Il tatuaggio è spesso considerato una forma di espressione profondamente personale. Un gesto intimo, una scelta individuale, il racconto di una storia che appartiene a chi la porta sulla pelle. Eppure, molto prima di diventare il linguaggio contemporaneo che conosciamo oggi, il tatuaggio è stato soprattutto un fenomeno collettivo: un segno di appartenenza, uno strumento rituale, un simbolo religioso, un codice identitario capace di attraversare popoli, epoche e civiltà.

È proprio da questa prospettiva che nasce “Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo“, la mostra ospitata ai Musei Civici di Palazzo Mosca di Pesaro dal 26 luglio 2026 al 10 gennaio 2027, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE e curata da Guido Guerzoni con la collaborazione di Beatrice Corti. Un progetto che intreccia antropologia, storia, arte e cultura materiale per raccontare oltre cinque millenni di pratiche decorative e simboliche, partendo dall’intero bacino mediterraneo fino ad arrivare alla specifica tradizione adriatica.

La tappa pesarese rappresenta una nuova evoluzione di un percorso espositivo che ha già attraversato alcune importanti città europee, dal MUDEC di Milano al Centre de la Vieille Charité di Marsiglia, passando per il Museo del Mediterraneo di Stoccolma e Gorizia. A Pesaro, però, il racconto assume una prospettiva inedita: quella del mare.

Il Mediterraneo, e in particolare l’Adriatico, non viene infatti interpretato come un confine geografico, ma come uno spazio di incontro, di transito e di contaminazione. Un luogo in cui uomini, merci, religioni e simboli hanno continuato a incrociarsi per secoli, lasciando tracce profonde anche nella storia del tatuaggio. È proprio questo dialogo continuo tra culture a diventare il filo conduttore dell’intera esposizione.

L’allestimento, distribuito tra l’ammezzato e la Falegnameria di Palazzo Mosca, accompagna il visitatore attraverso sette sezioni che seguono un doppio criterio cronologico e tematico, ricostruendo l’evoluzione del tatuaggio dalle sue origini fino alla contemporaneità.

Il percorso prende avvio dalle prime testimonianze archeologiche conosciute. Attraverso reperti, immagini, ricostruzioni e contenuti multimediali vengono raccontati i più antichi esempi di tatuaggio documentati, dal celebre Ötzi – l’uomo venuto dal ghiaccio – fino alle mummie peruviane e ad altri ritrovamenti che dimostrano come la decorazione della pelle accompagni la storia dell’umanità sin dalla preistoria.

La narrazione prosegue esplorando le diverse culture affacciate sul Mediterraneo e sull’Adriatico, dove il tatuaggio assume significati profondamente differenti. Nell’antico Egitto diventa simbolo protettivo, nel mondo greco-romano può trasformarsi in marchio punitivo, mentre presso le popolazioni italiche preromane rappresenta ancora oggi un terreno di ricerca ricco di interrogativi. Una pluralità di interpretazioni che dimostra come il tatuaggio non abbia mai avuto un solo significato, oscillando continuamente tra estetica, spiritualità, appartenenza e controllo sociale.

Grande spazio è dedicato anche alla dimensione religiosa. La mostra racconta la diffusione del tatuaggio devozionale attraverso i pellegrinaggi in Terra Santa e il ruolo che città come Gerusalemme e Loreto hanno avuto nella conservazione di questa tradizione. Per secoli, infatti, il tatuaggio ha rappresentato un autentico “souvenir sacro”, inciso sulla pelle dei pellegrini come testimonianza permanente del viaggio spirituale compiuto, nonostante le numerose condanne presenti nelle Sacre Scritture.

A documentare questa pratica contribuiscono anche alcuni manufatti provenienti dalle collezioni permanenti dei Musei Civici di Pesaro e una preziosa selezione di antiche matrici lignee utilizzate per realizzare i tatuaggi devozionali.

Uno degli aspetti più originali della mostra riguarda invece il rapporto tra il tatuaggio e il mare Adriatico. Una sezione interamente dedicata al tatuaggio marinaresco ricostruisce una tradizione rimasta finora poco indagata, mettendo in relazione le popolazioni della Daunia, le comunità cristiane della Croazia e della Bosnia durante la dominazione ottomana, i marinai tarantini del Settecento e quelli dell’Adriatico settentrionale fino ad arrivare alle specificità di Pesaro.

Grazie alla collaborazione con il Museo della Marineria Washington Patrignani, vengono raccontate anche le decorazioni delle imbarcazioni marchigiane come naturale estensione dell’identità dei marinai, insieme ai tatuaggi che molti di loro portavano sul corpo affinché, in caso di naufragio, fosse possibile identificarli e restituirli alle proprie famiglie. Un dettaglio che restituisce al tatuaggio una funzione profondamente pratica e umana, ben lontana dalla semplice dimensione estetica con cui viene spesso associato oggi.

Accanto al mare, trova spazio anche una pagina complessa della storia italiana: quella legata agli studi di Cesare Lombroso. Proprio a Pesaro, durante la direzione dell’Ospedale Psichiatrico San Benedetto, lo studioso elaborò parte delle teorie confluite ne L’uomo delinquente, attribuendo al tatuaggio un presunto valore diagnostico nella classificazione della criminalità. Disegni, fotografie, installazioni interattive e materiali provenienti dal Museo di Antropologia Criminale dell’Università di Torino mostrano come questa interpretazione abbia contribuito, tra Otto e Novecento, a trasformare il tatuaggio in uno stigma sociale destinato a influenzarne la percezione per molti decenni.

Il percorso si apre infine al presente, dedicando uno sguardo alle pratiche contemporanee e, in particolare, al tatuaggio femminile come linguaggio identitario ancora vivo in numerose aree del Mediterraneo, dalla Bosnia-Erzegovina all’Algeria, passando per Turchia, Siria e Kurdistan. Un’eredità culturale che continua a evolversi senza interrompere il dialogo con le proprie radici.

Più che raccontare l’evoluzione di una tecnica decorativa, “Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo” invita a osservare il tatuaggio come un archivio vivente della storia umana. Un linguaggio che, molto prima dell’inchiostro contemporaneo e delle macchinette elettriche, parlava già di fede, appartenenza, viaggio, memoria e identità. Perché ogni segno inciso sulla pelle, ieri come oggi, racconta molto più di un’estetica: racconta il bisogno universale dell’uomo di lasciare una traccia di sé.

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