Ho iniziato a fare snowboard a 14 anni perché andavo in skate, perché tutti andavano in skate, perché Avril Lavigne iniziava a canticchiare “sk8rboy” sotto la doccia (lo so che state pensando a quella Dea dell’Avrilona sotto la doccia, vi vedo…). E quindi, se non andavi in skate, rischiavi pericolosamente di essere in bilico tra uno sfigato, uno sfigato fighetto o uno sfigato senza speranza. Le fermate dei bus davanti alle scuole erano una poppeggiante orda di emo, dark e punkettini: soggetti con improbabile frangia lunga e felpe a stelline si litigavano la scena con 15enni vampireggianti o con la cresta. Unico terreno comune: l’odio per i borghesi fighetti, che sicuro erano anche skiers. Erano gli anni degli skate infilati di traverso nell’Eastpak, quelli in cui se avevi le Etnies ti beccavi un limone da quella di un anno più grande. Far parte dell’élite ribelle di quelli che sfidavano l’alpe padroneggiando uno snowboard sulla neve significava solo una cosa: gloria (e limoni).

Ho iniziato così, per caso, e mi è andata veramente di culo.

Perché non so cosa avrei fatto tutti questi anni senza lo snowboard. Lo snowboard è cresciuto con me, dentro di me, è stato la mia voglia di esplorare, il mio primo “fanculo” di liberazione al cliff troppo alto droppato comunque e la mia prima vera esplosione di gioia al jump o alla rotazione chiusa. Erano gli anni in cui al pomeriggio si provava qualche trick e si andava a casa di quello di turno che si era immancabilmente rotto “qualcosa” con “qualcosa” (skate, cross o bmx che fosse) e si mettevano su VHS fino a sera. Si stava lì, al capezzale del moribondo, a guardare ore e ore di video, aspettando la merenda della Santa Madre di turno: “Compiti zero, si copia domattina dal secchione (il fighetto skier)”.

Mi ricordo ancora l’attimo in cui ho raggiunto il Nirvana, l’illuminazione, il momento della chiamata divina, della vocazione… Non ricordo chi fosse il rider nella VHS, ma in basso sullo schermo c’era il titolo della colonna sonora: Senza limite dei Porno Riviste, il cui testo dice così: “Cala il sipario mentre sto volando, c’è un fuoco lento che mi sta bruciando, c’è qualche cosa nel mio cervello, che esplode di emozioni senza limiteeeee”.

Lo snowboard era punk, lo skate era punk, noi volevamo essere punk. Punkto. Pantaloni della Brugi presi dalla mamma al mercato (rigorosamente quella mezza taglia in più), maglietta del gruppo-etichetta indipendente e simili del concerto del sabato prima, guantoni dell’Invicta e cuffietta Protest con la visierina, niente giacca: praticamente eravamo Jersey Shore, ma ancora non lo sapevamo. Peccato, avremmo fatto del grano. Lo snowboard era semplice: avresti venduto tua madre, il gruppo termico Polini e la MHR scarico alto all’amico per comprare una Nitro, possibilmente la Team (gli scritti del tempo narrano di qualcuno che sia riuscito a cedere la propria anima al diavolo per una Suprateam, ma non è dato saperlo con certezza), fottesega se di 5 stagioni prima. E poi c’erano cinque collegamenti di treni regionali per andare nella località inculandia dove quel giorno lo skipass costava la metà. Panino nello zaino e boots già calzati, tanto faceva freddo.

Poi lo snowboard è diventato snow. Più corto, più familiare, più trendy, più alla portata di tutti. Le località sciistiche sono passate da farci la guerra perché eravamo “spazzaneve”, a farci la corte perché eravamo di più. Gli snowpark si sono moltiplicati come i brufoli di un 15enne. Da punk che era, lo snow è diventato fenomeno e da fenomeno è diventato consumismo, moda sfrenata. Oggi non so (anzi non sapevo), scegliermi una tavola da solo, tanto vasta, variegata e inutilmente ridondante è l’offerta. L’interno della tavola si chiama Anima. E l’anima, se la farcisci di branding e stronzate, vola via. Quello che resta è un pezzo di legno che scivola giù da un pendio. Noi non lo vogliamo un pezzo di legno senza l’anima; mi aspetto a ogni stagione una qualche stronzata tipo lo schermo tft sullo snow o la connessione bluetooth “per condividere con i tuoi amici”. Sono autodidatta, siamo stati una generazione di reciprocodidatti cresciuti sbagliando mentre ci aiutavamo a crescere; saremo sempre un pochino storti, sporchi e un po’ in controrotazione, ma saremo sempre autentici.

