Una notte di parecchio tempo fa, vengo svegliata nel cuore della notte dal rumore di tuoni e lampi proveniente dal televisore acceso in salotto. Avevo circa 12 anni, credo. Mi alzo dal letto abbastanza impaurita, vado in sala e trovo mia madre super attenta e concentrata davanti alla tv. “Mamma ma cosa stai guardando?“. Sullo schermo campeggiava il famoso fotogramma con la scritta “Entrate a vostro rischio e pericolo“. “Stefy se non riesci a dormire mettiti qui con me che ci vediamo insieme una figata di musical“. Così è iniziato il mio folle amore per The Rocky Horror Picture Show.
Dal 1973 il Rocky Horror conquista migliaia di fan: chi ama la storia, chi la musica, chi gli attori, i costumi, chi tutto. Io posso garantire senza alcun dubbio di poter eseguire il labiale in sincrono di qualsiasi dialogo e brano del film, avendolo visto, rivisto e stravisto centinaia di volte: in tv, a teatro, al cinema.
L’innamoramento subitaneo che ho provato non appena il protagonista Frank-N-Furter arriva durante la scena madre in ascensore — girato di spalle per poi voltarsi di scatto e sbatterti in faccia un “How d’you do” — non ve lo so spiegare, se non dicendo che da quella sera per settimane ho rivisto il musical, correndo il giorno dopo da Blockbuster a noleggiare la VHS.
Frank-N-Furter per me ha rappresentato il rock, la trasgressione, l’audacia e l’erotismo. E sapere della morte del suo attore Tim Curry è stato un colpo al cuore.
Dato che Wheelz questo mese si occupa di leggende, ecco qui per voi il mio tributo allo spettacolare Tim Curry, che tanti ruoli ha interpretato, ma che per me, non prendetevela, rimane Frank-N-Furter, il mio folle amore adolescenziale.
Un po’ di biografia pura ci sta e ci dà modo di capire meglio la carriera di Tim Curry: Timothy James Curry nasce il 19 aprile 1946 a Grappenhall, un minuscolo villaggio del Cheshire, figlio di un cappellano della Royal Navy. È un’infanzia segnata presto dal lutto: il padre muore quando Tim ha solo 12 anni, dopo un ictus e settimane d’ospedale. Un episodio che, con una simmetria quasi beffarda, l’attore rivivrà sulla propria pelle molti decenni dopo.
Studia letteratura inglese e drammaturgia all’Università di Birmingham, ma è il palcoscenico a chiamarlo davvero: per più volte interpreterà classicissimi ruoli shakespeariani, fino a quando nel 1968 debutta nel West End con il musical-manifesto della controcultura: Hair.
La vera svolta però arriva con lo spettacolo teatrale del Rocky Horror, che prima di diventare cult movie ha vissuto di repliche su repliche nei teatri inglesi, partendo da quelli dell’underground londinese. La mente geniale di questo musical è quella di Richard O’Brien, che riesce nell’impresa di scrivere una storia e dei brani perfetti. Non una canzone del Rocky Horror è debole, fuori posto.
Richard O’Brien, in un periodo della sua vita di grande creatività, scrive un musical che già all’epoca “puzzava” di cult. E, come se non bastasse, interpreterà lui stesso il ruolo di Riff Raff in modo impeccabile. B-movie di fantascienza, glam rock e trasgressione queer in un cocktail mai visto prima: il Rocky Horror va in scena e conquista sempre più pubblico al punto che, dopo un paio d’anni, si pensa al grande salto: portiamolo sul grande schermo, facciamone un film.

La leggenda narra che per il ruolo del protagonista Frank-N-Furter si presentarono in molti, persino un entusiasta Mick Jagger innamorato del personaggio. Ma Richard O’Brien, sempre al comando del progetto, non ha nessun dubbio: il ruolo è e rimane in mano a Tim Curry. Lui, “alieno transessuale” in calze a rete e corsetto nero, tanto spaventoso quanto magnetico.
Contro ogni aspettativa però il film all’uscita è un grande flop di critica e di incassi, liquidato da molti come una curiosità di serie B. Ma una leggenda non lo diventa mai con facilità, ed ecco che dalla difficoltà nasce una soluzione che si rivelerà vincente.
Il film inizia ad essere proposto nelle sale cinematografiche come midnight show, lo spettacolo di mezzanotte, e quindi si alimenta sempre più la voce che “quello è un film strano, trasgressivo, al limite della censura, da vedere assolutamente“. Diventa un rito collettivo: sempre più giovani prenotano lo spettacolo di mezzanotte, sera dopo sera, e pian piano il pubblico si lascia sempre più rapire dagli alieni transessuali del musical.
Alcuni iniziano ad arrivare in sala vestiti come i protagonisti del film — sempre di più — finché il pubblico diventa esso stesso parte del film, ballando, cantando ed emozionandosi. Potremmo definire il Rocky Horror Picture Show come uno dei primi, forse il primo, floor show nella storia del cinema: uno spettacolo che avviene simultaneamente alla proiezione in sala, pubblico e film.
