Oggi il tatuaggio è ovunque. Sulle passerelle e nelle campagne pubblicitarie, addosso agli atleti, agli attori, ai musicisti e alle persone che incrociamo ogni giorno. Gli studi hanno vetrine su strada, identità grafiche curate, agende che si riempiono attraverso Instagram e clienti disposti ad attraversare mezzo continente per farsi tatuare proprio da quell’artista. Le convention internazionali sono sempre di più, sono nate scuole e accademie, ci sono collezionisti, pubblicazioni specializzate e tatuatori seguiti da centinaia di migliaia di persone.
Se bastasse la popolarità a stabilire l’età dell’oro di una cultura, quella del tatuaggio dovrebbe essere adesso.
Eppure, quando si parla di Golden Age of Tattooing, bisogna tornare indietro di oltre un secolo, in un momento in cui farsi tatuare significava qualcosa di molto diverso. Bisogna entrare nei porti, nei circhi itineranti e nei sideshow, cercare piccole botteghe affacciate sulle strade frequentate dai marinai e osservare le pareti ricoperte di disegni tra cui scegliere. Bisogna tornare a quando il tatuaggio era ancora distante dall’essere universalmente accettato e, proprio per questo, conservava una relazione fortissima con le comunità che lo praticavano.
È in quel territorio fatto di marginalità, mestiere, necessità e sperimentazione che il tatuaggio occidentale moderno comincia a costruire una parte importante della propria identità.
Molto di ciò che ancora oggi associamo istintivamente alla cultura tattoo nasce o si consolida allora: il tatuatore professionista, il tattoo shop, i flash appesi alle pareti, una determinata grammatica delle immagini e persino l’idea di attraversare una porta, scegliere un soggetto e affidare la propria pelle alle mani di qualcuno che di quella pratica ha fatto un mestiere.
La cosa più interessante è che quasi nessuno dei protagonisti di quel periodo poteva sapere di trovarsi dentro un’età dell’oro. Stavano semplicemente costruendo il tatuaggio del proprio presente.

1891: il tatuaggio diventa elettrico
Ogni epoca ha bisogno dei propri strumenti e, nella storia del tatuaggio occidentale, una data rappresenta uno spartiacque particolarmente importante: 1891.
È l’anno in cui il tatuatore newyorkese Samuel O’Reilly brevetta una macchina elettrica per tatuare, adattando un’invenzione che originariamente con il tatuaggio non aveva praticamente nulla a che fare. Qualche anno prima Thomas Edison aveva sviluppato la sua Electric Pen, uno strumento pensato per perforare rapidamente la carta e facilitare la duplicazione dei documenti. O’Reilly ne intuisce un’altra possibilità: modificare quel principio meccanico per fare muovere gli aghi sulla pelle.
Il tatuaggio esisteva naturalmente da millenni e continuava a essere praticato con tecniche manuali in moltissime parti del mondo. La macchina elettrica quindi non inventa il tatuaggio e neppure il mestiere del tatuatore. Ma cambia radicalmente le condizioni nelle quali quest’ultimo può essere esercitato in Occidente. Il lavoro diventa più rapido e permette di affrontare il corpo con modalità nuove. A cambiare non è soltanto la velocità con cui un’immagine può essere realizzata, ma la possibilità stessa di rendere il tatuaggio una pratica professionale più strutturata e di servire un numero maggiore di clienti.
Tecnologia e cultura, come spesso accade, finiscono per modificarsi a vicenda. Una macchina nata indirettamente da uno strumento pensato per gli uffici diventa così uno degli oggetti che contribuiranno alla costruzione di un immaginario fatto di porti, navi, aquile, cuori e corpi tatuati.
Dietro la porta di un tattoo shop
Con l’affermarsi del tatuaggio professionale cambia anche il luogo nel quale viene praticato.
Il tattoo shop non è semplicemente una stanza contenente aghi e qualche sedia. Diventa progressivamente uno spazio con propri codici, rituali e linguaggi. Soprattutto nelle città portuali, dove il continuo passaggio di marinai garantisce una clientela naturale, tatuatori e botteghe diventano punti di riferimento.
Ed è sulle loro pareti che prende forma uno degli elementi più importanti della cultura tattoo occidentale: il flash. Oggi possiamo guardare un vecchio foglio di flash come un’opera grafica. Possiamo collezionarlo, studiarne la composizione, riconoscere la mano di chi lo ha realizzato e osservare come un singolo tatuatore interpretasse una pantera, una rosa o un’aquila. All’origine, però, la sua funzione era innanzitutto pratica.
