Sono poche le cose scontate nella vita: il sole sorge e tramonta, l’estate lascia il posto all’inverno, la spia dell’olio motore si accende nel momento meno opportuno della tua giornata e… a un certo punto arriva il cambio generazionale. Che avviene per qualunque cosa: persone, musica, arte. E anche per il tatuaggio. Nuove generazioni di tatuatori e nuove generazioni di clienti.

Cari miei, reggetevi forte perché oggi vi catapulto dritti al centro lavico di un trend, figlio dell’era moderna e alimentato dell’avvento dei social, che sta minando un mondo dove i valori e l’etica sono ancora sacri.

Il tattoo è una cosa che ha sempre suscitato curiosità e, in alcuni casi, esercitato fascino. Così come chi, munito di macchinetta e inchiostro, ti imprime quei segni indelebili sulla pelle. Questa percezione, però, si chiude probabilmente con la mia generazione. Quella dei Millennials. Entrare in uno studio di tatuaggi, ai tempi in cui io ero ragazzina (sì, ditemi che lo sono ancora adesso, grazie) equivaleva a varcare la soglia di un tempio dove la persona dall’altro lato ti provocava quella lieve sensazione di disagio interiore. Avevi a che fare con qualcuno che di quel mondo ne sapeva a pacchi, che faceva parte di una nicchia senza free entry, che era nella posizione imprescindibile di commentare e anche di dirti di no. Una figura detentrice di cultura e di un mestiere che non venivano messi in piazza tutti i giorni.

Negli anni ho avuto la fortuna di conoscerne di tatuatori, di avere accesso al loro tesoretto di informazioni, di apprenderne valori ed etica che affondano le radici in tempi lontani, e vengono custoditi con cura. Come sei diventato tatuatore? Tenacia, dedizione e costanza era la risposta. Devi fare la gavetta, iniziare dalle pulizie, dalla preparazione della station, devi piegare miliardi di pezzi di carta e disegnare a matita quante più tavole possibile prima di avere il privilegio di prendere in mano una macchinetta. Sempre che te la diano e tu abbia avuto la fortuna di essere considerato in principio. È un mestiere che viene tramandato, non insegnato, e racchiude un codice morale che va mantenuto alto. Non si tatuano mani, collo e testa se non lo si è meritato. Eh sì, l’inchiostro su queste parti del corpo era concesso solo a chi aveva già ampie porzioni di blu addosso.

Tutte cose che, complice il cambio generazionale appunto, si stanno perdendo. Basta aprire una qualunque bacheca social per capire che tutto questo sta cambiando. Nell’era in cui il tasso di aumento dei tatuatori in circolazione sale del 200% ogni 5 anni, è evidente che questa professione sia diventata cool, trendy, sdoganata. Ma è altrettanto ovvio che si stia perdendo la componente culturale.

I wanna be di oggi sono abbastanza motivati per seguire un percorso old school? No. Perché? Perché manca la pazienza, la perseveranza, la comprensione, il rispetto del ruolo mentore-apprendista e del tatuatore stesso. Oggi si vuole “tutto e subito”, bisogna mostrare al mondo che si è Pro, anche se in fasce. Infatti, la percentuale di chi riesce a completare il percorso “vecchia scuola” è bassissima.

E quindi l’offerta di corsi flash dove “pronti, via. Ecco come si usa la macchinetta…” è decollata. Tutti tattoo artists adesso, con miliardi di views su TikTok e uno status che da “tenebroso e fascinoso” è diventato nazional popolare. Ma a che prezzo? Hey, saper usare una macchinetta non farà di te un tatuatore, così come saper guidare una moto non farà di te un pilota. Intendiamoci. Ci vuole molto, molto di più.

Per andare ancora più a fondo alla questione, ho fatto quattro chiacchiere con due persone che auspicano un ritorno alla tradizione e alla cultura del tatuaggio, ma in modo differente.

Dietro la station, macchinetta alla mano, Kelly Red, noto tatuatore della scena traditional. Non un boomer, non un Gen X, ma un Millennial classe ‘89. Perché ve lo dico? Perché fa già parte della nuova generazione di tattoo artists, ma viene dalla vecchia scuola. 4 anni di gavetta smazzata per avere un bagaglio culturale degno di dargli accesso a questo mondo, per ereditare tutto ciò di cui abbiamo accennato sopra. Etica, morale, rispetto.

Le sue parole sono state la conferma di tutto ciò che ho sempre sentito dire e ciò che ho vissuto in prima persona.

