Questo mese Wheelz si tuffa nell’edge: si cerca la tensione, il rischio, ci si spinge oltre i confini della mappa e allontanandosi dalla zona di comfort, dal posto sicuro. Volendo tagliare via il superfluo e cercare ciò che è essenziale, profondo e senza compromessi mi è subito balzato agli occhi un titolo che ho nella mia libreria di casa, VESTITI MUSICA RAGAZZI di Viv Albertine.
Chi è Viv? Oggi è una donna di 71 anni, una tizia super punk che a metà degli Anni 70 voleva far parte a tutti i costi di una band senza saper suonare mezzo accordo. A furia di testate e determinazione, ha messo su le Slits, punk band femminile che tante donne della scena rock ha saputo ispirare e motivare. Sono stati anni pazzeschi di provocazioni, droga, sesso, gente fuori di testa e fuori luogo, ma nel posto giusto. Una fiammata che ha saputo dare una svolta al panorama e ha portato a piccole e grandi rivoluzioni.
Guardando la copertina di questo libro che vi straconsiglio (tra l’altro Viv è stata fidanzata di Mick Jones dei Clash e grande amica di Sid Vicious… Insomma, gli aneddoti si sprecano) ho pensato a una frase, una frase che è stata manifesto, inno, legge all’inizio degli Anni 90: “GIRLS TO THE FRONT!”.
Avete mai sentito parlare delle RIOT GRRRLS?
«Noi ragazze vogliamo creare mezzi per parlare a noi stesse. Siamo stanche di band composte da soli ragazzi, fanzine fatte da ragazzi, punk fatto da ragazzi. Abbiamo bisogno di parlare tra noi. Comunicazione e inclusione sono cruciali. Non conosceremo mai abbastanza se non rompiamo il silenzio. Perché nei media vediamo noi stesse decapitate, derise, oggettificate, stuprate, violentate, ignorate, stereotipate, molestate, silenziate, invalidate, colpite, uccise. Perché c’è bisogno di creare spazi sicuri per le ragazze, dove poter aprire gli occhi e guardarci tra noi senza sentirci minacciate dalla società sessista e dalla solita robaccia che ci tocca quotidianamente» (Bikini Kill, 1991).

All’inizio degli Anni 90 avevo appena 6 anni, purtroppo non ricordo granché, ma che fascino e che potenza ripercorrere la storia di queste donne del punk e del rock che con grande cazzimm’ (passatemi la licenza poetica) hanno creato con forza il proprio spazio sulla scena musicale, e non solo. Questo movimento punk femminista inizialmente spinge le ragazze ad approcciare gli strumenti musicali, e a portare avanti a gran voce, a colpi di grida e urla punk, ma anche attraverso fanzine, tematiche toste che necessitavano di una luce puntata contro: patriarcato, violenza sulle donne, aborto, disuguaglianza di genere. Assurdo pensare a come alcuni temi, ancora oggi nel 2026, possono risuonare così forti.

Ma entriamo insieme nel vivo della storia. Dicevamo che agli inizi dei nineties si crea un cortocircuito e un certo tipo di rabbia femminile non ha più voglia di chiedere permesso. Tra Olympia e Washington D.C succedeva che, nel mezzo della scena punk / hardcore che si professava libera e spregiudicata, beh, spesso in realtà le ragazze dovevano accontentarsi di un ruolo di contorno: le fidanzate dei musicisti, le muse ispiratrici, le tipette carine sotto al palco. E così, a furia di sentirsi ammutolite e sminuite, ragazze interrotte (cit.), ecco che le donzelle iniziano a ringhiare.
RIOT GRRRL, scritto proprio così, con tre erre, un’onomatopea: le ragazze ATTENZIONE possono mordere! Non si sa chi per prima abbia messo nero su bianco questo appellativo, ma poco importa. Si accende un amplificatore. Ecco, allora, nascere band di ragazze che diventano delle eroine, delle figure mitologiche per chi, come me, fa della musica la propria passione e lavoro. Donne senza paura, senza timidezza, senza nessuna voglia di chiedere permesso. Ciò che da sempre più mi affascina del movimento RIOT è la volontà di trovare uno spazio: spesso, durante i concerti, dal palco veniva urlato al microfono “girls to the front!” ovvero “le ragazze davanti!”. Non era una forma di galanteria, era sicurezza: davanti si vedeva meglio, si respirava meglio e, soprattutto, si impediva che lo spazio venisse occupato sempre dagli stessi corpi e dalle stesse gomitate.
