Ci sono persone, nello sport come negli altri campi della vita, per cui la competizione è il motore assoluto dell’esistenza. La dopamina delle gare, quella che porta pochissimi grandi privilegiati a giocarsela ad alto livello in ambiti anche molto diversi tra loro. Un maestro di questo è sicuramente Miki Biasion, icona del motorsport nostrano capace di salire sul gradino più alto del podio con le due e le quattro ruote… e persino con gli sci ai piedi. Un grande campione, anche di umiltà, che nella vita ha raggiunto traguardi straordinari lavorando sodo e non sedendosi mai sugli allori. E, cosa non scontata a certi livelli, divertendosi sempre.
Massimo “Miki” Biasion è un gigante indelebile nella storia dei rally. Un eterno ragazzo classe 1958 di Bassano del Grappa che ha lasciato un segno unico nel mondo del motorsport, diventando un vero e proprio mito per tutti quelli che si entusiasmano quando le auto decollano, senza le ali, ad ogni asperità del terreno di una speciale. Un ragazzo la cui passione per i motori ha radici profonde, nel motocross. Una palestra (dopo quella dello sci, di cui è stato anche campione italiano) per far crescere le abilità sulle piste di terra e per affilare quel pizzico di sprezzo del pericolo necessari per sfondare. Vittorioso già in quello, di cui è stato Campione del Triveneto. Ma sono le quattro ruote a consacrarlo, soprattutto quelle dei rally.

Nella corazzata Lancia
La svolta nella carriera di Biasion arriva nel 1983, quando entra a far parte della leggendaria Squadra Corse HF Lancia. Altro gruppo di invasati, quelli capitanati da Cesare Florio, che avevano deciso di riportare Lancia alle corse – e soprattutto ai Rally – negli anni Sessanta, quasi di nascosto e al riparo da occhi indiscreti in qualche angolino dei capannoni della grande fabbrica torinese. Gesta celebrate anche dai film con la giusta dose di epicità [Buttate un occhio qui], ma che allora avevano tutto un altro sapore: un gusto di normalità e voglia di lavorare sodo, che poi si trasformarono in allori, campionati e, per dirla in breve, mito. Negli anni di attività, oltre a Miki, la Squadra Corse di Florio ha accolto infatti anche altri assi del volante come Munari, Alén, Röhrl, Toivonen, Auriol e Kankkunen. Di certo non ci si annoiava sui tracciati del mondiale e, probabilmente, nemmeno alle cene di Natale. Biasion si ambienta subito, d’altronde il ragazzo ha già avuto modo di farsi apprezzare nelle competizioni in squadre non ufficiali come il Jolly Club. Al volante della Lancia 037 si affermò rapidamente come una forza da temere. La sua capacità di adattarsi a diverse condizioni di guida, dalle foreste innevate della Scandinavia alle pianure polverose dell’Africa, lo rese un elemento prezioso per la squadra. La partnership tra Biasion e Lancia raggiunge il suo apice alla fine degli anni Ottanta, quando la 037 lascia il posto al Deltone. Guidando la rivoluzionaria Lancia Delta S4 e successivamente la Delta HF Integrale Biasion dominò il WRC. La sua guida precisa, unita alle prestazioni sopraffine dell’auto, portarono a numerose vittorie e a ben due titoli mondiali nel 1988 e nel 1989. Quella del 1988 fu una stagione veramente eclatante, con Miki che conquistò il suo primo titolo mondiale con vittorie al Rally di Monte Carlo e al Safari Rally (dove ci fu anche il momento-angoscia per la sparizione delle chiavi dell’auto prima poco prima del via) che incisero nel libro della storia la sua versatilità e abilità. Con il bis dell’anno successivo, grazie a prestazioni costanti e alla capacità di gestire tanto la macchina quanto gli avversari “accelerando di più e frenando di meno”.
Oltre Torino
L’articolo di questo mese potrebbe finire qui. Miki è un gigante dell’automobilismo, ha dato lustro a quelle auto costruite tra Borgo San Paolo e Chivasso con i colori della Totip prima e della Martini poi ed è assurto a celebrità globale nel mondo delle corse. Questa volta non servirebbe nemmeno mettervi le fotografie, perché con un rapido giro su Google potete assaporare anche da soli tutta l’adrenalina di quegli anni in scatti che sono diventati, va da sé, di culto. E invece no perché, quando la storia d’amore più importante finisce (o meglio, va in pausa, ma ne riparliamo dopo) Biasion potrebbe fermarsi, ma non ne è capace. Anche perché l’affaire con Lancia non finisce per divergenza di vedute: è l’ineluttabile uscita dal motorsport del marchio torinese a separare cavallo e cavaliere. Nevermind, Biasion scrive altre pagine importanti con altri costruttori. Corre per Ford e Subaru, ottenendo risultati e confermando – come se ce ne fosse bisogno – il proprio talento soprannaturale. Certo, le Sierra Cosworth non sono affidabili come le Delta preparate dagli ingegneri di Florio e il feeling con la squadra è molto diverso, ma con il piede giusto qualche soddisfazione arriva. Come vincere un Rally dell’Acropoli nel 1993. Podi frutto di dedizione, preparazione e ossessione per la guida pulita, le stesse di quando poco più che ragazzo faceva vedere i sorci verdi a tutti gli altri con le Opel Ascona al Rally della Lana.
