Ci sono persone che collezionano oggetti. Altre collezionano esperienze.

Guardando il percorso di Giulia Calcaterra viene spontaneo pensare che appartenga decisamente alla seconda categoria. Negli anni l’abbiamo vista attraversare mondi molto diversi tra loro: dalla ginnastica artistica alla televisione, dal fitness ai viaggi, fino a costruire una vita fatta di surf, immersioni, moto, natura e avventure all’aria aperta. Ma ridurre tutto questo a un semplice elenco di attività sarebbe un errore.

Perché il filo conduttore non sono gli sport. È la curiosità.

Quella curiosità che ti porta a dire “proviamoci” invece di “magari un giorno“. Quella che ti fa scegliere un viaggio in solitaria, una nuova disciplina o un progetto imprenditoriale non perché sia la strada più semplice, ma perché senti che hai ancora qualcosa da scoprire.

Ed è proprio questo che ci ha fatto pensare a lei per la nostra Juicy Issue.

Perché, se c’è una cosa che emerge parlando con Giulia, è che una vita piena non è quella in cui fai più cose possibile. È quella in cui ogni esperienza lascia una traccia. Un viaggio, uno sport, un errore, una scelta difficile: tutto diventa un tassello che contribuisce a costruire la persona che sei.

In questa chiacchierata abbiamo parlato di libertà, social media, imprenditorialità, viaggi in solitaria, sport outdoor e del coraggio di seguire il proprio istinto, anche quando significa cambiare completamente direzione.

Perché, in fondo, una vita davvero juicy non è quella che appare perfetta da fuori.

È quella che, una volta vissuta, ti lascia sempre con la voglia di scoprire cosa c’è dietro la prossima curva.

Negli anni ti abbiamo vista passare dalla ginnastica alla TV, dai viaggi al surf, dal fitness agli sport outdoor. Guardando il tuo percorso da fuori, sembra che tu abbia sempre scelto la strada dell’esperienza. C’è qualcosa che ti spinge continuamente a cercare nuove sfide?

 

“Mi piace dire che la mia vita è un arcobaleno, perché non sono mai stata una persona monotematica o monocolore. Mi rispecchio molto nell’immagine di un albero: ha un tronco solido, radici ben piantate a terra, ma poi si ramifica in tante direzioni. Ecco, mi sento così.

Non vedo perché dovrei limitarmi a una sola strada quando la vita offre così tante possibilità. Basta alzare lo sguardo dallo schermo del telefono per accorgersi che è piena di cose da fare, da vivere e da scoprire.

Certo, ci sono la scuola, l’educazione dei genitori e tutto l’imprinting che riceviamo crescendo, ma credo che la scuola più importante sia la vita vera. Sono le esperienze a formarci davvero.

Per questo non mi sono mai preclusa nulla. Ho sempre avuto il desiderio di esplorare le cose da vicino, di provarle sulla mia pelle. Credo molto in ciò che posso testare personalmente. Non mi basta sentirne parlare o leggere il racconto di qualcun altro: ho bisogno di viverlo.

Ogni nuova esperienza, per me, è un motore di introspezione e di crescita personale. C’è chi trova questa crescita nei libri, chi nella meditazione, chi attraverso dei percorsi specifici. Io la trovo facendo.

Entrare in contatto con mondi, discipline e persone diverse aggiunge ogni volta un tassello alla mia visione della vita. Mi aiuta a crescere sotto ogni punto di vista: umano, emotivo, morale, sentimentale.

Alla fine è proprio questo che continuo a cercare: nuove esperienze che mi permettano di conoscere meglio il mondo, ma soprattutto me stessa”.

Hai mai avuto la sensazione di stare vivendo una vita che non ti apparteneva davvero? C’è stato un momento in cui hai capito che dovevi cambiare direzione?

 

“Sì, ed è successo durante l’anno in cui ho lavorato in televisione.

Ancora oggi capita che mi chiamino per tornare e ogni volta ringrazio, ma rispondo di no. Ho lavorato a Striscia la Notizia dal 2012 al 2013: avevo diciotto, diciannove anni, ero poco più che una ragazzina. È stata la mia prima vera esperienza lavorativa e, proprio per questo, è stata fondamentale.

Lì ho capito cosa non volevo.

