Nel 1848 un uomo trovò dell’oro in un torrente della California, che non per niente oggi viene anche chiamata il “Golden State” (in realtà più per il sole che per il prezioso metallo). Centosettantotto anni dopo, un altro tipo di febbre dell’oro si ripete ogni agosto da quelle parti. Solo che stavolta a scavare non sono cercatori con la batea, ma collezionisti con l’assegno pronto. E il metallo prezioso non luccica nel fango, ma su un campo da golf della Penisola di Monterey, riflesso sulla vernice di qualcosa che, di solito, ha quattro ruote e un cuore che brucia benzina.

Benvenuti a The Quail, la giornata più esclusiva della Monterey Car Week, dove ogni anno si ridefinisce cosa significhi davvero valere oro. Non è un caso che l’evento sia nato, nel 2003, proprio con l’ambizione dichiarata di diventare il salotto glamour della settimana californiana: un’esperienza curata nel più piccolo dettaglio, così inarrivabile da finire necessariamente al centro dell’attenzione mediatica nel Ferragosto della Car Week.

Un prato che non ha bisogno di presentazioni

Il Quail Lodge & Golf Club di Carmel-by-the-Sea non è un luogo vistoso: sussurra, e lo fa con un’eleganza giovane che il resto della settimana motoristica di Monterey, tra aste rumorose e concorsi affollatissimi, non sempre riesce a replicare. Biglietti dai prezzi importanti, un numero di ospiti tenuto deliberatamente basso e ventidue debutti mondiali stipati in un solo pomeriggio: se cercate la definizione di evento “per pochi”, eccola.

E nel 2026 lo spettacolo non è stato da meno. Tra le novità delle case spiccava Bugatti con la sua Destrier, terza one-off del Programme Solitaire, praticamente una Bolide con la targa. Aston Martin ha tolto invece il velo alla Valen, l’Aston a motore anteriore più potente di sempre. Koenigsegg ha riacceso un sogno mai realizzato con la CCGT1, mentre Hennessey con la sua Blackbird ha ricordato a tutti come suoni un V8 aspirato quando nessuno gli mette in mezzo una turbina o una batteria. E poi ancora la Cadillac V-ONE Concept, un prototipo da corsa che sembra uscito da un sogno febbrile, o la Gunther Werks GXR-Evo, una 911 della serie 993 spogliata di tutto tranne che dell’essenziale, per correre. Spyker ha scelto lo stesso prato per festeggiare 146 anni di storia con la C8 Preliator XXV: carrozzeria in alluminio interamente battuta a mano in duemila ore di lavoro, un numero che, in un’epoca di produzione automatizzata, suona quasi come una provocazione gentile.

E Porsche, per chi ama i tributi meno ovvi, ha portato la Flachbau RS, una one-off che omaggia la mitica 935/78 “Moby Dick”, realizzata su base GT2 RS: non omologata per la strada, perché certe dichiarazioni d’amore non hanno necessariamente bisogno del permesso di circolare.

Ma The Quail vuole anche dire aste, tra le più importanti della Car Week. Quest’anno abbiamo assistito al passaggio di testimone da Bonhams a Broad Arrow Auctions, che ha debuttato come nuovo partner ufficiale chiudendo con 97 milioni di dollari di vendite e un tasso di successo dell’85%: è il miglior risultato mai registrato per un’asta al Quail Lodge.

Il lusso vero, quello che non ha bisogno di spiegarsi, stupisce senza urlare.

Il valore non è mai solo nei numeri

Ma se c’è una cosa che The Quail insegna ogni anno è che il vero oro non è sempre quello che luccica spavaldo. Il Best of Show 2026 ad esempio è andato a una vettura del 1957, una Ferrari 625/250 Testa Rossa carrozzata Scaglietti e proprietà di Bruce Meyer, uno dei collezionisti più influenti degli Stati Uniti e tra i fondatori del Petersen Automotive Museum di Los Angeles. Quest’anno The Quail ha dedicato proprio a lui una classe del tutto nuova. E non è stato un caso che il premio più ambito della giornata sia stato assegnato, quasi per un cerchio narrativo perfetto, proprio a un’auto della sua collezione.

