L’estate ha un modo tutto suo di stare addosso alle cose. Ai vestiti, al casco, all’asfalto che si scalda sotto le ruote. E ogni tanto, se sei fortunato, si attacca anche a un tramonto che non riesci più a toglierti dagli occhi. C’è una curva tra Castiglion Fiorentino e Monteleone d’Orvieto che Michele Venturini non riesce a dimenticare. La luce che cambia, l’odore di miscela mescolato al profumo dei campi umbri. Lui ha 24 anni, una Moto Iso 125 del 1954 sotto i piedi e ancora un bel pezzo di quei 1.000 km da Brescia a Napoli davanti.
E questa è la storia di come un ingegnere ha imparato qualcosa che non si trova sui libri.

Michele Venturini studia ingegneria meccanica a Brescia. Adesso progetta prototipi da competizione come direttore tecnico del MotoStudent Team dell’Università degli Studi di Brescia, moto ipertecnologiche pensate per correre ad Aragona davanti a giurie internazionali. Ma da bambino ha smontato ogni tipo vecchia moto a casa con nonno e papà. Nato in garage, con le mani sporche di grasso e un carburatore che tossisce, è cresciuto poi davanti a un computer e al CAD dell’università di Brescia.
Insomma, non è il classico ragazzo da slow motorcycling. Eppure, qualche autunno fa, si è trovato in sella a una moto del 1954 a percorrere l’Italia a passo lento, con tre amici, scontrini del pranzo alla mano come prove di transito e un posteriore bucato che perdeva aria ogni 50 chilometri.
Conoscete la Brescia-Napoli? È una delle varie Classiche in moto d’epoca che dal 2016 porta ogni settembre una carovana di centauri verso la città partenopea su moto costruite prima del 1978. Non è una gara. Non è un raduno. È qualcosa di molto più difficile da spiegare e molto più facile da capire, una volta che ci sei dentro.

Ma come ci sono finiti quattro ingegneri 20enni su moto del secolo scorso?
Il presidente del Motoclub FMI US Leonessa 1903 di Brescia, il club di cui Michele è socio e per il quale corre nel campionato regionale enduro, gli propone di partecipare al progetto “Ingegneria: avanguardia e tradizione”, nato in collaborazione con l’Università di Brescia per portare una squadra di giovani studenti alla Brescia-Napoli 2024.
Michele dice sì e convince a partecipare anche altri tre ragazzi: Maria Togni, Paolo Marmaglio e Davide Consolati. E così quattro ingegneri abituati a ragionare in millesimi di millimetro si sono ritrovati a fare i conti con moto che, in quegli stessi millesimi, perdevano benzina, aria e speranza a ogni tappa.
Michele è partito su una Moto Iso 125 del 1954. Avrebbe dovuto viaggiare su un Ariel del ’38, ma poi lo sponsor tecnico ha optato per qualcosa di leggermente più affidabile. Leggermente eh, non pensate. Maria Togni ha una Moto Morini GT175, Paolo Marmaglio una Benelli 125 Sport Special del 1970, Davide Consonati una Mi-Val 125 Sei Giorni del 1957. Tutte rigorosamente nonnine, come dice Michele con affetto. Una carovana di ferro vintage che profuma d’olio e d’estate.

