Ci sono band che attraversano il tempo senza perdere la loro identità. E poi ci sono i Ministri, che di quell’identità hanno fatto una promessa mantenuta. Con il nuovo album Aurora Popolare, uscito il 19 settembre, il trio milanese torna a colpire con una forza lucida e poetica, intrecciando rabbia e consapevolezza, intimità e lotta collettiva.
Un ritorno alle origini, al loro rock più diretto, grezzo, tagliente: i Ministri sono sempre stati una band con riff decisamente forti, chitarre distorte, ritmo incalzante. Aurora Popolare riprende esattamente questi tratti: in tracce come Buuum o Spaventi c’è quella stessa energia fisica che li ha distinti fin dagli esordi.
Chitarre taglienti, basso granitico, batteria che spinge: l’ultimo album recupera il linguaggio fisico e diretto del trio milanese. Dopo anni di esplorazioni più melodiche, insomma, il gruppo torna a quell’urgenza che li ha resi un punto fermo del rock italiano degli anni Duemila. Non è nostalgia, ma memoria attiva. La stessa rabbia lucida di Tempi bui, ricalibrata su un presente più adulto.
Ne abbiamo parlato con Divi, voce e basso della band, in una chiacchierata che è diventata presto più di un’intervista: un viaggio tra le radici dei Ministri, i sogni, le disillusioni, il loro sguardo al futuro. Ma anche la luce nuova che questo disco porta con sé. Un’Aurora Popolare che apre un nuovo orizzonte.

Come si resiste a fare musica non mainstream in Italia nel 2025? Dove si trovano la determinazione e la giusta dose di rabbia per avere ancora la voglia di farsi sentire in un mondo sempre più sordo alla musica di contenuto?
“Sicuramente il rock è un genere uscito un pò dalla scena mainstream, non è più sotto i riflettori come un tempo. Nonostante ciò, è stato anche il genere che ci ha permesso di avvicinarci alla musica e che ha fatto sì che la nostra scelta musicale, in termini sonori, abbia preso questa direzione.
Credo che ai tempi non fosse percepito così come il genere che facciamo oggi: aveva tutta una sua credibilità derivante anche da progetti degli Anni 90 che sono stati in qualche modo anche una spina nel fianco per il mainstream, ma che al contempo hanno fatto diventare l’underground un genere veramente di culto. Noi lo abbiamo ereditato agli inizi del 2000, quando siamo partiti.
Il nostro imprinting è stato sempre ricercare un’autenticità che abbiamo protetto e difeso e credo che oggi sentiamo molto il valore e il peso di quella scelta. Insomma, abbiamo deciso di tenere il più possibile la barra dritta. Oggi nella musica, nel mainstream in particolare, bisogna tenersi molto stretta la credibilità: a volte adattarsi è un bene, ma scendere a troppi compromessi rischia di snaturare quella che è la scelta iniziale. E il risultato può non essere affatto buono…”.

Evoluzione e non tradimento, dunque. Aurora Popolare non è un nuovo capitolo che dimentica il passato, quanto piuttosto un punto in cui tutto quello che hanno fatto fino ad ora converge e si fonde: le melodie, le atmosfere dure, le forme meno levigate, il bilancio tra speranza e disincanto.
Il tema di Wheelz per il mese di Ottobre è Roots, le radici. A cosa sono aggrappate le radici dei Ministri? Quali valori, quali ideali?
“Siamo una band nata sui banchi di scuola, ci siamo conosciuti parlando di musica. Il fatto di aver trasformato un gioco in un mestiere e poi, letteralmente, in una vita, mi fa dire che uno dei tanti valori che ci contraddistingue è il senso di fratellanza. Siamo tre persone che hanno costruito qualcosa che nessuno di noi all’epoca poteva immaginare. Un sogno realizzato.
Siamo consci di aver avuto un privilegio, una fortuna. Che poi ad un certo punto della nostra vita sia diventato anche un sacrificio, perché ci siamo allontanati dai sentieri più canonici, questo è altrettanto chiaro. Ma non ci ha mai disincentivato. Ci ha permesso di continuare per la nostra strada senza indugi”.