Si creava spazio anche per quelle donne che magari non avevano la forza, il coraggio di avanzare, ma che aiutate e supportate da musiciste e sorellanza, alla fine si sono fatte avanti. Contemporaneamente, succedeva che il pubblico maschile veniva invitato a fare un passo indietro. Ma non per punizione: per riequilibrare una stanza che per anni aveva funzionato come una porta girevole dove entravano solo alcuni.
I concerti erano fuori di testa, sudati, urlati e spesso stavano a metà strada tra un live e una manifestazione: riunioni, volantini e poi cassette e testi che giravano di mano in mano per diffondere informazioni: body politcs, desiderio di autonomia, desiderio e sessualità femminile… Insomma, tutte quelle cose che le “brava ragazze” non dovrebbero nominare (figuriamoci urlarle al microfono).
Alla domanda “Che significa riot grrrl?” nel 1991 una fanzine scriveva “Significa che noi ragazze vogliamo creare cose che ci rappresentino. Noi siamo la rivoluzione”. E lo sappiamo bene quante volte la rivoluzione è passata da album e artisti che hanno spostato gli equilibri.
Dovessimo fare un breve elenco dei dischi che meglio raccontano questo movimento, prendete carta e penna, ecco gli album da ascoltare assolutamente per entrare nel mondo delle RIOT GRRRL. Di sicuro non possono mancare le BIKINI KILL con il loro omonimo album del 1992, le Bratmobile con Pottymouth (1993) e le Sleater-Kinney con Dig Me Out (1997). Dischi che, se non trovavano etichette disposte a pubblicarli, vivevano grazie alla filosofia del “DIY”, do it yourself. Oggi sembra estetica, ma allora era vera sopravvivenza: se nessuno ti pubblica, ti stampi. Se nessuno ti invita, ti organizzi. Se nessuno ti ascolta, fanculo, ti fai ascoltare.
Girano aneddoti e racconti molto forti, alcuni davvero hardcore attorno a quel periodo e di certo non si può non citare il più noto, che coinvolge le L7. Per la precisione, è giusto dire che le L7 non vengono dalla scena RIOT in senso stretto: arrivano da Los Angeles e nascono a metà degli Anni 80. Potremmo definirle quasi precorritrici del movimento, perché spinte anche loro da una forte attitudine femminista condita da rabbia, ironia e anti-sessismo.
Succede che nell’ultima giornata del Reading Festival 1992, in un clima di fango e caos, durante il live delle L7 una parte del pubblico inizi a lanciare vere e proprie palle di fango colpendo band e strumenti. Leggendo racconti e reportage dell’epoca, la situazione degenerò a tal punto che Donita Sparks, la front woman, reagì tirando fuori un tampone insanguinato e lanciandolo verso la folla, urlando: “Eat my used tampon”. Decisamente extreme come aneddoto, lo so… Ma serve a rendere l’idea.
Negli anni, Donita ha spiegato che per lei non è stato un gesto goliardico. Il lancio di fango le era sembrato un vero e proprio assalto: sentì un sentimento misogino da parte del pubblico, nel trattamento riservato alla sua band di donne. Prima vi ho consigliato il disco delle Bratmobile Pottymouth e, per restare in tema aneddoti e filosofia DIY, le ragazze lo “pagarono” ad un amico che le aiutò a registrare con una pizza, una scatola di tinta per capelli e 40 dollari per comprare il nastro.
L’idea che si potesse far tutto, si potesse imbracciare uno strumento, imparare, comporre e scrivere testi forti, promuoversi e suonare dal vivo, tutta questa energia vitale e creativa era ciò che si poteva respirare in quel periodo.
E allora ecco il mio collegamento per questo Febbraio di Wheelz: edge è lo spigolo che ci volevano limare via e Riot grrrl è stata la scelta di non smussarlo, anzi! Urlare, suonare, scrivere, stampare, organizzare, anche quando non c’era spazio e non c’erano soldi. Sopravvivenza, autocoscienza, rimettersi al centro. E se oggi questa urgenza ci vibra attorno ancora attuale, è perché l’edge non passa mai di moda. Cambia solo palco.
Sberebem!
















