Ottobre, ottobre, ottobre… Per ogni anno che passa, non smetti mai di stupirci e hai sempre la capacità di traghettarci verso l’inverno con una serie di chicche capaci di lasciarci a bocca aperta. Lo hai fatto, e continui a farlo.

Oggi però non parliamo di attualità. Facciamo un passo indietro nel tempo per celebrare in rigoroso, rispettoso e religioso ordine sparso, tre magnifici album che hanno cambiato la storia della musica rock… Usciti, guarda caso, tutti a ottobre!

 

 

JIMI HENDRIX – ELECTRIC LADYLAND | 16 ottobre 1968

La rivoluzione delle chitarre ha infiammato un’intera generazione. E questo è un album che passò alla storia per la maniacale ricerca della perfezione di Hendrix, che lo portò a rivoluzionare il suo entourage a costo di produrre il disco perfetto (peraltro doppio), in grado di riempire gli animi di quel misticismo che solo lui riusciva a trasmettere ogni volta che prendeva in mano una chitarra.

Il suo allora produttore Chas Chandler fu il primo a saltare, stanco del via-vai repentino in studio di ospiti di Jim e delle richieste di re-take dei brani. Il caso di Gipsy Eyes fu eclatante: 50 sedute in studio prima di vedere la luce. Ma ad Hendrix poco importava di questa dipartita e si occupò personalmente della produzione, riversando così la propria creatività esplosiva nella sperimentazione di qualsiasi effetto la chitarra (e non solo) potesse donargli.

La seconda vittima fu Noel Redding, il “bassista relegato”. Noel era infatti un chitarrista, ma che fai, ti metti a discutere con Hendrix? Assolutamente no. A quanto pare il mancino di Seattle iniziò a rubargli pure il basso, dicendogli cosa fare. Anche nel suo caso, però, era soprattutto il via vai di persone a rendere le session di registrazione estenuanti. Per Voodoo Child Hendrix voleva ricreare la stessa atmosfera di un live club e ci riuscì solo grazie al lavoro del fonico Eddie Kramer, che registrò rumori di ogni tipo per poi mixarli nelle tracce.

Electric Ladyland è un album studiato in ogni minimo dettaglio, arricchito anche dalla partecipazione di artisti come Al Kooper, Steve Winwood, Jack Casady dei Jefferson Airplane e il chitarrista Dave Mason, passando per il batterista Buddy Miles. Hendrix voleva andare oltre ogni definizione di genere musicale e ci riuscì dando al suo pubblico il più variegato esempio di stile mai ascoltato nella sua discografia.

Ognuna delle sedici tracce di Electric Ladyland trasuda passione e avanguardia e può essere considerata un piccolo assaggio di futuro: albori di elettronica, noise e ambient accennati che ritroviamo nei brevi intermezzi And The Gods Made Love e Moon, Turn the Tides…Gently Gently Away, l’anticipo di un funk rock esplosivo che troviamo in Gypsy Eyes e House Burning Down.

E poi, Electric Ladyland venne consegnato al mondo. L’album uscì il 16 ottobre del 1968 con una copertina che in Gran Bretagna venne bannata immediatamente. Ritraeva 19 donne nude, alcune delle quali tenevano in mano una foto di Hendrix. Nient’altro che un espediente pubblicitario, del quale non era a conoscenza nemmeno lo stesso artista. Come finì? Che optarono per un più pudico ed anonimo scatto in giallo e rosso del volto di Hendrix.

DAVID BOWIE – HEROES | 14 ottobre 1977

La purezza dell’arte, lontana da ogni tendenza musicale. È il 1977 e David Bowie si allontana dallo scintillio glam dal quale era avvolto dopo aver attraversato una crisi personale dovuta in parte anche alla dipendenza da cocaina. Si trasferisce a Berlino, dove condivide con Iggy Pop un appartamento situato sopra un carrozziere, nel quartiere Schöneberg.

La vita berlinese portò Bowie ad immergersi nell’atmosfera tetramente mitteleuropea della città, affascinato dal fermento artistico dei club underground, dalle sperimentazioni elettroniche dei Kraftwerk e dalla nuova pittura tedesca.

