C’è un termine che in italiano funziona meglio quando la primavera sta per volgere all’estate: succoso. Quando il caldo porta tutto fuori dai confini soliti — i colori si saturano, le giornate si allungano. Il Lago di Como a maggio ha già quella qualità di per sé: la luce sull’acqua, i giardini delle ville nobiliari in fiore, i cipressi centenari, i vialetti in ghiaia che scricchiolano sotto le suole.

FuoriConcorso, che in quelle stesse ville organizza ogni anno un’esibizione di macchine che potrebbero sembrare fuori posto e invece ci stanno benissimo, non fa altro che portare quel modo di essere al suo punto estremo. Ti fa fermare di colpo davanti a qualcosa che non ti aspettavi. Ti fa dimenticare dove stavi andando. Succoso, a quanto pare, senza dover inventare un collegamento forzato con la cornice incantevole che lo ospita, solitamente meno caotica.

 

Settantadue vetture selezionate, sei anteprime mondiali, tre ville sul lago, due giorni di maggio. E la certezza, uscendo, di aver visto cose che non si vedono facilmente altrove.

La terza villa

L’edizione 2026 ha visto il ritorno della formazione a tre punte Villa Olmo + Villa del Grumello + Villa Sucota, consolidando la geografia dell’evento come qualcosa che non è contenibile in un’unica location. La novità non è stata solo logistica: Villa Olmo ha ospitato la prima mondiale di Helmut Newton Cars, mostra inedita che ha riunito per la prima volta trentotto opere in cui il grande fotografo berlinese ha ritratto, nel corso della sua carriera, l’automobile. Como trasformata in avamposto cultural-automobilistico con risonanza internazionale — non soltanto un weekend per appassionati, ma un’affermazione sul significato dell’automobile come soggetto estetico e come proiezione del desiderio collettivo.

È questa la traiettoria più interessante di FuoriConcorso, se si osserva l’evento con la giusta distanza: in pochi anni ha costruito una reputazione che non appartiene alla categoria dei concorsi d’eleganza dove regna il rigore filologico dei guanti bianchi, né a quella degli eventi di lifestyle puro. Sta in un territorio nuovo, con uno sguardo più curatoriale che celebrativo, più contemporaneo che nostalgico. Ogni vettura è selezionata non soltanto per il pedigree, ma per la capacità di incarnare un’idea precisa nel contesto del tema scelto. Il fondatore Guglielmo Miani parla di “connessioni autentiche tra persone, idee e passioni” come se stesse descrivendo una rivista culturale. Non è un caso.

 

FuoriConcorso ha capito prima degli altri che il pubblico dell’automobile non vuole soltanto guardare le macchine. Vuole capire cosa significano.

Tante buone ragioni

Nel 1983 la tedesca (di Germania Ovest) Nena cantava di novantanove palloncini che partivano nel cielo e scatenavano, per pura incomprensione geopolitica, una guerra. Era lo stesso anno in cui Porsche vinceva a Le Mans con la 956, in cui Audi stava riscrivendo i codici dei rally con il sistema Quattro, in cui le grandi elaborazioni Made in Affalterbach di AMG stavano trasformando berline di serie in oggetti che il dizionario delle prestazioni faticava già a contenere. L’automobile tedesca non ha mai avuto bisogno di alzare la voce: ha sempre parlato con i risultati, con la potenza, con la qualità di certi dettagli che fanno capire che qualcuno ci ha messo tutto. KraftMeister è stata l’edizione giusta di FuoriConcorso per raccontarlo, e l’ha fatto senza lesinare sull’effetto wow.

Sull’evocativa griglia di partenza all’ingresso, Mercedes-Benz ha allineato centotrentotto anni di storia: dalla Benz Patent-Motorwagen del 1886 — il punto zero dell’automobile moderna, il germoglio da cui tutto il resto discende, il veicolo che ha convinto il mondo che l’idea aveva un futuro — alla Mercedes-AMG ONE del 2024, hypercar stradale con tecnologia di Formula 1 che chiude il cerchio portando la pista sulla strada con una coerenza quasi arrogante.

In mezzo, la 300 SLR del 1955, oggetto di perfezione aerodinamica che ancora oggi si fa guardare come se fosse uscita ieri da una galleria del vento. Accanto alla griglia principale, altre testimonianze degli anni del DTM: la 190 E 2.5-16V stradale in versione Evolution II e il restomod a lei ispirato HWA EVO, nel confronto generazionale più serrato del fine settimana comasco. Una sequenza senza nessuna necessità del rigore della cronologia, una potente dichiarazione di identità.

Poco più in là, le Porsche da endurance che a Le Mans giravano nell’oscurità e nella pioggia, giro dopo giro, fino all’alba: la 917 LH, la 908 LH, la 962. E poi l’unica Kremer K3 per uso stradale — costola della 935 che vinse proprio lì nel 1979, con un estrattore posteriore da portaerei e un muso da predatrice.

A Villa Sucota, invece, la padrona di casa è stata Audi: dalla Sport Quattro del Gruppo B alla R26 di Formula 1 del 2026, passando per la R18 e-tron quattro di Le Mans, la RS Q e-tron della Dakar e la e-tron Fe07 di Formula E. Oggetti gloriosi, che in qualche caso ai loro tempi fecero alzare qualche sopracciglio ma che oggi assurgono all’Olimpo dei motori. Parcheggiate all’insegna del casual, non con una stucchevole pignoleria museale.

