Quando mi hanno comunicato che il tema di agosto sarebbe stato “Gold”, mi è subito saltata alla mente quella targhetta smaltata. La Targa Oro FMI. E da lì è partita una riflessione che voglio condividere con voi.

La fatica dell’oro
Chi ha mai provato a ottenere una Targa Oro FMI (immagino che con ASI sia la stessa cosa… ma in questo caso non ho esperienze dirette) sa di cosa parlo. Non è un premio che arriva per meriti di velocità o di stile: arriva per millimetri. Per un gommino che non è esattamente quello originale. Per una vernice che non ha la tonalità giusta rispetto all’originale di fabbrica dell’epoca. Per una vite Philips montata dove negli Anni 60 ce n’era una a taglio.
Ricordo ancora la faccia del commissario che scorreva le foto della mia moto con l’espressione di chi deve darti una brutta notizia: “Mi dispiace, ma questo particolare non è conforme. Niente Targa Oro”. E io lì, con la voglia di spiegare che era praticamente introvabile, che avevo cercato ovunque, che era solo un dettaglio.
Ma le regole sono le regole. E quella rigidità, che nei mesi di ricerca affannosa maledici in ogni lingua conosciuta, è la stessa che ti regala una soddisfazione indescrivibile quando, finalmente, il verdetto cambia: “Congratulazioni, la moto è conforme. Ecco la sua Targa Oro”.
In quel momento capisci che hai guadagnato la certificazione che quella moto è esattamente come quando uscì dalla fabbrica, decenni fa. Ogni bullone, ogni gommino, ogni particolare racconta la stessa storia che raccontava allora. E quella targa, una volta assegnata, resta tua: la moto entra a far parte del Registro Storico della Federazione Motociclistica Italiana e quel riconoscimento diventa parte della sua identità storica, per sempre.
Io ho due moto con Targa Oro FMI. E ogni volta che le guardo, ripenso alla fatica, al nervoso, alle notti passate a cercare ricambi introvabili su forum improbabili. Ne vale la pena? Forse.

Un patrimonio che pochi conoscono davvero
Per chi non è del settore, un paio di numeri aiutano a capire di cosa stiamo parlando. Il Registro Storico FMI è insieme ad ASI l’unico ente riconosciuto dal Codice della Strada per certificare l’autenticità storica dei motoveicoli italiani e conta centinaia di migliaia di tesserati in tutta Italia. Non è un club per pochi eletti: è un vero e proprio archivio nazionale della memoria motociclistica.
La Targa Oro, però, resta un gradino più in alto. Fino a poco tempo fa veniva assegnata d’ufficio, insieme ai documenti di iscrizione, ai motoveicoli costruiti prima del 1988 giudicati in condizioni di conservazione o restauro impeccabili. Dal 2025 le regole sono cambiate: oggi la Targa Oro va candidata attivamente, con foto e documentazione, tramite l’area riservata del sito FMI, ed è riservata ai veicoli che hanno compiuto almeno 30 anni di età.

Un processo che ha un costo contenuto — poche decine di euro (non contando i soldi spesi prima per arrivare a poter candidare la moto, ovviamente) — ma un valore, in termini di riconoscimento, che va ben oltre la cifra spesa.
Le moto originali, ben conservate e iscritte a un registro storico riconosciuto, non solo mantengono il loro valore nel tempo, ma tendono a rivalutarsi in modo significativo. Non è raro, secondo gli osservatori del mercato del collezionismo motociclistico, che un mezzo mantenuto integro e correttamente certificato arrivi a raddoppiare la propria quotazione nel giro di una decina d’anni. La Targa Oro, in questo senso, non è solo un vezzo estetico da esibire a un raduno: è soprattutto un documento che parla al mercato.

