturate, noi adolescenti ci sentivamo ganzissimi e più vicini alle nuove star televisive tutte cool e tatuate (nota per i lettori che non sanno cosa sia San Firmino: parliamo di un momento sociale scolastico, fatto di giorno in cui ci si faceva firmare le braccia dagli amici. Chi aveva più firme o dediche, era il più fico della scuola). Vent’anni dopo, mi ritrovo a parlare con lui proprio del fenomeno tattoo & tv, che ha cambiato per sempre la percezione sociale del tatuaggio.

Ma chi era Ami James prima di Miami Ink? Si è appassionato all’arte da piccolo, già a 14 anni era intrigato dai tatuaggi, ma prima di prendere in mano una macchinetta ha servito nelle Forze di Difesa Israeliane come cecchino di fanteria. Qui, tra un momento di pausa e l’altro, ha iniziato a sperimentare. Rientrato a Miami, riceve in regalo da alcuni amici la sua prima tattoo machine. Da qui, il suo percorso prende il via, ma solo dopo aver fatto un apprendistato da Tattoos by Lou, a Miami Beach, nel 1992.

Dal 2005 in poi, la storia è nota. Ami James diventa uno dei volti di Miami Ink, un progetto nato quasi per tentativi, senza la minima consapevolezza di quello che sarebbe successo dopo. 

“Io gestivo un bar a New York e lavoravo in uno studio con dei tatuatori davvero incredibili, ma solo due giorni a settimana e solo su appuntamento. Un giorno un mio amico mi chiama e mi dice: “Ehi, senti, ho un amico produttore che vorrebbe parlarti. Magari puoi aiutarlo a trovare dei tatuatori che vogliono fare un programma TV”. Ho iniziato aiutandoli con i casting tape (video provini, ndr) ma non riuscivano a trovare i tatuatori giusti per formare la crew. Alla fine chiesero a me e accettai solo a patto di portare con me la crew che già avevo. Per noi questa cosa era assurda, un gioco praticamente. Nessuno avrebbe mai guardato un programma sui tatuaggi”.

All’epoca il tatuaggio non era ancora un business strutturato e, come lui stesso racconta, nessuno del gruppo era convinto che la televisione potesse davvero funzionare come linguaggio per raccontare quel mondo. Miami Ink non nasce quindi con l’intento di “sdoganare” il tatuaggio, ma di rendere comprensibile qualcosa che, fino a quel momento, era rimasto ai margini: le persone dietro i segni, le storie dietro le scelte, l’umanità dietro le macchinette.

Il cambiamento arriva quasi di riflesso. Per la prima volta il pubblico generalista smette di percepire i tatuatori come figure indistinte, spesso associate a stereotipi negativi, e inizia a vederli come individui, professionisti, esseri umani con un passato e una sensibilità. È un passaggio fondamentale, ma non privo di ambiguità. Quella stessa narrazione — il tatuaggio come racconto personale — che aveva reso il tattoo più accessibile nei primi Duemila, con il tempo rischia di diventare una “gabbia”. 

“Per dieci anni chiunque entrasse in negozio partiva con il racconto del perché voleva tatuarsi. Ma non tutto ciò che vuoi tatuarti deve essere spiegato. Vuoi tatuarti un drago? Fallo senza necessariamente raccontarmi il perché”.

Quando il discorso si sposta sulle convention, emerge con chiarezza una differenza che per lui è anche culturale. Quelle europee restano le sue preferite: più aperte, più ibride, realmente internazionali. In Europa il tatuaggio è ancora vissuto come spazio di incontro, come luogo in cui stili, scuole e generazioni diverse si mescolano. Negli Stati Uniti, al contrario, il sistema appare sempre più chiuso, ripetitivo, dominato da un unico linguaggio visivo e meno orientato allo scambio e alla presenza di artisti da tutto il mondo. Non è una critica, ma una constatazione: due scene diverse, due modi diversi di intendere il tatuaggio.

Ed è qui che, quasi naturalmente, entra in gioco un’altra parte fondamentale della sua vita: la moto. Bella l’Italia per le convention, ma ancora più bella da vivere in sella, insomma. E come possiamo dargli torto? Nel suo garage troviamo una selezione di Harley Davidson (ovviamente), un Aprilia SXV e una MV Agusta Brutale.