Una meccanica semplice, fatta di fili, ferro e bulloni.
“Ti consiglio di preparare un bel quaderno”, mi dice Michele quando gli chiedo se la moto gli ha dato problemi. E poi racconta del posteriore bucato da gonfiare ogni 50 km, della carburazione sballata, risolta spostando la molletta dell’ago del carburatore, dei problemi elettrici… “nonostante ce ne fosse poca, si è rotta pure quella”. E, infine del serbatoio bucato che perde benzina, tappato con stucco e un pezzo di camera d’aria. Eppure, tutti e quattro sono arrivati a Napoli.
“Aver studiato ingegneria mi ha permesso di essere lì, a quella manifestazione”, mi dice “ma a tirarci fuori dai guai quando le moto si rompevano è stata l’esperienza fatta a smanettare sulle moto negli anni, con mio nonno e mio papà”. È una confessione che vale più di qualsiasi lezione universitaria: la teoria ti porta alla partenza, ma l’esperienza ti porta al traguardo. L’estate, si sa, ha sempre avuto questo potere: ti mette davanti a situazioni che non puoi risolvere con un algoritmo. Ti chiede di arrangiarti, di sudare, di trovare soluzioni con quello che hai.
Una lezione che è finita nel prototipo universitario. Da ingegnere abituato a lavorare su moto iper-prestazionali, Michele si aspettava di trovare nella meccanica d’epoca solo limiti. Ha trovato, invece, una rivelazione.
“La semplicità costruttiva è un plus. Queste moto sono pulite, meccanica pura: ci sono solo fili, ferro e bulloni”.
Questo approccio minimale lo ha colpito così tanto da portarlo direttamente nel suo lavoro universitario. Mentre altri studenti puntavano su soluzioni tecnologiche sempre più ricercate per il prototipo da competizione, Michele ha scelto la semplicità. “Ho capito che è grazie a quella semplicità che ho chiuso la Brescia-Napoli”.
Per innovare, dice, devi prima conoscere la storia. “Conoscere nel pratico quello che è già stato fatto nel passato ti aiuta. Attingendo dal passato si può innovare e migliorare molto. Bisogna abbandonare il pregiudizio che siano solo ferri vecchi”.
E poi, confessa, “oggi con la centralina che ti segnala un guasto per cui è necessario fermare il motore non puoi far altro che chiamare il carro attrezzi, anche se quel guasto è semplicemente un FAP un po’ troppo sporco, l’ADBlue mancante o un sensore NOx della sonda lambda che non funziona a dovere. Tutta roba che, di per sé, non pregiudica il funzionamento del motore. Ma la centralina la pensa diversamente e, bloccando l’iniezione, tu non ti muovi più…”.

Dai 20 ai 70 anni, tutti sulla stessa strada. Uno degli aspetti che colpiscono di più della Brescia-Napoli è il mix generazionale. Alla nona edizione c’erano partecipanti dai 20 ai 70 anni e nella terza tappa era previsto uno scambio di equipaggi tra squadre: Michele si è trovato a fare una carovana con persone di 18 e di 72 anni, tutti insieme, tutti con la stessa andatura. “C’è stato un bellissimo scambio di storie, emozioni e ricordi”, racconta. È esattamente questo che l’estate sa fare meglio di qualsiasi altra stagione: abbattere le distanze. Tra generazioni, tra estranei, tra chi quella moto la conosce da una vita e chi l’ha incontrata per la prima volta la mattina della partenza. Una conversazione lunga 1.000 km.
Gli chiedo quale sia il momento preciso che vede ancora, se chiude gli occhi. “La fine del secondo giorno di viaggio, tra Castiglion Fiorentino e Monteleone d’Orvieto. Era verso sera e girato l’angolo ci si è parato davanti un tramonto bellissimo, mescolato all’odore di miscela. È stato super emozionante e ancora adesso riesco a rivedere quel tramonto, quelle curve e sentire il profumo dei campi misto alla miscela della mia Moto Iso 125”. Monteleone d’Orvieto. Un borgo dell’Umbria che Michele non conosceva, che non avrebbe mai cercato su Google Maps e che adesso porta con sé nel cuore.
È questo il paradosso bellissimo della Brescia-Napoli e dell’estate in generale, se ci pensate: vai più lento, vedi di più. Hai meno tecnologia, pensi di più.
Perdi la velocità, ma trovi qualcosa che le moto moderne non ti possono dare. “Con una moto di quel tempo perdi la velocità, ma scopri cose di te stesso. Pensi, guardi lontano e nel guardare lontano ti guardi dentro. La moto moderna, troppo veloce, non ti consente tutto questo”. Un viaggio juicy: pieno, succoso, vissuto fino all’ultima goccia. Ed è esattamente il tipo di estate che una Moto Iso del 1954 sa regalarti, se hai il coraggio di salirci sopra.
Michele Venturini è tornato a Brescia, ha rimesso mano ai suoi prototipi, ha continuato a correre nell’enduro. Ma qualcosa è cambiato. Ora viaggia più slow, più emotivo, senza cercare la velocità come componente essenziale del viaggio. Un ingegnere che progetta il futuro delle moto ha imparato la lezione più importante su una moto del 1954, con il posteriore bucato, a gonfiare lo pneumatico ogni 50 km, guardando un tramonto in Umbria.