Per molte persone la televisione rappresentava il traguardo più ambito. C’era il prestigio, c’erano l’ego e la visibilità. Io, invece, mi sono resa conto fin da subito che non volevo una vita in cui qualcun altro decidesse per me. Non volevo avere qualcuno che tirasse i fili. Volevo essere io a scegliere la direzione.

Così, una volta conclusa quell’esperienza, ho cambiato completamente strada. Mi sono detta: faccio quello che so fare, quello che mi piace e, soprattutto, quello che sento mio. Il resto arriverà.

Ed è esattamente quello che è successo.

Ho iniziato ad allenarmi, a condividere i miei allenamenti su Instagram e, piano piano, quella che era una passione è diventata un lavoro. Poi ho sentito il bisogno di portare lo sport fuori dalla palestra, perché le quattro mura mi stavano strette. Da lì è iniziato tutto il mio percorso nel mondo outdoor.

La cosa bella è che è successo in modo completamente naturale. All’epoca la figura dell’influencer praticamente non esisteva. Non avevo un piano preciso e non sapevo dove sarei arrivata. Sapevo soltanto una cosa: volevo fare ciò che mi rendeva felice.

Ci sono stati anche momenti complicati. Dopo l’esperienza in televisione sono tornata a vivere dai miei genitori perché, semplicemente, non avevo più soldi. Quello che avevo guadagnato era finito tra affitto, benzina e spese quotidiane. Non era la vita dorata che molti immaginavano. Eppure non l’ho mai vissuta come una sconfitta. Mi sono detta: piuttosto dormo in cantina dai miei, ma faccio quello che mi piace davvero.

Credo che quando scegli di essere te stessa, senza inseguire etichette o aspettative, prima o poi le soddisfazioni arrivino. E non parlo solo di soldi. Parlo della felicità di alzarti la mattina e sentire che stai vivendo una vita che ti appartiene davvero.

Per me, tutto è iniziato da lì: dal momento in cui ho deciso di smettere di fare quello che gli altri si aspettavano da me e ho iniziato, semplicemente, a fare ciò che sono”.

Fino a qualche anno fa vedere donne praticare surf, apnea, paracadutismo o altri sport outdoor era molto meno comune di oggi. Hai la sensazione che qualcosa sia cambiato? E cosa ti rende più orgogliosa di questa evoluzione?

 

“Assolutamente sì. Credo che, come succede spesso, anche nello sport ci siano delle vere e proprie ondate. Prima è stato il boom dei social network, poi quello di TikTok, poi del surf… oggi magari è il momento del triathlon e sembra che corrano tutti. Le tendenze cambiano molto velocemente.

Io non sono mai stata contraria alle mode. Se una moda riesce a spingere le persone ad alzarsi dal divano e a fare sport, ben venga.

Spero, nel mio piccolo, di aver contribuito a ispirare tante ragazze a provare qualcosa di diverso. Non solo il surf, l’apnea, il paracadutismo o la pesca subacquea, ma in generale ad avere il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort e sperimentare discipline che magari non avrebbero mai preso in considerazione.

E non è necessario che quello sport diventi la passione di una vita. Basta provarlo una volta.

Perché a volte è sufficiente un’onda, un salto da un aereo o un viaggio per cambiare completamente prospettiva. Non devono vivere la mia vita, né seguire il mio percorso. Ognuno ha i propri tempi, il proprio carattere e i propri limiti.

Se anche solo una ragazza, grazie a qualcosa che ha visto fare da me, ha deciso di mettersi in gioco e quell’esperienza le ha lasciato qualcosa di positivo, allora sento di aver raggiunto il mio obiettivo.

Non mi sono mai sentita in competizione con le altre donne, anzi. Mi rende felice vedere sempre più ragazze avvicinarsi a questo mondo. Per questo organizzo anche viaggi di gruppo dedicati alle donne: mi piace creare occasioni in cui possano provare nuove esperienze insieme, sentirsi supportate e scoprire capacità che magari non pensavano di avere.

Che questa crescita sia nata da una moda o da un amore autentico per uno sport, per me conta relativamente. Se il punto di partenza è muoversi, stare all’aria aperta e scoprire qualcosa di nuovo su sé stessi, allora è comunque un risultato bellissimo”.

Se dovessi consigliare un tipo di viaggio o di esperienza che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita, quale sarebbe?