Distillato di tuning

Per capire dove FuoriConcorso ha trovato la sua espressione più autentica nel 2026 bisognava avventurarsi nella sezione Tuner Extravaganza, il regno di quei preparatori satelliti che hanno scritto pagine importanti in pista o sulle Autobahn. È lì che la disciplina tedesca si incontra con il suo compimento logico: l’eccesso come metodo, la potenza come vocazione, la trasformazione dell’automobile originale in qualcosa che l’ingegnere che l’ha progettata avrebbe trovato, a seconda del giorno, geniale o oltraggioso.

La Mercedes 300 CE 6.0 AMG “Hammer” — costruita quando AMG era ancora una piccola officina esterna e non un dipartimento ufficiale di Stoccarda — aveva il tipo di potenza che non si annuncia: si scopriva quando stavi sverniciando qualcuno sul dritto. La Gemballa Mirage GT trasformava un’auto che già era un “unicorno d’ufficio” come la Carrera GT in qualcosa progettato da chi non è proprio capace di fermarsi a metà strada. E poi ancora le Koenig Specials, più anni Ottanta di Miami Vice, portatrici dell’idea che qualsiasi Ferrari potesse essere resa più veloce, più larga e più improbabile se si provava con la sufficiente determinazione.

Poco distante, nella sezione Concept Cars, la Maybach Exelero e la BMW Vision EfficientDynamics ricordavano invece che l’eccesso tedesco ha più di una forma: può essere muscolare o visionario, può urlare oppure sussurrare, ma parte sempre dalla stessa convinzione — che oltre il limite corrente – di stile o di ingegneria – ci sia qualcosa, e che valga la pena andarci a guardare.

Nella sezione Restomod, l’Eccentrica V12 Titano portava avanti un argomento diverso e più sottile: non l’eccesso per sé stesso, ma la domanda filosofica che ogni restomod serio si pone. La Lamborghini Diablo (il primo Toro uscito sul mercato nell’era Volkswagen) presa come punto di partenza e riscritta verso ciò che avrebbe potuto essere con la tecnologia di oggi. Il V12, il profilo, le proporzioni originali: riconoscibili, ma portati a un livello di precisione, leggerezza e intensità dinamica che la Diablo degli anni Novanta non poteva nemmeno immaginare. Il risultato non si chiama restauro e non si chiama modifica: è una riscrittura. E le riscritture, quando sono fatte bene, hanno qualcosa di sovversivo — dicono che il passato non è un documento definitivo, ma un punto di partenza. Accanto all’Eccentrica, i nuovi progetti Bizzarrini nel centenario della nascita dell’Ingegner Giotto — colui che aveva progettato il motore della Ferrari 250 GTO prima di fondare il proprio marchio — e TS Automobili, altra voce di questo stesso dialogo tra memoria e invenzione. Ogni presenza in questa sezione diceva la stessa cosa con un vocabolario diverso: che il rispetto per il passato non significa metterlo in naftalina.

La moto nel giardino

Non solo auto, però. MV Agusta a FuoriConcorso non è un’anomalia: è una dichiarazione di metodo. La Rush Titanio — sintesi avanzata della famiglia Rush, materiali sofisticati tra cui il titanio che dà il nome al progetto, il concetto di hypernaked portato a un livello di raffinatezza che il termine stesso fatica a contenere — stava a suo agio a Villa del Grumello con la stessa naturalezza della Kremer K3, perché FuoriConcorso non fa distinzioni di carrozzeria e di numero di ruote. Pesa il carattere. Chi arriva con una visione riconoscibile e una storia da raccontare trova il proprio spazio, indipendentemente da come si muove.

Accanto alla Rush Titanio, la special inedita nata dalla collaborazione di MV Agusta con un altro preparatore tedesco di grido, quella ABT Sportsline che deve tanta della sua reputazione alle belle cose fatte sulle Audi negli anni Novanta e Duemila: un incontro tra sensibilità diverse che produce qualcosa che non appartiene né all’una né all’altra cultura presa singolarmente. Anima italiana, metodo tedesco, risultato non classificabile, ma nel senso positivo del termine. Esattamente il tipo di storia che FuoriConcorso sa raccontare meglio di chiunque altro, e che rende ogni edizione diversa dalla precedente anche quando il format rimane lo stesso.

Intorno a queste presenze, l’ecosistema dei costruttori del desiderio contemporaneo: Bentley con la Batur Coupé del programma Mulliner — due esemplari unici, ognuno una tesi sul lusso portato all’estremo — Koenigsegg con la CC850, omaggio venticinquennale alla CC8S originale con il cambio manuale che puoi scegliere di usare o di ignorare a seconda di come ti senti. Pagani con la Zonda Cervino, ultimo progetto del programma Unico: un nome che è già una storia, per un’auto che non ha bisogno di presentarsi. Gordon Murray Automotive con la T.50, la supersportiva a motore centrale aspirato da dodici cilindri a 11.100 giri al minuto, quella che raccoglie l’eredità della McLaren F1 con la stessa lucidità ossessiva con cui il suo creatore aveva affrontato la F1 trent’anni prima.

E poi BRABUS, con la prima mondiale della BODO Gran Turismo Coupé: nuovo capitolo di un marchio che da quasi cinquant’anni traduce l’idea di eccesso in forma coerente e riconoscibile, passando da preparatore di serie al coachbuilder puro senza perdere di vista il filo conduttore. A FuoriConcorso, anche l’eccesso deve avere stile.

Non c’è niente di più succoso della bellezza pura. E a FuoriConcorso, di pura bellezza, c’era da perdersi.

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