Ogni ottobre, la Repubblica di San Marino smette di essere soltanto un piccolo Stato incastonato tra le colline romagnole e diventa un santuario del rombo. Per quattro giorni, le strade che salgono e scendono tra borghi, vigneti e paesaggi appenninici si trasformano in una cattedrale del rally, un luogo in cui il passato e il presente si confondono in un’unica, inconfondibile vibrazione. È il Rallylegend 2025, la ventitreesima edizione di un evento che non ha bisogno di titoli ufficiali di qualche Federazione per infiammare gli appassionati. Qui non ci sono punti validi per il campionato mondiale o europeo. Qui c’è qualcosa di più profondo, più vero. C’è lo spirito autentico del rally, quello delle corse vissute a un soffio dal pubblico, dei meccanici che lavorano con le mani unte d’olio nel cuore della notte con il caro vecchio martello, dei motori che raccontano storie d’epoca e di uomini che ancora oggi cercano il limite, non per la gloria, ma per amore.

In un’epoca in cui il motorsport tende spesso a essere patinato, filtrato, quasi asettico, il Rallylegend rappresenta la rivincita dell’autenticità. Nato nei primi anni Duemila dall’intuizione di Paolo Valli e Pietro Piarulli, l’evento è cresciuto fino a diventare un vero rito popolare. Non un museo a cielo aperto, ma un festival in movimento che celebra le radici del rally: la terra, il rumore, l’imprevisto, la passione. Nel 2025 la corsa pazza di San Marino ha raggiunto un anniversario simbolico. Ventitré edizioni di pura energia, di ritorni leggendari, di abbracci tra generazioni di appassionati. Un traguardo che dimostra come un mito possa rinnovarsi senza snaturarsi.
Per chi arriva da fuori, la prima impressione è quella di entrare in un tempo sospeso. Le auto moderne convivono con quelle delle stagioni eroiche dei rally: Subaru Impreza in livrea 555, Lancia Delta S4, Audi Quattro, Ford Escort RS, Talbot Lotus, ma anche WRC più recenti come le Hyundai i20 e le Citroën C3. Non si tratta di nostalgia: è un dialogo tra epoche, una staffetta tra eroi del volante.
Le prove speciali tra i colli del Titano sono da sempre parte integrante della leggenda. Si corre tra curve che sembrano scolpite nella pietra, in mezzo a colline che profumano di benzina e qualche volta di pioggia, su tratti stretti e tecnici, spesso incastonati tra i muretti dei paesini. Qui, il pubblico è ovunque: accalcato ai bordi, sui prati, sui tetti dei furgoni, come si faceva una volta. Gente che si cambia la maglia madida di sudore tra una macchina e l’altra o nei van camperizzati alla buona, per poi tornare a urlare ai propri beniamini.
Annata bagnata
Quest’anno le prove speciali hanno offerto tutto: sole, vento, nebbia e persino un po’ di pioggia, che ha reso il finale incerto e spettacolare. Le luci dei fari hanno disegnato scie nel buio della notte della prima speciale, mentre i motori ruggivano come animali liberi. E quando le auto scendevano verso la piazza principale per i riordini, la folla esplodeva in applausi che sapevano di gratitudine. Perché al Rallylegend non si tifa solo per chi vince: si tifa per chi partecipa, per chi osa, per chi tiene viva la fiamma.
La celebre prova speciale “The Legend” ha confermato ancora una volta la sua aura mistica. È una corsa ma anche un rito, un passaggio di anime che si confessano tra un rettilineo e un “5 stretta che entra in un 2 sul ponte”. Lì si incontrano gli ex campioni e i giovani promettenti, i piloti locali e gli idoli internazionali, tutti uniti dallo stesso desiderio di far parlare le ruote più della voce. E così per le altre prove, fino al podio finale della domenica. Tra i campioni in gara, la categoria WRC ha visto la conferma di un binomio impeccabile: lo spagnolo Victori Senra, navigato da Paula Ramos, ha conquistato la vittoria assoluta con la Hyundai i20 WRC. La loro è stata una dimostrazione di forza e sensibilità, un equilibrio perfetto tra aggressività e rispetto del percorso. Dietro, Luca Pedersoli e Anna Tomasi sempre su Hyundai hanno cercato fino all’ultimo di chiudere il divario, ma il distacco accumulato nelle prime speciali si è rivelato incolmabile. Nella Historic, la gloria è andata a Stefano Rosati e Corrado Costa sulla Talbot Lotus 1981, un equipaggio che rappresenta perfettamente la filosofia dell’evento: esperienza, ritmo, cuore e nessuna concessione all’apparenza. La loro vittoria è un manifesto di autenticità, un inno alla meccanica pura e al talento senza età. Tra le Classic, l’applauso più lungo è stato per Simon Jean-Joseph con Patrick Pivato, al volante di una Subaru Impreza 555 del 1995. Il duo francese si è imposto in modo netto, vincendo anche il prestigioso McRae Subaru Group A Trophy dedicato al grande Colin, simbolo eterno di coraggio e spettacolo con tutte le ruote di traverso. L’urlo del loro boxer turbo, riconoscibile da centinaia di metri, è stato uno dei suoni-simbolo di questa edizione.