 

“Se dovessi dare un consiglio, direi una cosa molto semplice: fate almeno un viaggio da soli. È la prima cosa che suggerisco a chi mi scrive dicendomi di sentirsi perso, di avere paura o di non sapere da dove ripartire.

Per me il viaggio, quello vero, è un viaggio in solitaria. Se c’è un’altra persona con me diventa comunque un’esperienza bellissima, ma è diversa. Condividi energie, attenzioni, emozioni. Quando invece sei da solo, tutta la tua attenzione torna su di te.

E non serve andare dall’altra parte del mondo. Puoi partire anche per una meta vicina, Pantelleria, Capalbio o qualsiasi altro posto che non conosci. Quello che conta è uscire dalla routine e imparare a cavartela da solo.

Parlare con degli sconosciuti, orientarti, organizzare le giornate, affrontare piccoli imprevisti. Oggi abbiamo il telefono, le mappe e tutti gli strumenti possibili: viaggiare da soli è molto più semplice di una volta.

Quello che fa davvero paura non è il viaggio. È rompere gli schemi.

Siamo così abituati alla nostra comfort zone, alla casa dei genitori, al lavoro, alle stesse persone e agli stessi luoghi, che uscire da quel guscio ci sembra qualcosa di enorme. Ma è proprio lì che succede qualcosa.

Ogni volta che affronti una situazione nuova, è come sbloccare un nuovo livello di un videogioco. Magari scopri che riesci a parlare con persone che non conosci, che sai cavartela anche senza l’aiuto di nessuno, che sei molto più capace di quanto immaginassi.

Ed è proprio questa la cosa più bella.

Perché un viaggio in solitaria non ti regala solo dei ricordi: ti restituisce fiducia in te stesso. Una fiducia che poi ti porti dietro nella vita di tutti i giorni, in qualunque situazione”.

Nel tuo lavoro si vede tantissimo la parte fisica, ma immagino che dietro ci sia anche un grande allenamento mentale. Ci sono discipline, abitudini o principi che ti aiutano ad affrontare le sfide, nello sport e nella vita?

 

“Assolutamente sì. La prima cosa che cerco di fare è eliminare tutte le distrazioni esterne, tutto quello che considero “spazzatura” per la mia mente.

Quando affronto certi sport non posso permettermi di pensare a un litigio, a un problema di lavoro o a qualcosa che mi ha fatto arrabbiare. Se sto per entrare in acqua, salire su una parete o affrontare una situazione impegnativa, devo essere completamente presente.

Per me è una forma di reset.

In quei momenti esiste soltanto il qui e ora. E non è solo una questione di vivere meglio l’esperienza, ma anche di sicurezza. Se la testa è altrove, rischi davvero di farti male. Dopo questo reset c’è un altro principio che cerco di seguire sempre: mettere da parte l’ego.

Mi ricordo costantemente di essere l’ultima arrivata. Tengo la testa bassa, osservo quello che mi circonda, valuto ogni situazione e non sento il bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno.

Credo che proprio questo approccio mi abbia aiutata tantissimo. Finora, facendo tutti gli scongiuri del caso, non mi sono mai fatta seriamente male. E sono convinta che una parte del merito sia proprio nell’atteggiamento mentale con cui affronto ogni esperienza.

Spesso sui social si vedono solo le foto più belle, ma tutta questa preparazione mentale non si può fotografare. È qualcosa che sta dietro a ogni immagine e che, forse, è persino più importante dell’immagine stessa. 

Sono aspetti di cui mi piacerebbe parlare molto di più, perché fanno davvero la differenza. La cosa interessante è che questi principi non li applico solo nello sport. Li porto con me nella vita di tutti i giorni.

Quando conosco una persona, quando entro in un ambiente nuovo o mi trovo a prendere una decisione importante, cerco di fare la stessa cosa: ascoltare, osservare, capire il contesto prima di agire.

Lo sport, alla fine, è stato la mia palestra di consapevolezza. E tutto quello che ho imparato lì cerco di portarlo anche nella vita quotidiana”.

Hai iniziato a raccontare sport e viaggi sui social quando era tutto molto diverso da oggi. Cosa pensi si sia perso e cosa invece si sia guadagnato in questi anni?

 

“La cosa che, secondo me, si è persa di più è l’autenticità.