Oggi, per Ami James, un buon tatuaggio è quello che si espande su grandi aree del corpo, che richiede tempo per la realizzazione, impegno e dedizione sul lungo periodo. Quelli più piccoli si diverte a farli in convention. A proposito, potrete incontrarlo al Gods of Ink a Francoforte, nello stand di Cam Supply, dal 17 al 19 aprile 2026. Altro appuntamento davvero meritevole!

Kari Barba

Per chi non lo sapesse, Kari Barba è una delle figure chiave nella storia del tatuaggio contemporaneo. Una delle prime donne, negli Stati Uniti degli Anni Ottanta, a entrare in un settore quasi interamente maschile e a contribuire in modo concreto a cambiarne linguaggi, spazi e dinamiche, senza mai farne una bandiera dichiarata.

 

La prima domanda è quasi obbligata: riguarda l’essere stata pioniera del tattoo negli Stati Uniti, negli Eighties. La risposta non arriva come una rivendicazione, ma come una precisazione lucida, quasi storica.

Non la prima, ma una delle prime. Una di quelle che c’erano quando le donne nel tatuaggio si contavano sulle dita di due mani. Dieci, forse dodici in tutti gli Stati Uniti. Quando lei inizia, sa dell’esistenza di meno di dieci colleghe. Prima di lei, alcune figure avevano già aperto la strada. Vyvyn Lazonga, che alla fine degli anni Settanta apre uno studio tutto suo, da sola, diventando un riferimento assoluto. E Jacci Gresham, pioniera doppia: una delle primissime tatuatrici e la prima tatuatrice nera d’America. Sono loro ad anticipare il cambiamento, con un margine minimo di appena un anno. Poi la sua generazione, quasi in contemporanea.

Kari arriva al tatuaggio attraverso un percorso artistico solido, fatto di disegno e pittura. Il suo apprendistato avviene in un contesto ancora profondamente maschile, ma regolato da codici chiari: se sai disegnare, se sai lavorare, trovi spazio. Lavora con Fat George e Fat Mike, figure che lei stessa riconosce come determinanti non tanto per la tecnica, quanto per l’approccio. Nessuna condiscendenza, nessuna porta chiusa, nessuna necessità di dimostrare qualcosa in più. Se puoi farlo, fallo. Un atteggiamento semplice, che accelera tutto.

Nel 1983, Kari Barba diventa co-owner di Outer Limits Tattoo, a Long Beach, in California. Un passaggio tutt’altro che neutro, se si considera che Outer Limits è il tattoo shop più antico in attività continuativa negli Stati Uniti, fondato nel 1927 e passato poi, nel 1954, sotto la guida di Bert Grimm, una delle figure cardine del tatuaggio americano. Entrare in Outer Limits significa entrare in una linea storica già densissima, carica di immaginari, codici e rituali profondamente legati a un’idea di tatuaggio dura, maschile, spesso intimidatoria.

È proprio all’interno di questo contesto che avviene qualcosa di radicale, anche se mai dichiarato come tale. Negli anni Ottanta il tatuaggio è ancora un ambiente segnato da un immaginario tough guy che fa paura ancora prima di varcare la soglia di uno studio. Kari non parla di rivoluzione, ma di necessità: rendere quello spazio accogliente, non respingente. Lo studio inizia così a trasformarsi anche nell’atmosfera. Sedie comode, moquette, un’area giochi per i bambini. Un tattoo shop che assomiglia più a un salone che a una tana underground. Un luogo in cui entrare non richiede coraggio, ma curiosità.

E infatti succede qualcosa di nuovo. Arrivano le donne. Tante. Subito. All’inizio chiedono tatuaggi piccoli. Poi, quasi senza transizione, iniziano a chiedere mezze maniche. Pezzi che seguono il corpo, che scendono lungo la gamba, che dialogano con le forme. Negli anni Ottanta è qualcosa di inedito. Da lì in poi la scala cresce: una gamba, due gambe, lavori sempre più estesi. Il tatuaggio smette di essere un segno isolato e diventa progetto.

In questo senso, essere co-owner di Outer Limits non significa solo portare avanti uno studio storico, ma assumersi la responsabilità di una tradizione e dimostrare che può evolvere senza perdere identità. Custodire una linea lunga quasi un secolo, permettendole di cambiare pelle senza smettere di essere se stessa.

