«Sono proprio le sfide che guidano il design». 

Per decenni, gli appassionati di motori hanno nuotato in una rassicurante bolla cromatica. Le Ferrari rosse. Le Harley nere. Le tedesche grigie come un consiglio d’amministrazione. I taxi gialli, poi bianchi. Senonché, di tanto in tanto, dal cielo cade il meteorite che sconvolge l’ecosistema. Anche se è passata qualche settimana, nella Wheelz issue dell’estate e dei colori è impossibile non ripensare al caso Ferrari Luce. 

Tutto è stato detto e contraddetto della super e-car che ha subito ottenuto il risultato più importante del design contemporaneo: dividere.

In questo caso, spaccare. Non soltanto per le forme, considerate da alcuni una visione futurista e da altri un maxi-gadget uscito dall’Apple Store di Dubai. Avete dato un’occhiata alle colorazioni del configuratore online? Una palette di toni chiari pastello, lontanissimi dall’aggressivo catechismo cromatico di Maranello. Di default – orrore, sacrilegio! – è il Rosso Corsa con il suo bello scudetto giallo, ma puoi averla anche Azzurro La Plata, Bianco Artico, Rosso Fiammante o Dino (che è un quasi-aragosta Anni 70), Giallo Luce. 

La versione più cliccata e perculata è quella azzurra, che rende la vettura così simile a una famosa saponetta, se vista di tre quarti, o a una piscina gonfiabile, dall’alto. Una tinta molto Cinquanta: era la livrea ufficiale delle vetture e delle scuderie argentine, storicamente legata anche alla Berlinetta Tour de France e ad Alberto Ascari. Il due volte campione del mondo del Cavallino indossava sempre maglia e casco azzurri perché li considerava il suo portafortuna. L’unico giorno in cui ne fece a meno, a Monza, sapete come andò a finire.

La citazione virgolettata in testa è del designer industriale australiano Marc Newson, socio di Jonathan “Jony” Ive della LoveFrom, l’agenzia alla quale John Elkann – bollato come distruttore dell’asset ereditario – ha affidato il design della Luce. Dietro l’operazione c’è appunto Ive, il designer che si fece conoscere con gli iMac G3 colorati. Fu lui, alla fine degli anni Novanta, a trasformare il computer da strumento tecnico a complemento d’arredo pop. Fino a quel momento, i pc erano beige, grigi, utili e tristi come le fotocopiatrici. Poi arrivò il flower power dell’iMac in Blueberry, viola Grape, verde Lime, rosso Strawberry, arancione Tangerine. Traslucido, acquatico, giocoso. Come a dire: “Puoi divertirti anche lavorando”. Una rivoluzione estetica e culturale che solo gli oggetti di design più potenti sanno portare. 

La Ferrari Luce sembra voler osare la stessa cosa: togliere il marchio dalla liturgia della performance per portarlo dentro una nuova idea di lifestyle. 

Il problema è che i ferraristi sono spesso conservatori come un navigatore satellitare del 1996: qualsiasi strada nuova la considera un errore di percorso. E infatti il web pullula di adepti che invocano il ritorno immediato della disciplina. Ecco, forse insieme alle sovrastrutture mentali, con un po’ di garbo si poteva togliere anche lo scudetto con il cavallino rampante. Come fece nel ‘68 il titolare del marchio con la Dino, alla quale mise il nome del figlio, non il cognome. 

Il fatto è che la potenziale clientela della Ferrari Luce non coincide con quella tradizionale, che una Ferrari elettrica la comprerebbe solo per il gusto di vedere in quanto tempo brucia. Invece suo figlio, o suo nipote? Qui sta il punto. Storicamente Maranello vende performance, mito sportivo, appartenenza, ritualità. La Luce parla un’altra lingua. Più vicina alla design culture, all’architettura contemporanea, al luxury lifestyle. Tecnologia avanzata in un’estetica fashion. 

D’altronde, la clientela Ferrari under 40 ha raggiunto il 40% del totale e batte bandiera asiatica, mediorientale, californiana… Giovani ereditieri, nuovi ricchi pescati fra gli imprenditori hi-tech, i professionisti creativi ad altissimo reddito, gli architetti e i collezionisti di design contemporaneo, attori del luxury internazionale. Trenta-quarantenni che magari non hanno mai desiderato una Ferrari “classica” e antepongono il comfort di un ecosistema hi-tech all’aggressività tradizionale. Vogliono esclusività, ma senza che sia uscita da un paddock. Preferiscono il design sofisticato per tutti i giorni, alla teatralità meccanica. 

Per questo i colori pastello quasi domestici non sono un dettaglio, ma il messaggio di una tecnologia viva, personale. Una Ferrari color ghiaccio, sabbia o rosa tenue perde intenzionalmente un po’ di aggressività, per acquistare status hi tech. E poi, anche la tecnologia sta tornando al colore. In cantina il bianco, il nero, l’alluminio satinato, che dal lusso sono scivolati nell’anonimato, si torna a certe palette di toni che non si vedevano – appunto – dai tempi degli iMac G3.