Ho lasciato la televisione anche perché era un mondo orchestrato dagli autori. Oggi, paradossalmente, abbiamo un nuovo autore: l’algoritmo.

Sono cambiate le dinamiche, ma il rischio è lo stesso. Molte persone finiscono per costruire contenuti seguendo regole ben precise, cercando l’hook perfetto, il formato che funziona, il trend del momento, invece di esprimersi in modo spontaneo.

Quando ho iniziato era diverso. Si pubblicava perché si aveva qualcosa da raccontare, non perché bisognava soddisfare un algoritmo. Mi sono innamorata dei social proprio per questo: erano uno spazio di libertà, un luogo in cui poter condividere la propria visione del mondo.

Oggi quella libertà, spesso, è stata schiacciata dalla ricerca della performance. Sembra quasi che esista un copione da seguire per poter emergere, e questa è una cosa che sento molto distante dal mio modo di comunicare.

Per questo continuo a fare quello che mi rappresenta, anche se significa crescere più lentamente. Preferisco coltivare una community costruita negli anni, fatta di persone che conoscono davvero il mio percorso, piuttosto che rincorrere numeri ottenuti con contenuti che non mi appartengono.

Detto questo, non credo che sia tutto negativo.

I social hanno anche creato opportunità incredibili. Hanno permesso a tantissime persone di reinventarsi, di lasciare lavori che non le rendevano felici e di costruire una professione partendo dalle proprie passioni.

C’è chi è riuscito a cambiare completamente vita grazie a queste piattaforme, trovando finalmente uno spazio in cui esprimersi e sentirsi realizzato. Il problema, quindi, non sono i social in sé. È il modo in cui li utilizziamo.

Da una parte siamo bombardati da una quantità enorme di contenuti e stimoli. Dall’altra, però, abbiamo a disposizione uno strumento che, se usato con autenticità, può ancora aprire porte e creare opportunità straordinarie.

Credo che la vera sfida oggi sia proprio questa: riuscire a sfruttare tutte le possibilità che i social ci offrono senza perdere la propria identità lungo il percorso”.

Negli ultimi anni hai costruito una collaborazione importante con Yamaha, coinvolgendo anche la tua community in esperienze legate al mondo delle moto. Come è nato questo rapporto e cosa rappresenta per te?

 

“È nato in modo molto naturale.

La cosa divertente è che sono sempre andata in moto, ma l’ho raccontato pochissimo. Anche perché, lo ammetto, all’inizio guidavo senza patente. Facevo tanto enduro, soprattutto all’estero: in Indonesia, sui vulcani, nella giungla… e anche in Italia con qualche amico. Era una passione che faceva già parte della mia vita, semplicemente non la mostravo. Poi è arrivata Yamaha.

Mi hanno chiesto se mi piacessero le moto e io ho risposto: “Sì… però non ho la patente!“. Così sono stati proprio loro a spingermi a prenderla. Ho fatto il corso, ho sostenuto l’esame e da lì è iniziato tutto. Con il tempo ci siamo resi conto di condividere la stessa visione. Non volevamo raccontare semplicemente delle moto, ma tutto quello che ci potevi vivere intorno.

L’anno scorso mi hanno dato la possibilità di proporre un progetto e per me è stata una grandissima soddisfazione. Ho pensato: raccontiamo i motori attraverso la natura e gli elementi, che sono il mio mondo.

Così è nata una campagna in cui ogni mezzo Yamaha era legato a un’esperienza diversa: l’off-road, la strada, il mare. Si passava dalla montagna alla moto, poi alla moto d’acqua, all’apnea… Un racconto che univa avventura, outdoor e movimento, molto più che il semplice utilizzo di un mezzo.

È stato un progetto che mi rappresentava davvero. Poi, però, ho sentito il bisogno di fare un passo in più. Mi sono detta: tutto questo non posso viverlo solo io, voglio condividerlo con le persone che mi seguono.

Così abbiamo iniziato a organizzare esperienze con la mia community. Ed è stata una delle soddisfazioni più grandi. Mi emoziona quasi di più vedere una ragazza affrontare per la prima volta una strada bianca o salire in moto con un po’ di timore che vivere io stessa quell’esperienza. È un po’ come guardare qualcuno scoprire un mondo nuovo.