Il cliente entrava, guardava i soggetti disponibili, sceglieva.
Il tatuatore doveva essere in grado di trasformare quella scelta in un’immagine efficace sulla pelle. Questo significava sviluppare disegni leggibili, riproducibili e adatti alle possibilità tecniche dell’epoca. Linee nette, contrasti forti, composizioni chiare, campiture solide: molte delle caratteristiche che oggi identifichiamo con il tatuaggio Traditional non nascono semplicemente da una preferenza estetica, ma dall’incontro tra tecnica, esperienza e necessità.
Ed è forse proprio qui uno dei passaggi fondamentali della Golden Age: il tatuaggio occidentale comincia a costruire una propria grammatica.
Non esiste ancora l’infinita disponibilità di immagini che abbiamo oggi. Non esistono Pinterest, Instagram o archivi digitali da interrogare in pochi secondi. Le immagini circolano fisicamente, vengono disegnate, copiate, reinterpretate e scambiate. Un soggetto passa da una bottega all’altra e da una città all’altra, cambiando leggermente ogni volta. Quella ripetizione non impoverisce necessariamente il linguaggio, anzi, lo consolida.
Il corpo come spettacolo
Fuori dai tattoo shop, intanto, il corpo tatuato occupa una posizione profondamente contraddittoria.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, circhi e sideshow contribuiscono enormemente alla sua visibilità. Uomini e donne ricoperti di immagini vengono presentati al pubblico come attrazioni, spesso accompagnati da biografie sensazionalistiche costruite appositamente per aumentarne il fascino. Come la storia di La Belle Irene – la prima divina tatuata, della quale abbiamo parlato lo scorso anno.
La società che considera il corpo tatuato qualcosa di eccezionale, marginale o scandaloso è la stessa che paga un biglietto per poterlo osservare. È una contraddizione che racconta molto bene il posto occupato dal tatuaggio in quel momento: abbastanza distante dalla norma da suscitare stupore, ma già sufficientemente potente da esercitare attrazione.
Tra le figure più interessanti di questa stagione c’è Maud Wagner. Acrobata e performer circense, all’inizio del Novecento incontra Gus Wagner, tatuatore e artista itinerante, e da quell’incontro nasce una storia che va ben oltre quella della celebre “tattooed lady”. Maud impara infatti a tatuare e diventa a sua volta una delle prime tatuatrici professioniste statunitensi di cui si abbia una documentazione significativa. Mestiere che venne trasmesso alla figlia, Lovetta, che portò avanti la bottega di famiglia. Fun fact: Lovetta non si era mai fatta fare un tatuaggio. Sua madre aveva insistito affinché suo padre non la tatuasse mai e, quando Gus morì, la ragazza decise che non si sarebbe mai fatta tatuare da nessuno.
Le fotografie che ritraggono Maud, invece, raccontano perfettamente l’ambiguità di quell’epoca. Il corpo quasi interamente coperto da tatuaggi è contemporaneamente opera, spettacolo, professione e strumento di autodeterminazione, anche se inserito in un’industria dell’intrattenimento che costruiva buona parte del proprio successo sull’esibizione di ciò che veniva percepito come fuori dalla norma.
Il tatuaggio viene guardato perché è diverso. E proprio mentre viene esibito come eccezione, continua lentamente a diffondersi.

Un linguaggio nato per viaggiare
Per comprendere davvero l’età dell’oro del tatuaggio occidentale bisogna poi seguire le rotte delle navi. La relazione tra marinai e tatuaggio precede di molto la Golden Age americana, ma tra Ottocento e Novecento il mondo marittimo diventa uno dei principali territori attraverso cui simboli, tecniche e immagini viaggiano da una parte all’altra del mondo.
Non sorprende quindi che il vocabolario visivo che si consolida in quegli anni sia popolato da navi, ancore, rondini, cuori, aquile, rose, pugnali, serpenti, pantere e figure femminili.
Ridurre tutto questo a un dizionario di significati sarebbe però perdere la parte più interessante della storia. Certo, molti soggetti possedevano significati precisi all’interno della cultura marinaresca e potevano raccontare esperienza, appartenenza, superstizione, memoria o distanza da casa. Ma ciò che rende quelle immagini straordinarie è anche la loro capacità di funzionare sulla pelle.
Devono essere riconoscibili. Devono adattarsi al corpo. Devono poter essere realizzate con gli strumenti disponibili e devono rimanere leggibili nel tempo. La forma segue la funzione, anche nel tatuaggio.