E poi c’è Paolo Diana, vecchia conoscenza di Wheelz [ne avevamo parlato qui]. Non serve presentarlo: per gli accoliti del Legend, è una divinità, un artista del controsterzo, una leggenda di casa. Con la sua Fiat 131 ha trasformato anche questa volta ogni curva in uno spettacolo. Le sue derapate hanno fatto tremare il pubblico e anche se il cronometro non gli ha regalato la vittoria, il suo passaggio è sempre salutato come un trionfo. Quando Diana esce da una curva, il pubblico si alza in piedi: per loro non è un pilota, è una bandiera.
Una festa popolare
Al Rallylegend non ci sono tutti quei recinti tra piloti e spettatori che stanno ammazzando la passione per le corse. Nei paddock si cammina tra le auto, che non sono animali esotici da guardare dalla distanza: le vivi, le tocchi, le annusi. I meccanici lavorano con naturalezza, i campioni firmano autografi, i bambini si sporcano le mani toccando le scocche impolverate e sorridono quando la Lancia 037 Totip di Miki Biasion spara una fiammata in scalata. Il Rally Village è un grande cuore pulsante: furgoncini delle salamelle, bancarelle e una folla che sembra non stancarsi mai. Ogni edizione ha i suoi ospiti, le sue parate, i suoi tributi, ma la vera protagonista resta sempre la passione. È un evento dove il tempo si mescola, sempre attuale e atteso in trepidazione per ventitré edizioni consecutive, in un’epoca in cui la continuità non è scontata. Fedele a sé stesso, sanguigno, lontano da essere un’attrazione artificiale. Ogni anno aggiunge qualcosa, ma senza perdere la sua anima. Quest’anno l’atmosfera è stata ancora più intensa grazie alle celebrazioni per il quarantennale della Lancia Delta S4, una delle auto più temute e venerate della storia del rally. Anche se quella maledetta stagione 1986 del Gruppo B non le ha mai permesso di riscuotere quel titolo mondiale che avrebbe probabilmente meritato. Vederla tornare a ruggire sulle colline di San Marino ha il sapore di un incantesimo. Il pubblico la guardava con reverenza, come se stesse assistendo al ritorno di una divinità del turbo.
In un mondo che corre veloce verso la digitalizzazione, il Rallylegend resiste come una radice testarda piantata nella terra. Non è nostalgia, è memoria viva. È la dimostrazione che certe emozioni non hanno bisogno di filtri o algoritmi per arrivare al cuore. Quando una vecchia gloria dei rally passa a pochi metri dal pubblico, quando la benzina brucia nelle camere di combustione e il fragore rimbalza tra i colli, si capisce che il rally non è soltanto sport: è identità. Allora lunga vita al Rallylegend e alle sue radici, che nutrono una passione per i motori che tanti danno per spacciata, prendendo una cantonata. E così, quando è calato il silenzio e l’ultimo equipaggio ha attraversato il palco di arrivo nella piovosa domenica del Legend 2025, è rimasto nell’aria qualcosa che non si può misurare con il cronometro. È la sensazione di aver sentito il battito del tempo attraverso il rombo di un motore, una sensazione straordinaria. Le luci si sono spente, i camion dell’assistenza sono già da tempo in altri lidi, le strade della Repubblica del Titano sono tornate al loro silenzio. Ma il Legend non si spegne mai. Rimane dentro, come la scintilla di una candela che aspetta solo la prossima edizione per dare, ancora una volta, corrente.

