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel fatto che, in mezzo a Bugatti da record e Koenigsegg più aerodinamiche di un aereo da caccia, a calamitare gli sguardi sia stata una vettura da corsa di 69 anni. Il gold standard, in fondo, non cambia mai troppo: resta sempre una questione di provenienza, di storia vissuta su strada o in pista, non di potenza dichiarata su un comunicato stampa.

Bruce Meyer lo sa meglio di chiunque altro: la sua collezione, negli anni, è diventata un punto di riferimento per l’intero movimento hot rod e per la cultura della velocità americana, e vederlo premiato proprio nell’anno in cui The Quail gli dedica una classe intera ha avuto il sapore di un tributo tanto meritato quanto tempestivo.

Se dovessimo scegliere la classe speciale più fotografata dell’edizione 2026, punteremmo però tutto su quella dedicata alla Lamborghini Diablo. Trenta esemplari radunati sul prato, dalla prima serie disegnata sotto la supervisione di Marcello Gandini fino alle ultime VT e SV. Probabilmente la riunione di Diablo più consistente mai vista fuori da Sant’Agata. 

Poi è arrivata lei: una sigla che pesa

Ogni anno però c’è un oggetto che è capace di calamitare l’attenzione del pubblico più degli altri, anche in un parco giochi dove basta tenere gli occhi aperti per incontrare con lo sguardo qualche meraviglia. In, questo caso, l’edizione 2026 di The Quail sarà ricordata per essere stata anche il palcoscenico scelto da Lamborghini per far tornare ufficialmente due lettere che a Sant’Agata non si usano mai a cuor leggero: SV.

La versione SV della Revuelto porta la supercar V12 ibrida della Casa emiliana in un territorio che definire “estremo” sembra quasi riduttivo. Il V12 aspirato da 6,5 litri, affiancato da tre motori elettrici e da una batteria ora portata a 7,3 kWh, sviluppa una potenza di sistema di 1.065 CV e una coppia massima di 1.425 Nm: cinquanta cavalli in più rispetto alla Revuelto di partenza, che già di suo non scherza. Il risultato è uno 0-100 km/h in 2,4 secondi, 0-200 in 6,7, e una velocità massima di oltre i 345 km/h. È, dicono a Sant’Agata senza alcuna teatralità, la vettura di serie più potente e veloce mai costruita nella storia del marchio.

In Lamborghini, però, non amano fare proclami vuoti. Per certificare le proprie affermazioni (perché a un certo punto le parole non bastano più, servono i numeri stampati su un cronometro) hanno portato la Revuelto SV a Hockenheim, uno dei tracciati più esigenti d’Europa. Al volante il pilota ufficiale Marco Mapelli, che ha fermato le lancette in 1:41.6, tempo più veloce mai registrato su quel circuito da una vettura di serie. Aerodinamicamente, l’80% di carico in più rispetto alla Revuelto standard racconta la stessa storia con un altro linguaggio: qui non si tratta di aggiungere potenza fine a se stessa, ma di renderla utilizzabile, ripetibile, guidabile. Un dettaglio che dice più di qualsiasi comunicato stampa su dove Sant’Agata voglia portare il concetto di “elettrificazione delle prestazioni”: non come compromesso o ineludibile necessità, ma come amplificatore del divertimento della guida. Un obiettivo che spazza via qualsiasi preconcetto.

Il resto della scheda tecnica racconta la stessa filosofia con altri mezzi. I nuovi freni carboceramici CCM-R Plus, abbinati a un inedito sensore inerziale 6D, fermano la vettura da 200 km/h a zero in appena 110 metri. I cerchi Dromos 3D-Superlight adottano per la prima volta su una Lamborghini di serie il fissaggio centrale Monolocker. Mentre Bridgestone ha sviluppato appositamente i nuovi pneumatici semi-slick Potenza Race R. E poi c’è la modalità Pilota, attivabile con un selettore sul volante: cinque livelli di intervento del controllo di trazione, sviluppati attingendo direttamente all’esperienza Lamborghini in GT3. 