È così che una serie di necessità tecniche e culturali finisce per generare un’estetica. Quella che oggi possiamo scegliere consapevolmente perché ci piace il Traditional era allora il risultato di un processo molto più organico: il modo in cui generazioni di tatuatori avevano imparato a far funzionare un’immagine sul corpo.
Una pantera deve muoversi insieme al corpo. Un’aquila deve aprirsi nello spazio disponibile. Una rosa deve essere leggibile anche quando la superficie sulla quale è stata tatuata cambia con gli anni.
Non nasce per essere osservato su uno schermo, ma per sopravvivere sulle persone.

I nomi dietro la leggenda
Come ogni età dell’oro, anche quella del tatuaggio ha costruito i propri miti.
Bert Grimm, Cap Coleman, Amund Dietzel: nomi che oggi appartengono alla storia del tatuaggio americano e che contribuirono, ciascuno attraverso il proprio lavoro e la propria interpretazione, alla definizione di quel vocabolario.
La geografia è importante quasi quanto i protagonisti. Norfolk, Milwaukee, St. Louis, Long Beach, Honolulu: città lontane tra loro ma collegate da persone in movimento, basi militari, porti e rotte commerciali.
Cap Coleman costruì gran parte della propria reputazione a Norfolk, in Virginia, uno dei grandi centri navali statunitensi. Amund Dietzel, nato in Norvegia e arrivato negli Stati Uniti dopo una vita iniziata sul mare, diventò una figura centrale della scena di Milwaukee. Bert Grimm lavorò in diverse città e il suo nome sarebbe diventato indissolubilmente legato alla tradizione americana, fino allo storico shop di Long Beach.
Non lavoravano in un sistema chiuso. Disegni, idee e soluzioni circolavano. Venivano assimilati, modificati e restituiti.
Poi arriva Norman Keith Collins. Per tutti, Sailor Jerry.
Marinaio prima ancora che tatuatore, Collins finisce per rappresentare uno dei punti di congiunzione più importanti tra la tradizione americana e ciò che sarebbe venuto dopo. Stabilitosi alle Hawaii, sviluppa un linguaggio immediatamente riconoscibile e guarda con enorme interesse al tatuaggio giapponese, studiandone composizioni, colori e possibilità tecniche.
Con lui la tradizione non viene semplicemente conservata: viene spinta avanti. Ed è questo, forse, il tratto che accomuna davvero i grandi protagonisti di qualsiasi Golden Age: conoscere sufficientemente bene un linguaggio da poterlo modificare senza distruggerlo.
Un secolo dopo parliamo ancora quella lingua
Entrare oggi in un tattoo shop significa vivere un’esperienza quasi irriconoscibile rispetto a quella di un cliente dei primi del Novecento. Sono cambiate le macchinette, i pigmenti, gli aghi, gli standard igienici, le conoscenze sul corpo e sulla guarigione. Sono cambiate le possibilità stilistiche e tecniche. È cambiato radicalmente il modo di trovare un tatuatore: possiamo osservare anni di lavoro attraverso uno smartphone prima ancora di incontrarlo, scegliere un artista dall’altra parte del mondo e prenotare una sessione mesi prima.
Soprattutto, è cambiato il posto che il tatuaggio occupa nella società.
Per una parte enorme del pubblico occidentale non rappresenta più una dichiarazione di appartenenza a un ambiente specifico. Ci si può tatuare senza essere marinai, biker, musicisti, carcerati, membri di una sottocultura o fenomeni da baraccone. Non è necessario dimostrare di appartenere a qualcosa.
Il tatuaggio è diventato personale, estetico, commemorativo, decorativo, concettuale. A volte tutte queste cose contemporaneamente.
Eppure basta guardare una parete di flash per riconoscere immediatamente immagini nate o codificate più di cento anni fa. La rondine è ancora una rondine. La pantera continua ad arrampicarsi sulla pelle. Il pugnale attraversa ancora la rosa. Le aquile continuano ad aprire le ali sui petti e sulle schiene.
Non sopravvivono soltanto i soggetti, ma un modo di pensarli.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui possiamo parlare davvero di un’età dell’oro. Non perché tutto ciò che veniva tatuato allora fosse migliore. Non perché i tatuatori fossero necessariamente più autentici. E certamente non perché il tatuaggio fosse riservato a una minoranza.
La nostalgia è una pessima storica. Quell’epoca è diventata d’oro perché ha generato qualcosa capace di sopravvivere alla propria epoca.

