Leggete Wheelz. Dunque, sono abbastanza certa che nel vostro guardaroba da ferventi appassionati di motor culture e bikers incalliti possediate un piccolo tesoro che forse non sospettate. Un oggetto che quest’autunno e per tutto il prossimo inverno potrebbe far svoltare i vostri look e farvi accedere in priority boarding sull’ambitissimo volo con destinazione Olimpo della moda.
Aprite l’armadio e allacciate le cinture, signore e signori, perché i “nostri” stivali – sì, proprio i classicissimi biker boots – quest’anno sono diventati l’oggetto più ambito dai fashionisti di tutto il globo. E, per una volta, noi motociclisti partiamo avvantaggiati.

Due righe per capirci al volo: gli stivali da moto a cui facciamo riferimento sono quelli in pelle, con suola antiscivolo e senza lacci, con punta tonda o squadrata e gambale largo abbastanza da accogliere il pantalone. Quelli che, fin dalla nascita negli Anni 40 del ‘900, dovevano spiccare per robustezza, praticità e sicurezza.
Sono figli di ciò che oggi chiamiamo comunemente anfibi? Diciamo ni: matrice comune, sviluppo diverso. Mi spiego meglio: l’origine dello stivale in pelle è, ovviamente, ben antecedente agli Anni 40 (tranquilli, non vi tedierò in questa sede con tutta la sua storia dal medioevo ai giorni nostri, questa carta la conservo per il prossimo, lungo inverno…). Diciamo che due step evolutivi importanti possono fare chiarezza. Il primo: in epoca Vittoriana gli stivali acquisiscono i lacci e mettono la punta anche fuori dai loro ambienti canonici, quello militare e quello equestre. L’altro: a cavallo tra la fine dell‘800 e l’inizio del ‘900 arriva la suola in gomma.
Si apre qui un capitolo in cui lo stivale di pelle inizia a farne davvero di tutti i colori e, nei decenni, viene declinato specificatamente per l’uso a cui viene destinato: resistente per l’utilizzo prolungato in ambiente militare, rinforzato per il lavoro oppure, e veniamo al dunque, protettivo e senza “appigli pericolosi” (come i lacci) per chi va in moto.

Breve storia (per niente triste) solo per portarvi con me dritti negli Anni 50, quando il boom economico postbellico mette in moto chiunque possa permetterselo e la motor culture dilaga anche grazie a icone come Marlon Brando (riguardatevi, vi prego, The Wild One – Il Selvaggio qui da noi – targato 1953) e James Byron Dean (non tutti lo sanno, ma iniziò la sua hainoi breve carriera di pilota di auto sulle due ruote). Cos’avevano in comune, oltre al talento e alla meritata fama di bad boys? I biker boots d’ordinanza, ovviamente.
Fast forward fino ai Seventies, decennio che, parlando di stivali da moto, ha due nuovi must: comfort e sicurezza. Il cuoio de cuoio dei boots viene lavorato fino ad ammorbidirlo quel tanto che basta per non martoriare più i piedi dei bikers. Vengono aggiunte protezioni sui punti a rischio, come malleolo e gambale, e spuntano ganci e fibbie metalliche regolabili per agevolare la calzata anche al polpaccio più straripante di muscoli. Il risultato è così apprezzabile che ancora oggi le silhouette degli stivali da moto più stilosi in circolazione si rifanno proprio a quei modelli.
Poi arrivano gli Anni 90 e succede qualcosa di magico: la moda si innamora letteralmente della moto. Tutto ciò che sa di olio e benzina, Mikey Rourke in Harley Davidson & Marlboro Man (1991) e Charlie Sheen in Beyond the Low (titolo italiano L’Infiltrato – 1992) compresi, diventa cult. Fa niente se le pellicole sono quel che sono…
Nel frattempo sulle pagine di Vogue America nella September Issue del 1991 esce Wild At Heart, e sarà molto più di un servizio fotografico. Peter Lindbergh immortala le super top model dell’epoca (qualche nome, giusto per rinfrescarvi il database? Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Helena Christensen, Linda Evangelista e Stephanie Seymour, tra le altre) in tenuta biker-glam con una Brooklyn ruvida e fumosa a fare da sfondo a smanicati di pelle, giacche taglio chiodo, tute attillatissime, catene, cappelli alla Marlon Brando e, of corse, biker boots a profusione.
Ed è consacrazione. Tutti, non solo rockstar e celeb, aggiungono pezzi dal mondo delle due ruote ai propri guardaroba con una netta predilezione per i biker boots, che hanno il vantaggio encomiabile di essere aggressivi al punto giusto, estremamente versatili, comodi, praticamente eterni e pure unisex. Se date un’occhiata alle immagini dell’epoca di Winona Ryder, ma soprattutto a quelle di Kate Moss, non le vedrete indossare altro. La motorcycle culture è il filo d’oro che tesse le trame del decennio ’90 – 2000.
Poi, come sempre più velocemente accade alle tendenze, i riflettori si spengono e il saccheggio degli armadi dei bikers duri e puri si interrompe. Giubbotti e biker boots tornano nella loro “nicchia” in garage, lasciando il posto all’invasione dell’esercito delle 12(000) sneakers.
Almeno fino ad oggi… Perché così come, più o meno velocemente, tramontano, i trend hanno anche quest’innata capacità di risorgere dalle proprie ceneri. E oggi, a distanza di più di una ventina d’anni, eccoli lì: i biker boots sono tornati in passerella, nelle collezioni degli stilisti e ai piedi delle fashioniste nelle prime file alle ultime sfilate.
Nessuna distinzione tra lei, lui ecc. Se c’è un modello da sempre dotato di asterisco, è proprio questo. Che li si indossi con un cinquetasche o con la gonna è del tutto ininfluente. Quel che è certo dando un’occhiata alle collezioni di Miu Miu, Acne Studios e Steve Madden è che i nostri biker boots sono pronti a rimettersi in moto verso una nuova celebrità “trasversale” parecchio modaiola. E direi di festeggiare visto che, questa volta, non dobbiamo muovere un dito per essere cool…

