Il paradosso di quella (cavolo di) targhetta
Ma qui arriva la parte che, da anni, mi lascia perplesso.
La stragrande maggioranza delle moto Targa Oro che conosco, dopo aver ottenuto la certificazione, spariscono. Finiscono in garage climatizzati, coperte da teli soffici, tirate fuori forse due volte l’anno per un raduno o una foto ricordo. Alcune passano più tempo in un salotto trasformato in showroom personale che su una strada.
Lo capisco, sia chiaro. Capisco perfettamente la paura. Dopo mesi — a volte anni — di ricerca ossessiva, dopo aver speso una fortuna per ricambi che sembravano scomparsi dalla faccia della terra, l’idea di rovinare tutto con un sasso sparato dalla ruota di un camion o con una macchia d’olio in curva, ti fa venire i brividi. E c’è anche una componente pratica: la stessa Federazione ricorda che qualsiasi alterazione dello stato di conservazione va comunicata, perché la moto resta comunque sotto l’occhio del Registro. È comprensibile che qualcuno preferisca non rischiare nulla.
Ma io la penso diversamente. E lo dico con tutto il rispetto per chi sceglie l’altra strada.

Le moto sono nate per correre, non per essere guardate
Chi ha progettato quelle moto non aveva in mente un salotto. Aveva in mente una strada. Il vento. La polvere. Le curve. Il rumore del motore che si scalda, la vibrazione del manubrio nelle mani, l’odore di miscela che si mescola a quello dell’asfalto bollente d’agosto.
Una moto chiusa in garage, per quanto perfetta, per quanto “Targa Oro”, è una moto morta. È imbalsamata. È un ricordo di sé stessa, non sé stessa.
Le mie Targhe Oro io le uso. Sempre. Le porto fuori per i miei early morning ride, per giretti improvvisati quando il sole scalda il giusto e la voglia di sentire il motore diventa più forte della paura dell’imperfezione. Si rovineranno? Probabilmente sì, un giorno. Perderanno quella perfezione millimetrica che mi è costata tanto sudore conquistare? Si, cazzo… Qualche graffio, qualche segno di usura, una vernice che con gli anni di sole e strada non sarà più quella immacolata delle foto d’iscrizione.
E allora? Saranno comunque vive.
Come una barca
C’è un vecchio detto marinaro che dice “una barca non è progettata per stare in porto”. Una barca ferma all’ormeggio, per quanto lucida, per quanto ben tenuta, non sta facendo quello per cui è nata. Il legno si secca, le vele ingialliscono nell’inattività, lo scafo perde il senso della sua stessa forma idrodinamica pensata per tagliare l’acqua, non per galleggiare immobile.
Lo stesso vale per una moto. Non è stata progettata per il garage. È stata progettata per il movimento, per essere guidata da qualcuno che ne senta il peso, l’accelerazione, la frenata. Una Targa Oro tenuta ferma è come una barca in porto: bellissima da vedere, ma tradita nella sua natura più profonda.

La vera vita di una Targa Oro
Per me, il vero modo di onorare tutto quel lavoro — le ricerche, la fatica, la rigidità dei commissari, le notti insonni a caccia di ricambi introvabili — non è metterla sotto una teca. È accendere il motore. È sentire quella benzina che brucia esattamente come bruciava cinquant’anni fa. È vedere la strada che scorre sotto ruote che, sì, un giorno forse perderanno quella perfezione fotografica da concorso, ma che nel frattempo avranno vissuto esattamente ciò per cui sono nate.
Ad agosto, quando il caldo rallenta tutto e le strade di provincia si svuotano, io esco con le mie Targhe Oro. Non per un raduno, non per farmi fotografare, non per dimostrare niente a nessuno. Esco perché quella moto merita di sentire ancora il vento, merita di scaldarsi al sole, merita di essere quello che è stata progettata per essere: un mezzo, non un monumento.
La targa resta lì, dorata, sul telaio. Testimone di un lavoro fatto bene. Ma sotto quella targa, il motore continua a girare, le ruote continuano a consumarsi, l’asfalto continua a scorrere.
Una moto che nessuno vede passare per strada, alla fine, non ha nessuna storia da aggiungere a quella che aveva già. Tirate fuori le vostre targhe oro, se le avete.