“Credo che l’altro fattore importantissimo sia il senso di responsabilità rispetto a quello che facciamo. Noi crediamo che l’artista abbia l’ingrato compito di non trasmettere concetti tramite slogan, quanto piuttosto di sensibilizzare il più possibile, toccando magari anche tematiche “scomode”, ma prendendole più sulla scala dei grigi che non attraverso opinioni preconfezionate da diatriba social.
La nostra missione è essere responsabili nel dire le nostre cose, ma anche estremamente sinceri e diretti. Credo che oggi ci sia una buona dose di disonestà nel muovere opinioni, sia da una parte che dall’altra. Soprattutto, credo che la musica si sia astenuta per troppo tempo dal fare quello che ha sempre fatto in passato, tanto nel rock, quanto nel cantautorato. Secondo me, oggi, far musica dovrebbe significare assumersi la responsabilità e il rischio delle proprie opinioni. La sincerità è fondamentale, da questo punto di vista”.
Divi, se invece pensi alle tue radici, chi è stato il vero primo cantante che ti ha fatto venire voglia di diventarlo anche tu?
“Il cantante che mi ha messo il “germe” in testa è stato Michael Jackson. Sono nato nel 1983, quindi a 5 anni sono finito in pieno contro quella cosa che fu Moonwalker e tutto l’hype dietro a Smooth Criminal. Michael Jackson, poi, in quegli anni era in una forma smagliante, un cantante che aveva graffio, ritmo e una morbidezza che altri non avevano. Una poliedricità davvero importante.
Ho sempre amato i cantanti poliedrici. In questo senso cito anche Freddie Mercury e Chester Bennington, che alternava momenti estremamente forti e ruggenti ad altri molto dolci. Quel tipo di dicotomia tra parte aggressiva e parte più morbida mi è sempre piaciuta… Quindi, evviva i crooner”.

E in Aurora Popolare questa alternanza di tensione e forza si sente tutta. C’è una narrazione che si snoda tra pezzi più ruvidi ed esplosivi e momenti morbidi e riflessivi. Una dinamica che mixa urgenza e tensione al respiro emotivo, tipica dei Ministri da sempre. E quest’ultimo album dai bordi duri, dove però trovano spazio anche ballate come Terre Promesse, ne è un esempio perfetto.
C’è una penna capace di smuoverti? Un cantautore o magari uno scrittore? Ti capita mai di scrivere un testo ispirandoti a una lettura?
“In generale la parte di songwriting credo sia un momento di enorme libertà. Si sintetizzano le esperienze personali e quelle apprese: le proprie letture, i film, ma anche concetti in cui si inciampa tra social e vita reale. Non ci sono, nello specifico, una penna, degli autori o un parterre di figure da cui prendo. Da songwriter mi muovo a seconda del mood, l’elaborazione dei testi ha come centro di tutto me stesso.
Se c’è stato però un momento di tributo totale ad una penna, penso a Italo Calvino nel Barone Rampante che ho trasposto in una maniera un pò allegorica in un pezzo che scrissi. Si intitola Alberi”.

Parlando dei testi dei Ministri, qual è la frase di cui vai particolarmente orgoglioso?
“Per il significato che ha per me, è “non mi conviene puntare in alto”. È il titolo della canzone in questione, che fu la primissima del primissimo disco. È emblematico che il primo brano del primo disco si chiamasse così: era una dichiarazione d’intenti che suonava un pò come un rito apotropaico, un modo per chiamare la sorte a far sì che succedesse l’opposto. Devo dire che ha portato bene…”.

Aurora Popolare ha una struttura concisa, senza fronzoli: l’album ha solo 10 tracce, poco più di mezz’ora, come molti dischi rock che puntano all’essenziale. Questa scelta stessa è una radice stilistica: niente filler, niente calcoli commerciali esasperati, un racconto diretto. Un album arrivato dall’urgenza.
Quanto è stata spontanea la “creazione” dell’ultimo disco?
“Sicuramente è molto spontaneo, molto urgente. Abbiamo affrontato questo disco cercando di riproporre l’approcciodegli esordi, ma questa volta dall’alto dell’esperienza maturata nei sette album precedenti.
Abbiamo sgomberato il campo da ingenuità ed eccessi di passione e siamo andati cinicamente al punto, senza rinunciare però alla parte musicale. La musica intorno a noi è cambiata talmente tanto che un po’ ci turbava doverci adattare a questo presente. Non volevamo cercare in tutti modi un compromesso per “esistere”, perché sentiamo di esistere già. E questa cosa dovrebbe comunicarci enorme libertà.
Abbiamo voluto riproporre la stessa gioia, lo stesso entusiasmo che avevamo agli esordi con sonorità simili, ma toccando tematiche molto più mature e consapevoli”.