Una sera, mentre ero al lavoro, un collega dell’età su per giù di mio padre mi dice: “Mi han detto che sei bravino in snow”. Dentro di me rispondo: “veramente sono un semidio“. Invece, sorrido e sto rigorosamente zitto. Sempre lui: “Qualche volta andiamo a fare una surfata insieme”. Dentro di me rispondo: “Sì, così mi tocca fermarmi a aspettare anche te, tzé”. “Dai volentieri”, dico.

Non lo sapevo, ma era IL coach (ciao Furlo, ti voglio bene!). Il maledetto siluro che, ancora oggi, tra i pali e nelle carvate strette continua a rifilarmi qualche secondo. “Sei inguardabile, sei tutto storto. Meno male che hai un bel piedino sulla tavola, quello ti salva”. E poi continua con: “Sì, ma lo sai che noi facciamo un altro sport”. Ed è vero.

Ecco, è di questo sport che vi voglio raccontare; di quando l’idilliaca ESSSSE che immaginate disegnare con lo snowboard su un candido pendio assolato come nei reel dell’Instagram si scava, si spigola, si verticalizza e diventa radicale. Prende le forme di una Z, come quel negroni di troppo che ti sale di botto, di traiettorie troppo strette in canali troppo verticali per lasciare spazio alle morbide curve della idilliaca ESSSSE di cui sopra e di tavole che tornano ad essere come alle origini, con lamine tirate a 88° affilate come spade e veloci come razzi, razzi lanciati in verticale, Vertical Launch System, VLS… ma non voglio spoilerare.

Il Coach mi diceva spesso: “Te devi andare ad Alagna, lì ci son quelli come te con le picche da ghiaccio sullo zaino da snow. Ci son dei canali che son il tuo pane”. Prima o poi ci vado, promesso coach. Ma andiamo per gradi. Avete presente quelle mattine in cui ti alzi e pensi: “oggi cambio moto”? E intanto hai portato a casa la quarta, ma non volevo divagare… Comunque, presente quelle mattine? Ecco, una mattina mi son svegliato con la consapevolezza che la mia povera Turbodream era arrivata alla fine della sua gloriosa e plurirattoppata carriera. E lì il dramma.

Sì perché, come vi dicevo, ci hanno voluto vendere così tanto in questi anni che adesso non c’è più niente che “puzzi di benzina” (if you know what i mean). La tavola è il tuo prolungamento: quando il gioco si fa duro (e i duri cominciano a giocare?) è quella cosa che deve girare quando vuoi girare, quella cosa che deve far corrispondere ogni grado del tuo pensiero con un grado di inclinazione o direzione, cioè fai prima a decidere cosa vorresti fare da grande alle elementari, in pratica. Ma no, la scelta della tavola non la puoi sbagliare.

Adesso c’è la tavola col profilo così, quella che fa il caffè, quella che va presa un po’ più corta di tutte quelle cazzo di misure che hai dovuto faticosamente e algebricamente imparare negli anni perché “le geometrie si sono evolute Alex, dai”. Sono un uomo analogico in un mondo digitale: voglio una tavola che vada forte, che spinga se la sai spingere, che mi tiri fuori dai casini se la faccio un po’ troppo fuori dal vaso in qualche canale steep e che galleggi come un motoscafo nella powder. Voglio tutto e sì, lo voglio anche all black, rigorosamente.

