Antropologo, fotografo, scrittore. Ma soprattutto, esploratore dell’animo umano impresso nella pelle. Lars Krutak vive a Washington D.C. ed è uno dei massimi studiosi al mondo di culture del tatuaggio. Per chi come me ama immergersi nella storia del tattoo, Lars è quasi una figura mitologica, ammirata da lontano sul web e, soprattutto, seguita tramite le parole e le immagini impresse nei suoi libri. Eppure, qualche settimana fa ho avuto l’immenso piacere di incontrarlo alla Como Tattoo Convention. Un’occasione che non mi sono lasciata scappare, soprattutto per potergli fare qualche domanda. Alla quale, ça va sans dire,  ha risposto con estrema disponibilità.

Se mi leggete e non sapete di chi io stia parlando, eccovi serviti: Research associate al Museum of International Folk Art di Santa Fe, Lars ha dedicato più di vent’anni a documentare e preservare le pratiche di tatuaggio tradizionale nelle comunità indigene di tutto il mondo. Autore di libri incredibili come Spiritual Skin, Tattoo Traditions of Native North America e Tattoo Traditions of Asia, nel 2025 pubblica con la Princeton University Press Indigenous Tattoo Traditions, summa del suo lavoro e delle storie raccolte nei cinque continenti. Il suo percorso è iniziato quasi per caso, tra i ghiacci dell’Alaska, e oggi continua a intrecciare antropologia, arte, spiritualità e memoria collettiva.

L’inizio di un viaggio

«Tutto è cominciato più di vent’anni fa quando, da studente di antropologia, arrivai all’Università dell’Alaska Fairbanks», racconta Krutak. «Un giorno incrociai una donna Gwich’in con tre linee tatuate sul mento. Era un segno semplice ma profondissimo, che conteneva una storia che non conoscevo». Spinto da quella curiosità, cominciò a esplorare gli archivi dell’università e scoprì che, non molto tempo prima, quasi ogni comunità indigena dell’Artico praticava forme di tatuaggio tradizionale. 

Decise allora di dedicare la sua tesi di laurea alla St. Lawrence Island, nel Mare di Bering, dove, negli Anni 90, viveva ancora il più alto numero di donne anziane con tatuaggi tradizionali del Nord. «Molte di loro avevano più di ottant’anni. Una di esse, Alice Yaavgaghsiq, era una tatuatrice di novantasette anni. Capii che quelle conoscenze stavano per scomparire. E che dovevo documentarle, prima che fosse troppo tardi». Da quel momento, Lars ha dedicato la propria vita a viaggiare: ha visitato comunità indigene in ogni continente, raccogliendo testimonianze, simboli, rituali e storie che oggi compongono un mosaico unico dell’umanità.

Il tatuaggio come memoria vivente

Per Krutak, il tatuaggio è prima di tutto linguaggio. «Molto prima che diventasse una moda, il tatuaggio era una forma di identità, medicina, storia. Ogni segno sulla pelle raccontava una verità umana: chi sei, da dove vieni, cosa hai vissuto». 

Negli ultimi decenni, il suo lavoro ha cercato di salvare e trasmettere questa eredità culturale, raccogliendo le voci degli anziani tatuati e dei nuovi artisti che oggi stanno ricostruendo una continuità con il passato. «Oggi c’è una nuova generazione di tatuatori culturali che sta riportando in vita le tradizioni della propria gente. Il mio compito è raccontare la loro resilienza e la loro creatività, perché ciò che rappresentano non è solo arte, ma patrimonio culturale dell’umanità».

Il segno come radice e come futuro

Il mondo globale ha trasformato il tatuaggio in fenomeno di massa, ma per Lars il suo significato più profondo resta intatto: «Oggi i tatuaggi indigeni attraversano arte, politica, attivismo e moda. Sono strumenti con cui le persone rivendicano la propria identità e costruiscono solidarietà. Il corpo diventa così un manifesto culturale».

Citando la studiosa Māori Ngahuia Te Awekotuku, Krutak ricorda che “marcare la pelle è parlare di chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Ed è qualcosa per sempre”. Nelle culture indigene, il tatuaggio non è mai stato un semplice ornamento: è un atto di appartenenza e un ponte con il mondo degli antenati. «Ogni segno sulla pelle porta con sé conoscenze, miti e genealogie, e attraverso di esso una persona si colloca nel proprio tempo e nel proprio spazio nel mondo».

Tradizione e trasformazione

Per Lars, cultura e tatuaggio condividono la stessa natura: sono forme vive, in costante mutamento. «Ogni tradizione che oggi consideriamo antica è nata da un atto di innovazione. Nel tempo, innovazione e tradizione si intrecciano e si rigenerano a vicenda. I motivi del tatuaggio ne sono l’esempio perfetto: custodiscono echi del loro significato originario ma ne accumulano di nuovi attraverso le reinterpretazioni. Quello che oggi chiamiamo “moderno” diventerà, domani, parte della tradizione». Un processo circolare, dove preservare non significa congelare, ma continuare a dare vita.

Sessione di tatuaggi Mentawai hand-tap, isola di Siberut, Indonesia, 2007. © Lars Krutak

Esperienze che lasciano il segno

«In trent’anni di ricerche ho capito che l’essere umano ha un bisogno quasi istintivo di scrivere la propria vita sul corpo», spiega. «Alcune emozioni, alcune verità, chiedono di essere espresse oltre le parole». Ci descrive la pelle come un archivio vivente, “una sorta di social media ancestrale” che permette di condividere esperienze, identità e ricordi.

Nelle sue ricerche, ha visto tatuaggi che raccontano origini, appartenenze, conquiste e ruoli sociali. Ma anche segni che accompagnano l’anima oltre la morte: in molte cosmologie indigene, i tatuaggi servono per essere riconosciuti dagli antenati o per ottenere nel mondo dell’aldilà ciò di cui si ha bisogno: fuoco, cibo, protezione. «Da questa prospettiva, il tatuaggio supera la materia: diventa un veicolo spirituale che collega il mondo umano e quello ancestrale. Ogni tatuaggio ha una propria essenza, una forza vitale che continua a risuonare anche dopo la morte».

Il tatuaggio come conoscenza

Dall’Alaska alle risaie delle Filippine, dal corpo mummificato di Ötzi alle mani di Apo Whang-od — la tatuatrice Kalinga di 108 anni alla quale Krutak ha dedicato il documentario Treasure of the Rice Terraces — il tatuaggio racconta da oltre 5.000 anni la storia dell’umanità. «I tatuaggi sono stati un linguaggio visivo universale, che registrava memorie, riti di passaggio, credenze e valori. Erano biografie incise sulla pelle, segni d’identità personale e collettiva. Ogni simbolo era una parola, ogni corpo una narrazione».

E ancora oggi, osserva Lars, il tatuaggio continua a essere strumento di trasmissione di conoscenza e di orgoglio culturale. «Permette alle persone di rendersi visibili, di dire chi sono e di raccontare la propria storia con la lingua più antica del mondo: quella della pelle».

Attraverso la sua ricerca, Lars Krutak non solo restituisce dignità e voce alle culture indigene, ma ci invita a ripensare il significato del tatuaggio come atto universale di memoria e identità.

Le sue parole ci ricordano che ogni segno inciso sul corpo è una radice: un punto di contatto tra l’umano e il sacro, tra ciò che siamo e ciò che non vogliamo dimenticare.

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