Una maturità che diventa chiarissima se si ascoltano pezzi come Ballata del Lavoro Interinale da Tempi Bui, primo album della band, e Piangere al Lavoro da Aurora Popolare. Stesso tema, step evolutivi chiarissimi.
Un po’ come le radici politiche e collettive che fanno da sottofondo ai lavori della band: fin dall’inizio i Ministri hanno sempre fatto musica che riflette la realtà, che guarda al contesto, alla società, alle contraddizioni. Aurora Popolare non abbandona questa linea. Parla di disillusione, rabbia, attesa, promesse non mantenute, ma anche di speranza. Non è protesta gratuita, ma l’analisi di un sentimento collettivo.
“Di quel sentimento unico di speranza che cresce esponenzialmente quando lo senti con tante altre persone attorno” (cit. Divi) Quanta empatia sentite in questo momento con la società che vi circonda?
“Di empatia, parlando di società, non ne sentiamo tanta. Il mondo intorno a noi ha fatto certe scelte, ci sentiamo vittime di un sistema che è fallito tecnicamente. La nostra generazione è cresciuta inseguendo sogni che non si sono avverati e questo ha generato un senso di frustrazione e forte disillusione.
Io credo, però, che stiamo vivendo un momento di cambiamento. Vedo che le nuove generazioni stanno cominciando a capire che le cose possono essere diverse, che le loro lotte non sono vane. Credo che la vera responsabilità della mia generazione sia non infrangere i loro sogni, ma piuttosto incentivarli.
Aurora Popolare, in questo senso, è un messaggio di speranza: il fatto che la nostra generazione non abbia raggiunto i propri obiettivi, non significa che dobbiamo toglierli alla generazione che verrà. Di empatia, ripeto, al momento ce n’è poca. Ma sono davvero dell’idea che ci sarà un cambiamento. E quello che facciamo noi oggi, spero e credo, verrà valorizzato domani da chi avrà un occhio più attento del nostro sul futuro”.