Ho approfittato dei Back to the Roots per andare a provare un paio di tavole, ma io non so come fate: cioè, io se una tavola non la porto un po’ al limite in un paio di situazioni diverse, non riesco mica a capire che anima abbia. Come fate a provarle 15 minuti su mezzo km di pista piena di “birilli” (ehm, skiers) e trovarvi o non trovarvi? Per me è come provare una Delta per 3 semafori e aver capito pregi e difetti. Mistero…

Insomma, mi hanno parlato di un artigiano su in Valsesia. Uno che le fa a mano e ci mette un po’ della sua di anima, tra quella in legno e il topsheet. E ambivo segretamente a provarla, ma provarla davvero, non con uno sparo da semaforo. Mi hanno detto che sono tavole non per tutti, che vanno capite e amate anche quando scalciano come tutte le cose che hanno un cuore e un motore (eh?). Praticamente mi hanno detto che la Sua tavola sarebbe stato il prossimo aereo con cui avrei disegnato le mie ESSSSE o tagliato le mie Z, ma non l’avevo ancora capito. E poi al Coach avevo detto che ci sarei andato in Valsesia, prima o poi.

Ecco, tutto questo doveroso preliminare (piacciono a tutti dai, i preliminari) per arrivare fino a qua.

Sì perché scrivere è un po’ come aver la pretesa di far sentire il profumo di qualcosa da una fotografia: non puoi. Ma forse, se te la giochi bene con i dettagli, una mezza percezione riesci a darla. L’Artigiano che fa le tavole in Valsesia si chiama Marco Guidoz Guidotti, le fa a mano ed è un rider. Punto.

Guidoz ha iniziato a fare snowboard nel 1985 quando in Italia questo attrezzo è arrivato nell’83 e io sono nato nel 1987. Ci sono i rider da freestyle e i rider da freeride. C’è chi fa split, snowalp, carving… Ma c’è una sola categoria di rider a cui ognuno che abbia anche solo tenuto i piedi su una tavola per 2 ore cede virtualmente il posto a sedere sull’immaginario autobus del grande viaggio della vita: sono i Pionieri. Chi ha iniziato. Chi saliva con il piccolo sci attaccato perché doveva avere per legge due piedi appoggiati sullo skilift e poi se lo attaccava al braccio in discesa. Senza i pionieri noi, oggi, saremmo in giro in monopattino coi risvoltini, giusto per citare un clichè senza originalità.

Guidoz era un fabbro e una mattina ha pensato di farsi un paio di attacchi. Poi, dopo un po’, voleva una tavola un po’ particolare. Senza internet, ma telefonando a questo e quello, ha trovato un po’ di materiale, si è fatto una pressa e ha costruito il suo primo snowboard one percent. Io avevo sette anni in quel periodo e quando accompagnavo la nonna nell’orto a volte mangiavo la terra, giusto per mettervi in ordine cronologico le cose.

Avete presente quando a un colloquio vi chiedono di parlare delle vostre skills trasversali-queste-sconosciute? La migliore che si possa schiaffare sul tavolo è senza dubbio la passione, l’amore per quello che fai. Ecco, al di là del gesto atletico o tecnico o sportivo di condurre una tavola, pensate a quanta passione muove un ragazzo che una mattina si sveglia e dice “oggi mi costruisco il mio mezzo”. Ci sarà sempre un atleta più bravo di te, ma difficilmente ci sarà un romantico più innamorato di così. E la lamina sottile e affilata che mi attacca a una parete di neve verticale vorrei l’avesse ribattuta un disperato romantico come me.

Le tavole di Marco hanno i nomi che iniziano tutti per S. C’è la Supreme, all mountain direzionale che assomiglia a una chitarra elettrica di quando il rock era rock; c’è la Sharp da carving e la Softcarve, ci sono la Sapwood e la Sot da freestyle, la Swallow da freeride e la Sock, che non dico siano le mie preferite eh, però mi guardano dalla parete della camera quasi curiose di cosa scriverò di loro. Oggi da Marco sono di casa. Passata la timidezza (giuro che sono timido), gli ho chiesto per cosa sta VLS: “È l’acronimo di Valsesia”, dice. La Sua Valle, il cui solo dire il nome gli fa brillare gli occhi (e oggi lo capisco). Coincidenza che VLS sia anche il nome di un glorioso lanciatore di razzi, Vertical Launch System e che i modelli di razzi lanciati avessero tutti il nome con la esse.

