Lo ammetto. Mi avete beccato. Non ho 35 anni.

Io ci ho provato a fare il fenomeno con lo smartphone, i social, con l’abbigliamento da pischello eccetera eccetera… ma niente. Non ce la faccio proprio. Perché io, in realtà, sono un alfiere della Generazione X.

Uno di quelli che si vestivano con le Converse, i camicioni a quadri e i jeans strappati quando non erano di moda, c’avevo pure i capelli lunghi (NON RIDETE, che vi vedo). Eravamo incazzati per qualcosa che in realtà manco sapevamo che cazzo era. Passavamo i pomeriggi tra i video di MTV e i motorini da elaborare. Non ci fregava niente o quasi del futuro. 

Eravamo in mezzo tra analogico e digitale, eravamo no meat no fish.

Ci guardavano male, ci dicevano che non avremmo mai combinato niente, e forse all’epoca per un po’ ho pensato che avessero anche ragione.

La scuola ci faceva schifo, con le ragazze era un casino, a casa sembravamo essere degli extraterrestri e con 20.000 lire dovevamo cercare di sopravvivere un weekend intero. 

Foto: Diego Gonzalez/Unsplash (TV)/Logo MTV

Ma c’era la musica. Perché ditemi quel che volete, ma noi ascoltavamo musica veramente figa. I 90s sono stati l’ultima decade in cui la musica diceva qualcosa di nuovo. I suoni di quegli anni sono riconoscibilissimi. Il rock, l’hip pop, il brit pop. E il grunge.

Le chitarre distorte, i testi laceranti e gli ampli che sparavano decibel talmente alti che ti stordivano come 3 Tennent’s di fila. Alice in Chains, Soundgarden, Stone Temple Pilot, Pearl Jam. E naturalmente i Nirvana, forse la band cult e manifesto di quell’epoca e, sicuramente, quella alla quale sono più affezionato. Cantavano a squarciagola il male di vivere di una generazione che sentiva di non essere mai compresa. E noi ci ritrovavamo tutti nei loro testi.

Ecco, oggi è proprio di loro che vi parlerò. Anzi, di un loro album, uno dei miei preferiti della band di Seattle, e del quale custodisco maniacalmente un LP originale prima stampa, con vinile bianco. Il leggendario MTV Unplugged in New York, pubblicato il 1° Novembre del 1994, a distanza di 7 mesi da quel maledetto 8 aprile, quando Kurt decise di farla finita lasciandoci nello sconforto e nella disperazione. 

Ecco perché, per noi, il grunge rivive ogni dannato 1° novembre. L’album, il primo e unico in acustico dei Nirvana, è stato registrato a New York il 18 novembre del 1993 per la serie Unplugged di MTV, appunto. Ufficialmente non avrebbe dovuto uscire sul mercato come disco a sé stante, ma  avrebbe dovuto essere parte di un doppio album pubblicato dopo la morte di Kurt, Verse Chorus Verse, che avrebbe contenuto esibizioni live della band dall ’89 al ’94, e l’intero Unplugged. Album che non vide mai la luce perché per gli altri membri della band era troppo doloroso selezionare le tracce. Non possiamo biasimarli, chiaramente.

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Ma torniamo all’album: non è stato affatto facile convincere Kurt a cantare e suonare in acustico, il suo stato emotivo e fisico era duramente provato dall’abuso di droghe, che amplificavano il suo malessere interiore e le sue insicurezze, e il fatto che fosse la loro prima performance acustica peggiorava la situazione. 

Poi, per nostra fortuna, gli altri membri della band, l’agente e i ragazzi di MTV riuscirono a convincerlo e si presentò in studio per registrare (anche se pretese di inserire nella formazione Pat Smear alla chitarra, Lori Goldston al violoncello, e Cris e Curt Kirkwood dei Meat Puppets).

Chiese poi alla produzione di adornare lo stage con candele, gigli orientali, e una serie di tende che ricadevano sul palco. Il produttore di MTV Alex Coletti, in una successiva intervista, dichiarò che l’intenzione era di inscenare un ambiente da funerale. 

Anche se in realtà in alcune foto del concerto si vedeva Kurt quasi sorridere, sembrava sollevato, tranquillo. Seduto sullo sgabello, il cardigan infeltrito, e quello sguardo azzurro e sognante da bambino che contrastava con l’indole autodistruttiva che lo caratterizzava. Sembrava si fosse riconciliato con se stesso e con i suoi demoni proprio in quello studio. Aveva una luce diversa Kurt quel giorno, sembrava un angelo, o io voglio ricordarlo così.

Il risultato è un vero e proprio capolavoro, una pietra miliare della musica rock. La voce di Kurt, mai dolce e sussurrata come questa volta, la sua lamentosa chitarra Martin D18-E che sembra quasi piangere in alcuni riff, magistralmente accompagnato dal basso sincopato e ipnotico di Krist Novoselic e la batteria lieve e delicata di Dave Grohl. 14 tracce, 14 autentiche perle. Tra queste, la celebre Come As You Are, con il suo magico giro di chitarra, il basso di All Apologies, le cupe atmosfere di Something in the Way, il folk di Where Did You Sleep Last Night. E le sei cover, inclusi i malinconici blues di Lake of Fire e Plateu (dei Meat Puppets), l’ironia di Jesus doesn’t Want Me for a Sunbeam e la straziante versione di The Man Who Sold the World di David Bowie, il vero e proprio canto del cigno di Kurt. Tutte suonate e cantate in modo così struggente, così disperato, così intimo, che ancora oggi mi viene la pelle d’oca ogni volta che lo ascolto. E riesco solo a pensare che è il saluto che Kurt ha deciso di dedicarci, il testamento che ha voluto lasciarci.

Ed è anche la chiusura del cerchio, il funerale della musica grunge per come l’avevamo conosciuta e, allo stesso tempo, la sua più grande celebrazione.

Ora non mi resta che lasciarvi le tracce dell’album qui sotto. Adesso spegnete la luce, accendete le candele, infilatevi un paio di cuffie e lasciatevi accompagnare in questo malinconico viaggio. 

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