Insomma, un concentrato di libidine assoluta, accompagnata sul prato di The Quail dalla Temerario Tricolore e dalla Urus SE Performante, quest’ultima al suo debutto sul mercato americano: un trittico che racconta il momento d’oro per Lamborghini e, soprattutto, per i suoi clienti.

Resta però una domanda: in mezzo a così tanta sostanza, veramente un acronimo su una targhetta (che vuol dire Super Veloce, ndr) ha ancora un’importanza così grande? A noi l’ha spiegato bene proprio sul prato di The Quail Alessandro Farmeschi, Revuelto Product Line Director, per cui quelle due lettere non sono mai state una semplice variante più aggressiva di qualche supercar della Casa: sono un sigillo che Sant’Agata riserva a pochissimi modelli per generazione, quelli chiamati a rappresentare il punto più alto raggiungibile in quel preciso momento storico. Un’eredità che parte dalla Miura del 1971 e arriva, oggi, alla prima Super Veloce ibrida della storia del marchio. Ed è proprio sull’ibridazione che Farmeschi ci aiuta a vedere la parte più affascinate: l’elettrificazione non cambia il carattere di una SV, lo amplifica. La risposta immediata dei motori, la gestione della coppia anche sull’asse anteriore, la maggiore costanza prestazionale in pista servono a rendere ancora più diretta la sensazione di guida che i clienti Lamborghini da sempre riconoscono ad una Super Veloce, non a sostituirla con qualcosa di estraneo al DNA del Toro. In altre parole: la Revuelto SV non tradisce la tradizione, la rilancia con mezzi nuovi.

Non è un caso che l’unica cosa che non cambia mai, in una Super Veloce, sia proprio la promessa che porta con sé.

1.963: un numero che è già una firma

Coerente con la tradizione della sigla, la produzione della Revuelto SV sarà limitata a 1.963 esemplari: omaggio diretto all’anno di fondazione di Automobili Lamborghini, che la rende automaticamente uno degli oggetti del desiderio più esclusivi dell’intera Monterey Car Week di quest’anno. D’altronde, la Revuelto SV rappresenta il nuovo punto di riferimento per i clienti alla ricerca delle massime prestazioni. Parole – non di chi scrive, ma del CEO Lamborghini Winkelmann  – che, guardando ai numeri, sarebbe difficile smentire. Ma che acquistano un senso ancora più preciso se lette alla luce di quanto raccontato da Farmeschi: non un punto di arrivo, ma la prosecuzione di una linea che dura da 55 anni, e che probabilmente non si fermerà. Se la storia recente del marchio insegna qualcosa, è che ogni Super Veloce apre semplicemente la strada alla prossima domanda: fin dove si può ancora spingere un’auto che porta già, cucita addosso, l’aspettativa di essere la più divertente di sempre?

Il weekend che si tinge d’oro

Non è finita qui, perché il fine settimana californiano avrebbe presto regalato un altro appuntamento da ricordare. Domenica, sul prato del Concorso di Eleganza di Pebble Beach, oltre quaranta Lamborghini Miura si sono radunate per celebrare il sessantesimo anniversario del modello che nel 1966 inventò, con il suo V12 centrale-trasversale, il concetto stesso di supercar. Accompagnate per l’occasione dalla nuova Revuelto Miura 60° Homage, edizione limitata a 99 esemplari. Un filo che lega la prima SV della storia (la Miura, appunto, nel 1971) all’ultima in ordine di tempo (la Revuelto, oggi), passando per un weekend che sembra costruito apposta per ricordarci quanto la storia dell’automobile ami ripetersi in cerchi, non in linee rette.

Alla fine, tornando a quel torrente del 1848 da cui siamo partiti, forse la vera lezione di questa California che si ripete puntualmente ogni agosto è che l’oro, quello vero, non si trova mai dove te lo aspetti. A volte è in una macchina da corsa di quasi settant’anni, altre volte in una sigla di due lettere che continua a significare la stessa cosa da oltre mezzo secolo. 

 

E ogni tanto, se sei fortunato e ti capita di essere nel posto giusto in un venerdì di agosto, riesci a trovare tante pepite senza dover neppure usare il setaccio.

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