“Ebbi il mio primo tatuaggio a 14 anni e solo dopo quel momento ho instaurato un rapporto con quello che era il mio tatuatore. Alla fine delle superiori arrivò il secondo tatuaggio e, durante la seduta in una delle botteghe storiche di Milano, dissi per scherzo che avrei voluto imparare. E lui accettò. Per un anno e mezzo il mio compito fu quello di aprire il negozio tutti i giorni, pulire, saldare gli aghi, preparare la station e gli stencil in modo che al suo arrivo fosse tutto pronto. In pausa pranzo pulivo lo studio e disegnavo i tatuaggi del giorno dopo. Quando non avevo il privilegio di stare in cabina, disegnavo, disegnavo, disegnavo. Cento velieri, cento cuori, cento tutto. E disegnare su carta è fondamentale per sviluppare manualità, ma anche creatività. Oggi basta prendere due disegni da Pinterest, metterli insieme su iPad in modo carino e il disegno è pronto. Non fraintendermi, non sono contro la tecnologia, anzi. Ma per chi inizia, l’approccio old school è fondamentale per immergersi nella vera cultura di questo mondo. Ad oggi, quasi nessuno sa chi sia Gianmaurizio Fercioni. Cioè, stiamo parlando del padre del tatuaggio italiano. Nessuno sa un sacco di cose che stanno alla base di questa professione”.

Dopo un anno e mezzo nella storica bottega meneghina, Kelly cambia studio e inizia a lavorare con Pietro Sedda, artista di fama internazionale, dove la sua formazione si completa.

“Feci un tatuaggio ad un ragazzo, Pietro lo vide e mi prese come apprendista nel suo studio. Iniziò la mia strada nel mondo dei tattoo artist, ma attenzione: nessuno mi insegnò a farlo. Quando sei apprendista non ti insegnano a tatuare. Se sei sveglio, “rubi” tutto quello che puoi rubare per farti una cultura, costruire il tuo sapere e imparare il mestiere. Se non sei sveglio, non ci arriverai mai. Iniziai a frequentare le Tattoo Convention, che ai tempi erano completamente diverse da come sono ora. Quando andavi al Quark, ad esempio, nessuno ti faceva vedere come tatuava, nessuno ti dava retta o ti considerava. Era un mondo chiuso, accessibile solo a chi aveva dimostrato di valere. Venivano invitati i Top Artists del mondo, considerati mostri sacri del tatuaggio perché avevano contribuito a far crescere la cultura e diffonderla consapevolmente. Oggi vince la legge dei numeri e la maggior parte viene invitata perché ha tanti follower. Quello che augurerei a tutti gli aspiranti tatuatori è di ripercorrere la buona vecchia strada dalla quale tutti noi siamo passati. Anche se temo non accadrà”.

Dietro la “cattedra”, ma quella del Preside, Gian Maria Regazzetti, founder degli studi di tattoo ELEVENINK e della ELEVENINK TATTOO ACADEMY, che mi ha spiegato come sta cambiando il mondo accademico legato all’arte del tatuaggio e perché è importante tornare agli albori del metodo di insegnamento, ma in chiave moderna. New Gen, appunto.

I famosi corsi “pop-up” di cui sopra hanno sicuramente reso questo universo più fruibile e decodificabile, ma allo stesso tempo non hanno decisamente aiutato a inserire nel mondo del lavoro tatuatori preparati e competenti. L’effetto “ecco come si usa la macchinetta”, appunto. Secondo Gian è fondamentale che gli allievi siano preparati da persone con un bagaglio culturale denso, in grado di tramandare i valori, oltre al mestiere.

“Di recente Regione Lombardia ha emesso un decreto che porta i corsi per tatuatori ad avere 1.500 ore come durata minima obbligatoria. Ed è un passo in avanti enorme, considerando che prima duravano 90 ore (e alcuni ancora adesso). Ai ragazzi serve tempo per imparare. Quello del tatuatore è un mestiere artigianale, ricco di dettagli che non possono essere tralasciati. Più ore a disposizione significa più tempo per studiare la tattoo culture declinata sui diversi stili, per disegnare su carta prima di passare a lavorare con i tablet, per capire il percorso che hanno scelto di intraprendere”.

Il tatuaggio è un’arte senza tempo. Ma proprio grazie al tempo si acquisiscono sapere, esperienza e sensibilità. La velocità, qui, crea un ponte artificiale che scavalca tutto ciò che un ritmo più lento potrebbe fornire come valore aggiunto. Cari New Gen Tattooer, non spingete sull’acceleratore.

Kelly Red lo trovate questo weekend alla Milano Tattoo Convention e sta per aprire un nuovo studio a Monza, Lenoir Tattoo.