La popolarità non basta
Ed eccoci al presente. Il tatuaggio non è probabilmente mai stato tanto visibile quanto oggi. La quantità di talento disponibile è enorme, così come lo sono le possibilità tecniche. Artisti provenienti da culture e scuole differenti possono incontrarsi, osservare reciprocamente il proprio lavoro e contaminarsi quasi istantaneamente. Un’immagine realizzata a Seoul può essere vista a Milano pochi secondi dopo. Un tatuatore può costruire una carriera internazionale senza necessariamente trovarsi in una delle città storicamente associate alla cultura tattoo.
Da questo punto di vista, sarebbe facile sostenere che stiamo vivendo la più grande stagione del tatuaggio. Ma essere grandi non significa necessariamente essere d’oro.
La diffusione misura il successo di una pratica, non la sua capacità di produrre cultura.
Anzi, la popolarità porta con sé una contraddizione nuova. La stessa velocità che permette a un’idea di attraversare il pianeta può consumarla altrettanto rapidamente. Nascono estetiche, diventano riconoscibili, vengono replicate migliaia di volte e, qualche mese dopo, lasciano spazio a qualcos’altro. Il tatuaggio, che per sua natura rimane sul corpo, vive oggi dentro un sistema visivo che tende invece a sostituire continuamente le proprie immagini.
È una tensione affascinante. Da una parte abbiamo probabilmente la più grande libertà espressiva che il tatuaggio abbia mai conosciuto. Dall’altra dobbiamo ancora capire quanta parte di ciò che stiamo producendo riuscirà a sedimentare.
E forse è proprio qui che la Golden Age smette di essere un periodo storico e diventa una domanda.

Può il tatuaggio tornare a un’età dell’oro?
Forse sì. Ma prima dobbiamo liberarci dall’idea che un’età dell’oro coincida necessariamente con il momento di massima popolarità.
Se fosse così, non avremmo bisogno di aspettare: sarebbe questa.
Mai così tante persone hanno avuto accesso al tatuaggio. Mai tanti linguaggi hanno convissuto contemporaneamente. Mai è stato così semplice scoprire il lavoro di un artista che vive a migliaia di chilometri di distanza. E difficilmente il tatuaggio ha mai goduto di una simile legittimazione culturale.
Ma la Golden Age dei primi del Novecento non è diventata tale perché tutti si tatuavano. Bensì perché, in un arco relativamente breve della storia, una comunità di persone ha costruito strumenti, luoghi, immagini, tecniche e codici capaci di definire ciò che sarebbe venuto dopo.
Non conta soltanto quanto una cultura riesca a espandersi. Conta ciò che riesce a lasciare.
Ed è per questo che la domanda più interessante da rivolgere al tatuaggio contemporaneo non riguarda quanti siamo diventati, ma ciò che resterà di noi.
Tra cent’anni qualcuno continuerà a tatuare le immagini che stiamo inventando oggi? Quali degli stili contemporanei saranno ancora riconoscibili? Quali innovazioni tecniche avranno modificato permanentemente il mestiere? Quali artisti saranno studiati non soltanto per la bellezza del loro lavoro, ma perché avranno cambiato il modo in cui gli altri pensano un tatuaggio?
E quali delle immagini che oggi scorrono velocemente davanti ai nostri occhi riusciranno a fare qualcosa di apparentemente impossibile: smettere di essere una tendenza e diventare linguaggio?
Non possiamo ancora saperlo. Ed è probabilmente questo il punto.
Samuel O’Reilly non brevettò la sua macchina pensando di cambiare per sempre una professione. Maud Wagner non imparò a tatuare per diventare una figura nei libri di storia. Coleman, Dietzel e Grimm non appendevano i propri flash alle pareti immaginando che, un secolo più tardi, qualcuno li avrebbe studiati, collezionati e reinterpretati. Sailor Jerry non aveva bisogno di preservare immobile la tradizione, per rispettarla: la studiò abbastanza profondamente da poterla trasformare.
Nessuno di loro aveva la distanza necessaria per sapere cosa sarebbe rimasto. E lo stesso vale per noi.
Forse il tatuaggio contemporaneo è troppo veloce, troppo esposto e troppo soggetto alle logiche delle tendenze per vivere una nuova età dell’oro. Oppure, al contrario, l’enorme libertà tecnica e culturale raggiunta negli ultimi decenni sta permettendo proprio adesso a qualcuno, da qualche parte, di costruire il prossimo linguaggio destinato a durare cent’anni.
Lo capiremo soltanto quando il presente sarà diventato storia.
Perché le età dell’oro hanno una caratteristica piuttosto crudele: quasi sempre brillano molto di più quando le guardiamo da lontano.


