Guardando l’industria oggi, il ribaltamento è evidente. La sensazione — quasi una certezza — è che le donne siano ormai più degli uomini. Non solo numericamente, ma culturalmente. Hanno portato una nuova grammatica visiva: più morbida, più delicata, più attenta al corpo come forma e non come superficie. Un cambiamento che non è solo estetico, ma d’atmosfera. Si percepisce negli studi, nelle relazioni, nei lavori appesi alle pareti.
Questo non significa negare il contributo maschile. Anche allora c’erano uomini capaci di una sensibilità straordinaria, ma erano eccezioni. Oggi quella sensibilità è diventata linguaggio condiviso.

Alla domanda se sia stato difficile entrare in un settore al 99% maschile, la risposta spiazza. Per molte donne lo è stato. Per lei no. Non perché il contesto fosse più gentile, ma perché non si aspettava che fosse un problema. Non aveva interiorizzato l’idea dell’ostacolo. Ha fatto e basta. Anche qui, la fortuna conta: gli uomini per cui ha lavorato l’hanno trattata come una pari. Nessuna condiscendenza, nessuna molestia, nessuna porta chiusa. Questo, dice, ha fatto e farà sempre tutta la differenza. È una mentalità che riconosce come familiare. Suo padre le aveva insegnato la stessa cosa: se puoi, fallo. Buttati. Essere se stessi come atto politico prima ancora che identitario.

Lo stesso schema ritorna nel mondo delle moto, un altro ambiente profondamente maschile che frequenta da giovanissima. Clubhouse, club rivali, spazi dove avrebbe potuto essere respinta e che invece l’hanno accolta senza mai metterla in discussione. Rispetto reciproco, prima di tutto. Ha anche provato a guidare, per un paio d’anni. Una Harley-Davidson Fat Boy, ribassata per adattarla alla sua corporatura. Poi ha capito che non era la sua strada, ma averci provato contava più del risultato. Ancora una volta, l’azione prima della definizione.

Quando il discorso si sposta sull’arte, il tono si fa ancora più riflessivo. Il tatuaggio come estensione naturale del fare artistico. Un percorso che oggi è diventato comune, forse troppo. C’è chi arriva perché è artista e chi perché vede una scorciatoia — anche attraverso strumenti come l’AI. L’industria è enorme e, proprio per questo, contiene tutto. Ma una volta, se non sapevi disegnare, non andavi lontano. Il tatuaggio tradizionale era una scuola di rigore, non un limite. Uno stile pensato per durare. E infatti dura ancora oggi.

I nuovi linguaggi sono affascinanti, complessi, spettacolari. Ma il tempo sarà il vero giudice. Lei lo sa bene: negli anni Ottanta sperimenta ritratti a colori che, col senno di poi, non hanno retto. Fa parte del gioco. Sbagliare, capire, andare avanti.

Alla fine, il desiderio per il futuro è uno solo: longevità.
Che il tatuaggio continui a crescere senza perdere la sua natura umana. Che resti un gesto individuale, non automatizzato. Che non diventi un prodotto di macchine e automi, ma rimanga un incontro tra persone. E guardando dove si è arrivati, resta ancora stupita. Ci sono lavori che osserva e che la lasciano senza parole. Artisti che la fanno tornare a casa con una sola idea in testa: ok, adesso provo anch’io.

Alla fine, forse è questo il senso più profondo di convention come il Mondial du Tatouage: non celebrare il tatuaggio come fenomeno, ma come linea di continuità. Mettere nello stesso spazio storie apparentemente lontane e mostrare come abbiano agito su piani diversi dello stesso linguaggio. In un momento storico in cui il tatuaggio sembra spesso rincorrere l’immagine più veloce, il segno più condivisibile, questi eventi continuano a riportare l’attenzione su ciò che viene prima: le persone, le scelte, i contesti. La storia non come museo, ma come strumento di lettura del presente. Il tatuaggio non come prodotto, ma come gesto umano, fatto di relazioni, tentativi, errori e longevità.

Al mio rientro da Parigi, esattamente come successo lo scorso anno con Francoforte, la sensazione resta chiara: il futuro del tatuaggio non si gioca solo su cosa verrà dopo, ma su quanto si saprà ricordare su dove viene. E forse è proprio questa consapevolezza, più di qualsiasi trend, a rendere convention come queste ancora necessarie.

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