Gli Anni 90 sono stati la decade di liberazione dai tabù del tattoo.
Di Don Ed Hardy e del suo essere a tutti gli effetti il papà del tatuaggio contemporaneo ne abbiamo parlato sommariamente a inizio mese, con il nostro piccolo tributo a Tattoo City. Ha trasformato e democratizzato la cultura americana del tatuaggio, elevando i famosi “flash tattoo” preimpostati e preformati a lavori su misura e personalizzati, portandoli da sottocultura ai margini della società a elemento pop che ha assunto, nel tempo, un ruolo sempre più centrale.
Ma non è di questo che parleremo oggi, cari lettori. In questa Tattoo Culture della Sparkling Issue volgiamo lo guardo alla fine dei 90s e alla prima decade del nuovo secolo, dove l’indiscussa protagonista è nientepopodimeno che… la televisione.
Non siate confusi. Seguitemi e prendete un pacchetto di fazzoletti per asciugare le lacrime.

Era il 1997 quando presero ufficialmente il via le trasmissioni della versione italiana di MTV, storico canale musicale al quale tutti noi (o quasi) siamo estremamente legati. Qui abbiamo assistito, per la prima volta, alla proliferazione di immagini di rockstar tatuate: dal sempre “spettorato” Anthony Kiedis che mette in mostra tribali, volti Nativi Americani e l’aquila d’ispirazione Haida sulla parte alta della schiena eseguita dal mitico Hanky Panky, a Nikki Sixx & Tommy Lee con le loro sleeve colorate, i Guns N’ Roses, i Green Day…
Siamo stati per ore a guardare le immagini scivolare velocemente sullo schermo del televisore, affascinati da questa nuova estetica che arrivava dalla terra delle possibilità: gli USA.
C’è anche un video, che vi propongo qui sotto, datato 1996, in cui Kiedis racconta tutti i tattoo che ha sul corpo:
Ecco quindi che, a cavallo del secolo, il tatuaggio inizia a diffondersi in modo crescente passando da semplice fenomeno di costume a moda per persone di tutte le età.
Nel 2004 arriva il Web 2.0 che porta con sé, alla straordinaria velocità di 45 kB/s, un mondo nuovo fatto di community, forum, prime forme di social network e pagine Wiki, con la conseguente globalizzazione culturale che ha reso il tatuaggio uno dei principali modelli comportamentali di massa.
Abbiamo iniziato a vederli anche sui canali più “nazional popolari”: comparivano nei film e nelle serie TV, seppur sempre in modo blando, un po’ “appoggiati lì” e pronti a farli digerire anche alla nonna che culturalmente è ancorata alla teoria del delinquente nato di Lombroso.
Poi a un certo punto, sbarabam. O sberebem, come direbbe Alteria. È il 2005 e Ami James e Chris Núñez, insieme a Kat Von D, entrano prepotentemente nelle case di tutti noi a colpi di tattoo machine, corpi iper tatuati e dialoghi che ci lasciavano mezzi perplessi e mezzi entusiasti.
Miami Ink, il docu-reality ambientato al Love Hate Tattoo di Miami, era on air dando il via ad un circuito di reality ink-oriented che negli anni è cresciuto esponenzialmente.
Se, come me, siete dei nostalgici, qui potete trovare la Playlist ufficiale di DMAX per un tuffo nel passato.
Al ciclo degli show si aggiungono LA Ink (in onda dal 2007 e che ripropone la presenza di Kat Von D nel cast dopo lo stop con il primo programma) e London Ink (spin off di Miami Ink che ci porta fuori dai confini americani, dove ciascuno degli artisti presenta uno stile diverso. Louis Molloy, tatuatore di David Beckham, è un esperto di black&grey e realistici, Dan Gold è un appassionato artista di graffiti in stile new wave, l’artista neozelandese Nikole Lowe è specializzata in arte giapponese, tibetana e indiana, mentre l’americano Phil Kyle porta in Inghilterra uno stile old school new wave iper personalizzato.
Tutti programmi che hanno contributo non solo alla diffusione della moda del tatuaggio, alla sua democratizzazione appunto, ma anche e soprattutto a darci una prima infarinatura culturale.
Che fine hanno fatto queste piccole chicche che tanto ci ammaliavano? Ahimè non sono più on air sui canali televisivi, dove programmi del calibro di Tatuaggi da incubo hanno preso il sopravvento.
Ad oggi non sono che reperibili online, prevalentemente su YouTube, e probabilmente a tiro di play di chi questa piccola rivoluzione l’ha vissuta in prima persona.
Ora vi lascio, perché ho una scintilla di Amarcord da far brillare.