Pilota rinascimentale
I rally. Solo con quelli, parlando di Biasion, si potrebbe riempire un’enciclopedia. Aneddoti, storie di piloti, meccanici, dirigenti, fidanzate e chi più ne ha più ne metta. Un cosmo, per nulla micro, che alimenterebbe la leggenda all’infinito. Poi però c’è anche il resto. Perché oltre ai suoi exploit nel WRC Biasion si è avventurato anche in altro, dall’asfalto delle piste con le Alfa 75 Evoluzione ai grandi raid africani, e non solo con le auto. Miki ha fatto sognare anche con i mezzi pesanti, quegli Iveco Eurocargo con cui nel 1997 inizia la sua nuova carriera di pilota di camion nei rally raid. Corre al Master Rally Europa-Asia-Russia concludendolo in seconda posizione. Nel biennio seguente conquista tre vittorie nella Coppa del Mondo Tout Terrain GTC Truck e ottiene quattro successi nel 1999. Nel 2002 passa dai truck ai fuoristrada nella squadra ufficiale Mitsubishi e pilotando una Pajero si classifica terzo al Rally di Tunisia. L’anno dopo è quello dei secondi posti, al Rally di Tunisia e alla Parigi-Dakar. E poi ancora tanto Dakar Rally, vincendo tappe in diverse edizioni e con varie tipologie di mezzi. Culto della versatilità, del poter fare quello che vuoi se ti sbatti e non mordi mai il freno. Altro che fuffaguru di Dubai, il poster dell’Eurocargo di Biasion impennato sulle dune dell’Erg Orientale è il pezzo motivazionale che tutti dovremmo appendere in cameretta per ricordarci di spingere sempre, no matter what.
Mai fermo
L’impatto di Miki Biasion sul mondo dei rally è innegabile. I suoi due titoli mondiali, le numerose vittorie e il suo stile di guida accattivante hanno ispirato generazioni di appassionati di rally. La sua capacità di spingere oltre i limiti dell’uomo e della macchina ha contribuito molto a definire lo sport motoristico, anche oggi. Ammirato per il suo fair play e la sua umiltà anche fuori dall’abitacolo, riconosciute persino dagli avversari storici. Anche oggi, quando le occasioni per mettersi tuta e casco sono più spesso legate ai ruoli di ambassador per grandi marchi che non a punti iridati da conquistare. Niente pensione, però. Biasion è tanto attivo nel preservare la memoria delle macchine che furono (ad esempio con la sua personale idea di Delta Evo riveduta e corretta, pochi esemplari aggiornati con la componentistica e le soluzioni di oggi per altrettanto pochi fortunati clienti) quanto a creare nuovi oggetti di culto. Ad esempio è lui il collaudatore che sta cercando di riportare Lancia alle corse con la Nuova Y, proprio in questi giorni impegnata col campione vicentino nei test al Centro Sperimentale di Balocco. Che certo non avrà per i vecchi Lancisti l’allure della pista di prova della Mandria dove si mettevano a punto Stratos, 037 e Delta (oggi un parco naturale, purtroppo senza memoria di quello che è stato), ma sempre un luogo di culto dell’automobilismo tricolore. Oggi come allora Miki ha un ruolo cruciale nello sviluppo, come lo ebbe per la Lancia Delta S4 e la Delta HF Integrale. Il suo feedback e le sue intuizioni sono preziosi per gli ingegneri e contribuiscono a dare una chance anche ad una vettura verso cui il giudizio degli appassionati non è unanime. Lavorando a testa bassa e senza far la prima donna, oggi come allora. Perché, se vuoi fare qualcosa che sia di culto, nell’automobilismo e in generale nella vita, prima di tutto devi sudare un po’. E grazie all’eroico Biasion anche quella macchinina pensata per la città e tanto simile a Opel Corsa e Peugeot 208 (con cui condivide la piattaforma CMP di Stellantis) può accelerare il battito cardiaco di qualcuno. Probabilmente non come ai tempi del dominio dei mondiali della coppia Biasion-Siviero e delle loro Delta integrali, ma nella stessa direzione.















