Urla. Insulti. Frasi minacciose. Bullismo. Fuck off yankie, fuck off! Uno stile fuori dagli schemi, insomma. Sono gli Anni 70, si surfa dove c’è un cartello di divieto. Si surfa tra detriti e pali rotti dei moli. La ricerca dell’estremo è una smania. Un certo tipo di educazione, qui, è acqua passata, acqua calma che sta per essere travolta da uno tsunami. Si fa a cazzotti per un’onda rubata. E per LORO è tutto normale, ordinaria amministrazione.

I pomeriggi ad Ocean Park non sono una passeggiata tranquilla in riva al mare…

Quando non c’è onda i ragazzi del luogo sono assaliti dalla noia e turbati dalla decadenza del quartiere. Le nuove figure inventate in acqua vengono disegnate con la tavola da skate nei ghetti della città. Marciapiedi, argini in cemento, strade in discesa, viadotti, fino ad arrivare alle piscine vuote, quelle che sembrano costruite per indurre a sfidare la gravità. Un retrogusto di illegalità e di rivoluzione su rotelle pervade chi è scosso da uno spirito nuovo. È una continua sfida per creare qualcosa di inedito sulla tavola.

È a questo punto che la storia svolta. Succede che Jeff Ho tutto questo fermento lo vede. In generale, va detto, Jeff è uno che ci vede lontano. Nel 1971 aveva già aperto a Santa Monica insieme a Skip Engblom e Craig Stecyk un surf shop, il Jeff Ho & Zephyr Shop dove produce e vende tavole da surf. Lo Zephyr Shop, nel cuore della zona degradata di Dogtown, diventa un ritrovo regolare dei surfisti che frequentano il Pacific Ocean Park, quello che fu il più importante luna park della West Coast costruito su un enorme pontile, chiuso dopo una semi-catastrofe avvenuta nel ’68 in cui i piloni di legno cedettero, affondando parzialmente la struttura.

E insomma, succede che Jeff, nel tempo di un’onda, raccoglie dalla strada questi giovani scalmanati di diverse provenienze etniche e fa del suo surf shop rivoluzionario la loro tana sicura, tanto che molti di loro lavoreranno lì in pianta stabile, lontano da degrado e famiglie a pezzi. Da qui alla creazione di un team di skater il passo fu breve. Ed è così che Tony Alva, Jay Adams, Stacy Peralta, Wentzle Ruml IV, Bob Biniak, Jim Muir, Nathan Pratt, Shogo Kubo e Peggy E. Oki entrarono nello Zephyr Team (universalmente noto come Z-Boys), cambiando drasticamente e definitivamente lo skateboarding.

Piccolo passo indietro. Se vi state ancora chiedendo come si sia passati dal surf allo skate, vale la pena approfondire un attimo. Eccovi svelato l’arcano. In California le onde grosse, quelle giuste per surfare, si trovano solo al mattino. Già dalle 10 non vanno più bene. Ciò si traduce in tante ore libere ogni giorno.

Lo skate era fuori moda dalla metà degli anni Sessanta, relegato al ruolo di giocattolo per marmocchi. Era persino difficile trovare tavole in commercio, tanto che i futuri Z-Boys le prime tavole se le costruivano da soli, smontando pattini a rotelle, raccattando tavole di legno dai cantieri e assemblando il tutto alla bell’e meglio. E poi? Inizialmente queste tavole di fortuna avevano il ruolo di scarrozzarli su e giù per il lungomare, giusto per tener d’occhio le onde. Poi arrivarono, come detto, Skip Engblom e Jeff Ho ad allenarli, arrivò il team e tutto cambiò.

Da quel momento in poi, nei contest nazionali i giudici sono in crisi. Lo stile degli Z è duro e aggressivo. Le loro figure non rientrano nei canoni di giudizio. Gli Z-Boys insultano i rivali. Lo skateboarding ha davvero rotto con il passato, è una cosa diversa. Completamente diversa. Nell’arco di un anno, lo stile combattivo di Dogtown iniziò a dettar legge e Jay Adams, Tony Alva e Stacy Peralta, in particolare, diventarono superstar internazionali, esportate in tutta l’America anche grazie alla pubblicità di riviste e tv.

Prendetevi un pomeriggio di full immersion in un giorno di pioggia senza onde e guardatevi il docu Dogtown and Z-Boys, diretto da Stacy Peralta, e il film Lords of Dogtown, basato sullo script di quest’ultimo. Raccontano perfettamente tutta la storia (di Dogtown e degli Z). Valgono le ore di inattività, garantito.

Ma dicevamo. Dicevamo che lo skateboarding sta al punk come il punk sta a tutto ciò che punk non è. Gli anni passano e arriviamo alla fine degli ’80. La musica cambia ancora. Adesso si costruiscono strutture apposite per praticare skateboarding. Spazi edulcorati rispetto a quelli ruvidi degli esordi degli Z, dedicati in modo specifico allo skate come sport riconosciuto e alle esigenze degli atleti superstar. Stesso posto, attitudine completamente diversa. C’è chi la chiama evoluzione…

Il contorno? Da un grande Half Pipe si scorge sul fondo una nuova band caricata a molla sul palco: li chiamano Red Hot Chili Peppers. Davanti a loro alcuni sbarbati che si chiamano Tony Hawk, Steve Caballero e Chris Miller battagliano a colpi di trick per uno dei contest più spettacolari di quegli anni. Prendetevi un attimo e date un’occhiata qui sotto per farvi un’idea…

Sta succedendo di nuovo. Il vento sta cambiando ancora. Lo skateboard oggi sta diventando un fenomeno di massa, uno sport codificato fatto anche di tanta, tanta immagine. Servono icone. I brand di streetwear fanno a gara per accaparrarsi i talenti più stilosi.

Oggi anche le ragazze sono tante e spaccano. I social impazziscono per loro. Leticia Bufoni e la piccola Sky Brown, nei loro rispettivi generi, danno decisamente la paga a tutti, anche alle migliori influencer. La prima è brasiliana, classe ’93, sei volte medaglia d’oro agli X Games. Ha anche rappresentato il Brasile ai Giochi olimpici estivi di Tokyo 2020 nello street. Ski, invece, è la next gen che avanza. Britannica, nata nel 2008 da padre inglese e mamma giapponese, surfa e fa skate praticamente da quand’era in fasce. Lei a Tokio 2020 si è anche portata a casa un bronzo in park. Così, tanto per mettere subito le cose in chiaro…

E noi continuiamo a fare il nostro, aspettando la prossima rivoluzione. Intanto, la primavera è alle porte. Da Marzo si salta sulla tavola con i corsi di skateboard Spring 2024 e gli istruttori di Sbanda Brianza. Le location sono tutte da scoprire, QUI.

Urla e schiamazzi sono sempre ben accetti…