È un riflesso sdrammatizzante già visto, con meno clamore, sulle Porsche color pastello contemporanee, sulle Range Rover SV Satin Champagne, sulle Mercedes Maybach bicolore. Un bel polverone l’aveva alzato l’anno scorso la e-Jaguar Type 00 in rosa Barbie, per i motivi di cui sopra. Nel design contemporaneo, il rosa abbatte la rigidità con un’estetica più ironica e inclusiva che non vuole più necessariamente urlare, solo farsi riconoscere da chi la capisce e se ne sente protetto. Qui nasce il conflitto con i puristi che vogliono una Ferrari rossa o gialla, rumorosa, sessualmente esibita, virilmente prestazionale. La Luce si sente di non dover dimostrare nulla. Che, nel lusso contemporaneo, è forse la forma più sofisticata di ostentazione.

Tra auto e moto, il rapporto fra tradizione e colori “disruptive” è molto più antico di quanto sembri. Ricordate le auto tedesche degli Anni 70 in tonalità giallo evidenziatore, arancio acceso, verde mela? Parcheggiate sui lungomare della riviera adriatica, causarono uno shock culturale che sollevò l’indignazione degli automobilisti italiani. Eppure, quelle tinte assurde erano sicherheitsfarben, colori di sicurezza. Studi dell’epoca sulla sicurezza stradale dimostrarono che le auto scure o grigie si mimetizzavano facilmente con l’asfalto, con la nebbia o durante il crepuscolo, aumentando il rischio di incidenti. I toni squillanti signal garantivano che il Maggiolino Volkswagen di turno fosse visibile a grande distanza anche in condizioni meteorologiche avverse. Diverse compagnie assicurative tedesche offrivano sconti sul premio della polizza a chi acquistava un’auto con una carrozzeria ad alta visibilità. Così la funzionalità generò uno stile immediatamente riconoscibile.

Nel mondo delle moto, la faccenda è ancora più interessante, perché le due ruote hanno spesso anticipato le auto. Da manuale il caso della Triumph Speed Twin del 1937. Il suo designer, Edward Turner, la volle rosso amaranto. Una trovata di marketing (ispirata dai fiori della moglie, pare) che all’epoca rappresentò quasi un’eresia. Le moto di Sua Maestà britannica erano ingessate in completi scuri austeri ed economici. Portare un rosso scuro all’italiana, accompagnato da filetti e cromature, significava introdurre un’eleganza nuova e d’impatto, più sportiva. E fu un successo. 

Pochi anni dopo, nel 1946, arrivò la Vespa, che quest’anno festeggia il suo 80° compleanno. Il primo modello, detto 98, non era scarlatto né cromato, tantomeno glamour. Però aggraziato dal suo bellissimo verde tenue, inedito su qualsiasi motocicletta. Era un residuato bellico: l’Italia era devastata, le materie prime scarseggiavano e a Pontedera la Piaggio, che era un’azienda aeronautica, aveva i magazzini pieni di latte di cromato di zinco, una vernice protettiva usata per gli interni e le carlinghe dei bombardieri come il quadrimotore P.108. Anche l’originale Celeste Bianchi ha una storia simile che risale al dopoguerra precedente, in un color-block di biciclette nere. Altro che fashion: fu l’arte di arrangiarsi a generare il Made in Italy.

Avanti veloce fino alle maxienduro Honda degli anni Ottanta. Con il suo monocilindrico rosso, il maxi-serbatoio bianco attraversato da strisce multicolori, la sella blu e i cerchi oro, la Honda XL600 LM sembrava disegnata da qualcuno appena uscito dal party finale della Parigi-Dakar. La Polaroid dell’avventura trasformata in festa visiva, in una scelta di design controversa, audace, felicemente pop. 

Qualche anno dopo arrivarono le Ducati Paso e 851 tricolore, sfacciatamente italiane. Perché il punto è questo: le verniciature dirompenti all’inizio scandalizzano, poi diventano storia. 

Succederà anche con la Luce? Magari no, resterà una Ferrari sbagliata ed episodica come fu la Mondial. Un esperimento stilistico da ricordare con lo stesso sorriso compassionevole con cui oggi guardiamo alle camicie hawaiane di Vamos a la playa. Ma non è detto. Il bello di certi colori è che fanno irruzione nel design industriale senza chiedere il permesso. Entrano in scena, disturbano, dividono. Soprattutto ci ricordano che automobili e motociclette non sono soltanto mezzi di trasporto, o strumenti di performance. Possono essere giocattoli emotivi, oggetti culturali, manifesti visivi. In fondo, ai suoi tempi lo stesso Rosso Ferrari fu considerato disruptive fuori dalle corse. Solo che non possiamo ricordarlo. 

E vai a predire cosa sarà fra trent’anni, il mercato collezionistico delle e-classic…

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