Ripeto, che coincidenza! Andando un po’ a esse per la linea cronologica, veniamo al giorno in cui finalmente sono entrato da Redcab a Scopetta e ho conosciuto Marco, per gli amici Guidoz. Veniamo a quando finalmente ho potuto mettere le grinfie sul “ferro” che mi faceva più gola di tutti, la Sock. Con quel muso li, squadrato come quello della Delta, che prometteva di lanciarmi nella troposfera alla prima stronzat… ehm, leggerezza.

“Se vuoi ti faccio provare la mia. Questa tavola è un po’ nervosa e va capita, ci devi stare sopra bene e devi guidarla continuamente. Non andar via leggero perché va dove vuole lei, preferisci provarne una un po’ più semplice…?”. Ecco ragazzi, è il primo pezzo che scrivo per Voi e ancora non ci conosciamo bene, però potete immaginare come una frase del genere, detta da chi ha costruito il tuo oggetto di perversione, suoni un po’ come entrare nel reparto corse Lancia e sentire il capo dei meccanici che vi dice “Te la senti di provare l’S4 gruppo B o preferisci che finiamo di sviluppare la Musa per tua madre?”. Praticamente un’affermazione a metà tra un’hotline e un test di virilità per scoprire se sei un asso o un babbano.

“Bah, se insisti la provo volentieri. Gli attacchi a 0/+21”. Come dire: guarda che non tengo i piedi a duckfoot, non son mica un pivello, io. Three, two, one, in mission. Fiiiuuuuu, booom. Qualche cavallo da corsa con le lamine nella mia vita l’ho usato eh, ma un ferro così radicale, così dannatamente, corposamente, romanticamente spigoloso e potente, mai. Le carving di Guidoz vincono in gara, la “mia” Sock ha il loro DNA e una linea appena più civile (nono è vero, ha un muso che trasuda cattiveria e arroganza). Come mettere la targa a un vecchio 911 preparato da strappare le gomme tra i cordoli per farlo passare inosservato ai semafori di Milano.

Ho fatto la mia giornata di test nella Valle di Mr. VLS e alla sera, una volta riportato a terra quell’incrocio tra un Mig e una fidanzata col dente avvelenato che è la Sock, il mio parere è stato “Si è nervosa, si devi guidarla bene e devi starci sopra, no se vuoi cazzeggiare a bordo pista hai proprio sbagliato ferro, epoca, religione. Sì è velocissima, sì la devi buttare in piega, ma ha anche dei difetti. E sì, la voglio in livrea total black. Perché QUESTE tavole sono la mia passione. Ecco ragazzi, io non so cosa sia per Voi lo snowboard, se abbiate mai provato ad agganciare i piedi a una tavola, se vi siate mai spinti dove le ESSSSE diventano Z o se abbiate cazzeggiato scendendo a foglia sul bordopista. Ma c’è una cosa che unisce ogni singolo rider di questo universo: la passione.

Senza passione, senza anima, siamo solo ballerini su sterili pezzi di legno.

Io ringrazio i pionieri, quelli come Marco, che hanno iniziato a tirare delle linee in powder quando quelli come me non erano neppure nei pensieri dei loro genitori. Grazie a Marco e a quelli come lui, oggi possiamo vivere quei maledetti “giorni vuoti aspettando un momento pieno di niente”. L’ho rubata questa, non so dove, ma è dannatamente, romanticamente perfetta. Cosa sia per me lo snowboard, quello vero, quello che “è un altro sport” è tutto qua, tra le curve del Coach, le tavole di Guidoz e gli scorci breathless dei freeride della Balma o della Malfatta nella “loro” Valsesia. La vita, paradossalmente, è più semplice là dove ci sono più spigoli. E noi vogliamo tornare assolutamente lì, con meno, ma con l’anima.

Adesso però basta romanticismo e iperbole letterarie: tra ventiquattrore ne butta un metro e questi giorni vuoti possono lasciare spazio al mio momento pieno di niente. Peccato che i nomi delle tavole di Marco inizino tutti per S: ci stava bene qualcosa con una Z. Ci vediamo in giro.