In alcuni cinema la proiezione era accompagnata persino da una compagnia teatrale che eseguiva in diretta il film. Tante volte sono stata al Cinema Mexico di Milano, dove avviene esattamente questa cosa, da decenni, ogni venerdì notte (e negli anni tra gli attori che si sono esibiti durante la proiezione ne sono passati di noti… Vi faccio un nome che non direste mai? Claudio Bisio!).
Nasce così, quasi per generazione spontanea, il più longevo fenomeno di culto cinematografico mai esistito, ancora oggi proiettato con shadow cast e liturgie non scritte tramandate di generazione in generazione, a quasi 51 anni di distanza, da Milano, a Londra, a Buenos Aires. Al centro di quel rito c’è sempre LUI, il mio amato Tim Curry, che ha sempre raccontato di aver costruito Frank-N-Furter non come una macchietta, ma come un personaggio di potere, intelligenza e desiderio autentico, un predatore aristocratico, più che un pagliaccio.
Dato che sapete quanto mi piace perdermi in belle storie di RnR, vi racconto un aneddoto che non tutti conoscono: il trucco di Frank-N-Furter fu firmato da Pierre La Roche, lo stesso truccatore che aveva disegnato Ziggy Stardust e il fulmine sul volto di Bowie per Aladdin Sane. Curry aveva studiato così a fondo l’estetica di Bowie che fu proprio il truccatore di Bowie a finire per disegnare il volto di Frank. Quando Bowie lo scoprì, si alzò in piedi e applaudì. A onor del vero, Tim ha anche raccontato che spesso, durante le riprese, i tempi erano così stretti che più volte si è ritrovato a prepararsi da solo, anche perché l’applicazione del make-up richiedeva circa quattro ore: un processo così elaborato che Curry imparò col tempo a farlo da sé. Non voleva un risultato patinato come quello di Bowie: Ziggy era levigato, Frank doveva essere più grezzo, così Curry sfumava il trucco con le proprie mani. Ma l’idea e l’estetica furono studiate insieme a questo grande personaggio del make-up e dei travestimenti.
Prima di essere Frank-N-Furter e prima di tutti i ruoli da lui interpretati (come dimenticare l’inquietante Pennywise in It), Tim Curry era un attore di formazione teatrale classica, uno che aveva studiato letteratura inglese e drammaturgia all’Università e che si era fatto le ossa sui palcoscenici del West End negli anni della controcultura. Ed è proprio questo, credo, il punto che troppi necrologi rischiano di far scivolare via: Curry non era una “rockstar” prestata al cinema.
Tim Curry era un attore vero, uno di quelli capaci di reggere Shakespeare, Stoppard e Peter Shaffer con la stessa disinvoltura con cui reggeva un corsetto e un paio di tacchi a spillo.
Tre candidature al Tony Award lo dimostrano meglio di qualsiasi mia parola. Ma quello che lo rende una LEGEND, per me, non è solo la tecnica: è che ha usato quella tecnica per rompere qualcosa. Ha preso il mestiere più codificato e borghese che esista — l’attore di formazione classica, cravatta e dizione impeccabile — e lo ha messo al servizio del caos, del glam, del grottesco, di tutto ciò che il rock rappresentava in quegli anni. Per un’intera generazione, quella che negli Anni 70 si sentiva “diversa” secondo i canoni del tempo, Curry è stato la prova vivente che si poteva essere insieme colti e sovversivi, educati e pericolosi. Lo ha reso possibile.
Vi do un piccolo consiglio se volete aggiungere alla vostra to-do list un libro da leggere: Vagabond: A Memoir, scritto da Tim Curry e uscito l’anno scorso, diventato immediatamente bestseller del New York Times. Nel libro Curry si racconta con un’onestà spiazzante: gli eccessi della New York Anni 80, il rapporto complicato con la madre, l’abitudine a “scappare” subito dopo ogni spettacolo per rifugiarsi in un bicchiere di vino, il terrore e la resilienza dopo l’ictus del 2012.
Tim Curry ci ha lasciati il 25 agosto, ma ci ha regalato un personaggio che ha aperto la porta a decenni di rappresentazione queer e camp nella cultura popolare, prima ancora che certe parole fossero pronunciabili nei salotti. Lascia una voce che ha dato forma alla paura di intere generazioni attraverso Pennywise e alla risata attraverso Wadsworth.
Lascia la prova che si può essere insieme sinistri e teneri, mostruosi e magnetici, e che il vero mestiere dell’attore — quello che lui ha portato in scena per quasi sessant’anni, anche dopo che il corpo aveva smesso di rispondergli — è la capacità di trasformare l’oscurità in qualcosa che scintilla. Non a caso, nel memoir, usa quasi esattamente questa immagine per descrivere il proprio modo di lavorare.
Tim Curry, il vagabondo che ha attraversato ogni genere e ogni ruolo senza mai farsi ingabbiare.



