Nel resto d’Europa si diffondevano altre tendenze musicali: era il momento del punk rock dei Sex Pistols, ma lui era alla ricerca di qualcos’altro, di un suono e un’espressività lontana dalle etichette. Heroes rispecchia perfettamente questo sentimento. Voleva essere un album lontano dalle mode, intimo e personale, ma universale e rock allo stesso tempo. Seconda parte della “trilogia berlinese”, anello di congiunzione tra Low e Lodger, Heroes nasce per migliorare il mondo, ispirandosi alla musica elettronica della capitale tedesca.

La formazione del Team negli studi Hansa by the Wall di Berlino è pazzesca: oltre a Bowie, diviso tra voce, tastiere, chitarre, sassofono e koto, ci sono Brian Eno, Robert Fripp (chitarrista e leader dei King Crimso) , Carlos Alomar (chitarrista ritmico già nell’entourage di Bowie), Dennis Davis alle percussioni e George Murray al basso.

Sarà Tony Visconti, il produttore, a svelare come nacque la Title Track dell’album: Bowie rimase colpito dall’immagine di Visconti e della sua fidanzata tedesca che si baciano contro il cemento del muro di Berlino. Quell’immagine, in un mix di proibito e rivoluzionario, diede vita ad una delle sue canzoni più famose. Heroes è il grido disperato di un romantico che, tra le macerie di un mondo che crolla, implora la sua donna di non andarsene, perché “We can be heroes, just for one day“. Senza costume e senza un personaggio da interpretare, Bowie torna alle origini dei suoi desideri: creare un’arte rivoluzionaria nella sua purezza.

ROLLING STONES – IT’S ONLY ROCK’N’ROLL | 15-18 ottobre 1974

Un inno di polemica verso la stampa. Pensi al titolo It’s Only Rock’n’Roll e credi sia la massima celebrazione di una vita da rockstar. Ma no, non è assolutamente così.

Dodicesimo album della discografia inglese dei Rolling Stones, It’s Only Rock’n’Roll ha avuto una gestazione travagliata e piena di succulenti colpi di scena. Già, perché inizialmente doveva essere “mezzo dal vivo e mezzo in studio”, con un lato dedicato alle esibizioni live del gruppo durante il tour europeo e l’altro a rivisitazioni di classici R&B, con cover come Drift Away di Dobie Gray, Shame Shame Shame di Jimmy Reed o Ain’t Too Proud to Begdei Temptations. Ma si sa come va a finire quando Mick e Keith cominciano a giochicchiare…

Nuovi riff in uscita dalla chitarra di Richards, nuove idee dalla testa di Jagger. Ed ecco che l’idea originaria viene accantonata a favore di un album originale e completamente registrato in studio. Delle cover sopra citate l’unica che finì nella versione finale del disco è Ain’t Too Proud to Beg.

Ma fermi tutti. C’è di più e gli Stones fanno di meglio. Anzitutto, l’album è prodotto da Jagger & Richards con lo pseudonimo The Glimmer Twins, che dribblano Miller non ritenendo più il suo contributo adatto alle mire della band. La grande novità è l’ingresso di Ron Wood, che va a sostituire Mick Taylor, ormai in lancio per una carriera solista.

Inoltre, la title track It’s Only Rock’n’Roll è frutto di una session popolata da personaggi quali Ian McLagan alla tastiera, Kenny Jones alla batteria e… (rullo di tamburi)… David Bowie. Sì, avete capito bene! Nella prima versione del brano il Duca Bianco partecipò alla registrazione come coro, un omaggio ai Rolling Stones per l’influenza che hanno avuto sulla sua creatività. Sapevate che Bowie li ringraziò anche con la sua versione di Let’s Spend The Night Together?

Ma torniamo alla title track. Pare che il brano fosse scritto da Wood prima ancora di unirsi agli Stones, anche se i crediti furono ufficialmente attribuiti a Jagger e Richards. Inoltre, per quanto possa sembrare assurdo oggi, ai tempi l’etichetta discografica si oppose alla pubblicazione del brano come singolo, in quanto non ritenuto abbastanza forte. Ma Mick lo sapeva: sarebbe diventato un successo, un’icona, un classico senza tempo.

E, come dicevamo all’inizio, il brano non è una celebrazione della vita da rockstar. Bensì, un inno di polemica nei confronti della stampa. In quel periodo, infatti, Mick era stanco delle opinioni sugli album che “si però quello prima era meglio, e bla bla bla”, e It’s Only Rock’n’Roll uscì proprio con l’intento di trasmettere un messaggio leggero: chill ragazzi, è solo rock’n’roll.

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