Mi accorgo che tante persone pensano che quello che faccio sia irraggiungibile. In realtà io sono una ragazza normale che, un passo alla volta, ha costruito il proprio percorso.

Ed è proprio questo che mi piace trasmettere. Non serve partire dall’Everest o da un viaggio estremo. Si può iniziare con un trekking, una giornata in moto o una piccola avventura vicino a casa. L’importante è concedersi la possibilità di provare.

Se le persone tornano a casa pensando “allora posso farlo anch’io“, significa che il messaggio è arrivato. Ed è questa, per me, la parte più bella di tutto il progetto”.

Da atleta e content creator sei diventata anche imprenditrice. Com’è stato il passaggio dall’essere il volto dei tuoi progetti al costruire qualcosa di tuo, come Selvatica?

 

“È stato un passaggio molto naturale, anche se non l’avevo pianificato.

Quando ho lasciato la televisione l’ho fatto perché avevo bisogno di libertà. Poi, lavorando come content creator, quella libertà l’ho trovata: potevo essere ovunque nel mondo, ma a un certo punto mi sono resa conto che stavo lavorando continuamente per gli altri.

Mi ritrovavo a gestire tantissimi clienti contemporaneamente: video, fotografie, contenuti per i social, campagne, materiali per i siti… Ero sempre in viaggio, ma spesso non avevo il tempo di vivere davvero i luoghi in cui mi trovavo.

Ricordo benissimo un viaggio alle Maldive. Era la prima volta che ci andavo e avrei voluto godermelo fino in fondo. Invece lavoravo praticamente tutto il giorno e dormivo pochissimo. Lì mi sono fermata a riflettere e mi sono detta: “Io voglio lavorare meno per i clienti e costruire qualcosa che sia davvero mio“.

Così ho iniziato a farmi tante domande. Cosa mi rappresenta? Cosa uso ogni giorno? Cosa posso creare che racconti davvero la mia storia? La risposta è arrivata quasi da sola: i costumi da bagno. È nato così Selvatica.

Non volevo realizzare un semplice prodotto, ma qualcosa che raccontasse uno stile di vita. Non avevo bisogno di servizi fotografici costruiti in studio: mi bastava vivere le mie avventure, indossare quei costumi e lasciare che fossero le esperienze a raccontarli.

Alla fine è stato proprio questo a fare la differenza.

Il nome stesso, Selvatica, arriva dalla mia infanzia. I miei genitori mi chiamavano così quando ero piccola. Sono piemontese, sono cresciuta tra le risaie e, invece di giocare con le bambole, passavo le giornate a rincorrere rane, andare in bicicletta e stare immersa nella natura. Per questo mi è sembrato il nome più naturale possibile.

La cosa divertente è che tante persone oggi mi definiscono un’imprenditrice, ma io non mi sono mai svegliata pensando: “Adesso costruisco un brand“.

È successo tutto molto spontaneamente. Ho sempre seguito quello che sentivo giusto fare in quel momento. Tante decisioni sono nate più di pancia che da una strategia studiata a tavolino. Forse è proprio questo il filo conduttore del mio percorso: ascoltare il mio istinto e costruire qualcosa che mi assomigli davvero. Alla fine credo che le persone percepiscano quando un progetto nasce da ciò che sei e non da ciò che pensi possa funzionare”.

Immagina di avere davanti la Giulia di vent’anni fa. Cosa le diresti?

 

“Le direi di sbagliare il più possibile.

Di non avere paura degli errori e di non giudicarsi troppo. Gli sbagli fanno parte del percorso e, anzi, sono spesso le esperienze che ci insegnano di più. Le direi anche di non fermarsi mai.

Perché è proprio nei momenti di difficoltà che tante persone rinunciano. Invece, secondo me, bisogna continuare a provare. Più esperienze fai, più possibilità hai di costruire la vita che desideri davvero.

E poi le direi una cosa che ho imparato con il tempo: fidati del tuo istinto.

Vent’anni fa non avevo ancora imparato ad ascoltarlo fino in fondo. Oggi, invece, posso dire che ogni volta che l’ho seguito mi ha portata nella direzione giusta.

Per questo il consiglio più importante che darei alla Giulia di allora è proprio questo: continua a metterti in gioco, non avere paura di sbagliare e non smettere mai di ascoltare quella voce interiore. Perché, alla fine, è quella che ti conosce meglio di chiunque altro”.

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