Ascoltando Aurora Popolare le radici generazionali si fanno sentire. La band fa i conti con la propria storia, le proprie aspettative e quelle della loro generazione. E con ciò che, invece, è stato. L’album riflette sul presente guardando al percorso fatto con nostalgia e un velo di disillusione, ma anche con tanta consapevolezza ed esperienza maturata. I testi sono ancora una volta il cuore pulsante del progetto. Aurora Popolare parla di lavoro, precarietà, speranze minime e desideri collettivi. È un disco che non fa proclami, ma racconta — con la consueta lucidità disincantata — una generazione che non smette di chiedersi “che fine abbiamo fatto?”. La radice politica dei Ministri non è slogan, ma sguardo sul mondo. E speranza.
È una produzione che tiene insieme l’impatto live e una certa cura nella scrittura sonora: non è album didascalico o lo-fi, ma nemmeno patinato fino all’eccesso: si percepisce la fatica, la dimensione “suonata”, i morsi, i tagli. C’è sempre stata una tensione “popolare” nei Ministri — e non solo nel titolo di quest’ultimo lavoro. La band non parla al pubblico, ma dal pubblico: condivide la stessa prospettiva, le stesse ferite. In questo senso, Aurora Popolare è un disco con un enorme senso di appartenenza.
Il palco è la vostra dimensione. Quanto ti manca quando non siete in tour?
“La dimensione del tour mi è mancata parecchio. Ultimamente siamo apparsi poco: all’Alcatraz per il decennale di Per un passato migliore, un disco importante per noi e per chi ci segue. Poi al MIAMI nella nostra formula stravagante a trio, che ogni tanto ci concediamo per recuperare un pò di quell’attitudine degli esordi, quando eravamo in tre a fare tutto.
Ci riaffacciamo al tour con nuove energie. È sempre bello partire, suona sempre un pò come un ricominciare da capo. Ti riempie tanto: arrivi alla fine che tante cose sono davvero cambiate. Si comincia in un modo e si finisce in un altro, stanchi sicuramente, ma riempiti di esperienze. Non vedo l’ora di gustarmi tutto il processo di cambiamento e l’evoluzione che, ne sono certo, ci sarà. E speriamo che sia un tour lungo e fitto di date, che è la cosa che ci importa di più”.
Attitudine underground: comunità di ascoltatori, rapporti live, resistenza: nonostante con il tempo abbiano raggiunto un pubblico ampio, i Ministri non sembrano aver ceduto la loro dimensione di base: l’album è pensato per essere suonato dal vivo, cantato, condiviso, partecipe. Le radici sono anche lì: nel palco, nel sudore, nell’autenticità. Ogni brano sembra scritto per essere suonato su uno stage piccolo, sudato, pieno di facce sotto. I Ministri restano una band “da contatto”, dove la musica vive nella relazione diretta. Questa dimensione live, mai sacrificata alla produzione, è la loro vera radice: energia, onestà e zero filtri.
Cosa ci rimane a Milano? Esistono ancora luoghi di aggregazione dove nuove generazioni dalle orecchie curiose possono riempirsi di musica?
“In questi decenni è cambiato molto il modo di fare musica. Le nuove generazioni non partono tanto dall’imparare uno strumento, quanto più dal padroneggiare diversi linguaggi musicali e questo avviene in maniera molto più solitaria. Noi ci trovavamo in sala prove, ognuno a suonare il proprio strumento molto bene o molto male, ma in maniera efficace. Ognuno faceva la sua cosa.
Oggi invece la musica è molto più un fenomeno individuale e credo che questo abbia avuto conseguenze anche sui luoghi che offrivano musica alle persone. È una diretta conseguenza: una volta c’era più gente che suonava e quindi più posti per suonare. Detto ciò, io che frequento Milano, so che la settimana pullula di eventi legati alla musica live, basta andarseli a cercare. Per me c’è un tema di pigrizia: la gente deve togliersela dalla testa. Diciamo che Milano non privilegia la musica live, soprattutto il rock, ma cercando bene qualcosa si trova sempre”.

Tu quanto bisogno hai di andare alla ricerca di musica bella? Hai bisogno di nutrirti di nuovi artisti, nuovi album? Hai qualche nome figo da consigliare?
“I miei due soci e io siamo persone molto aperte e curiose, connesse con il presente. Siamo molto interessati a vedere i movimenti dell’underground musicale e credo che andare ai live, ai concerti, sia IL momento per scoprire i progetti e capirne la consistenza. Questa nostra apertura fa sì che arrivino anche energia nuova e urgenza, oltre che un pò di nostalgia. E non parlo tanto del ritorno di certe sonorità ormai tramontate, quanto di certi meccanismi di lavoro.
Notiamo che le nuove generazioni tendono troppo a “spezzettare” la catena di montaggio mentre, una volta, le scelte erano molto più in mano agli artisti. Il baricentro delle decisioni era molto in sede agli artisti, alla band e oggi vediamo che questa cosa è un pochettino cambiata. Ci piacerebbe vedere progetti che gestiscono molto di più la loro questione musicale. Per fare qualche nome, consiglio i Vaeva che sono una band che sto producendo. Un’altra band che mi piace molto si chiama Mass Demonstration di Novara”.
Chi è Divi quando non è il cantante dei Ministri a tempo pieno?
“Se non sono in tour, ultimamente, lavoro molto come produttore nella scena indipendente underground rock. Ci sono un sacco di ragazzi talentuosi che meritano il confronto con qualcuno che abbia più esperienza. Se posso, provo a restituirgliela. Per il resto sono un uomo felicemente sposato, che paga il mutuo, con un gattino. Quindi niente di entusiasmante”.

Radici non significa staticità. I Ministri continuano a cambiare tono, linguaggio, ritmo, ma senza perdere la propria essenza. In Aurora Popolare convivono rabbia e tenerezza, cinismo e affetto, sguardo verso il basso e verso l’alba. È la prova che la coerenza, nel rock, non è ripetere, ma riconoscersi.
















