C’è qualcosa di profondamente affascinante nella storia di Maybach: un marchio che, a un certo punto, sembrò scomparire come un fantasma gentile, salvo poi riapparire nei tempi moderni sempre uguale a se stesso, eppure mai identico.

Un brand nato dalle viscere della rivoluzione meccanica quando esclusività faceva rima con performance, tornato in vita quando qualcuno ha sentito il bisogno di ridefinire cosa significhi davvero la parola “lusso”. Ecco perché, tra le pagine di questa Roots Issue, la vicenda del marchio fondato nel 1909 da Wilhelm Maybach appare come una parabola perfetta: un racconto di radici profonde che continuano a nutrire, silenziosamente, il tronco e i rami di un albero che nessun temporale ha mai potuto spezzare, nemmeno quando è stato spostato in un altro giardino.

 

La storia di un’impresa, certo. Ma anche di una famiglia.

Dici Maybach e ti viene in mente la gloriosa industria automobilistica tedesca degli albori della motorizzazione. Propulsori potenti, carrozzerie eleganti. Il privilegio di quei pochi che potevano guidare un’automobile mentre il mondo viaggiava ancora in calesse. E quelle di oggi, capaci di velocità e potenza, ma immediatamente riconoscibili prima di tutto per il lusso estetico, di prim’ordine. Due filosofie costruttive che sembrano distanti anni luce tra loro, ma che si vedono accomunate nel parterre di clienti che le acquistano, che non è cambiato più di tanto in oltre 115 anni: dignitari, capi di stato, tycoon, divi dello showbiz.

 

I Maybach non sono stati soltanto degli ingegneri o dei costruttori: oggi, come allora, sono interpreti di un’idea quasi spirituale di precisione.

 

Wilhelm, il capostipite, era convinto che la perfezione tecnica avesse una forma morale, che l’eleganza non fosse una questione di apparenza ma di proporzioni. Un’idea che avrebbe portato, un secolo dopo, a vetture dove il lusso si misura nel silenzio di marcia e nella fluidità con cui una portiera si chiude senza rumori. Ma prima del comfort c’è stata la bottega, l’apprendistato, l’odore dell’olio in temperatura e il rumore dei pistoni che facevano su e giù in una buia officina di Cannstatt.

Un’attenzione a quello che si fa che continua oggi con l’attuale generazione della famiglia, rappresentata da Ulrich Maybach. Che non è più a capo di una casa automobilistica, ma applica la stessa disciplina alle attività che lo vedono coinvolto nell’imprenditoria, nel venture capital e nella filantropia.

Potenza e dirigibili

Wilhelm Maybach nasce nel 1846 e cresce con la curiosità dei visionari. A soli quindici anni è un orfano apprendista meccanico alla benemerita Reutlinger Brüderhaus, dove incontra un certo Gottlieb Daimler che decide di prenderlo sotto la sua ala protettiva. È un incontro destinato a cambiare la storia dell’automobile: due menti affini, unite da una visione che allora sembrava quasi fantascienza: costruire motori leggeri per muovere carrozze senza cavalli.

 

Insieme danno vita ai primi prototipi, con risultati che oggi farebbero sorridere per semplicità, ma che allora erano pura magia.

 

Quando Daimler muore nel 1900, Maybach resta il più fedele custode della sua visione. Per anni continua a sviluppare motori sotto il marchio Daimler-Motoren-Gesellschaft, ma nel 1909 decide di camminare con le proprie gambe, fondando a Bissingen quella che diventerà la Maybach-Motorenbau GmbH.

Accanto a lui c’è il figlio Karl, erede di quell’intelligenza calma e ossessiva che fa dei Maybach una dinastia di perfezionisti. I motori Maybach equipaggiano i dirigibili Zeppelin, ma Karl opterà per il cambio di rotta che porterà l’azienda a concepire automobili che sembrano uscire da un’altra dimensione: le DS7 e DS8 Zeppelin degli anni Trenta sono vere cattedrali del lusso automobilistico.

Dodici cilindri, interni in radica e velluto, finiture eseguite con un’attenzione quasi orafa. Le berline Maybach non si compravano: si commissionavano sapendo che l’auto sarebbe arrivata mesi dopo, ma perfetta. Quelle vetture erano così avanzate da ispirare Rolls-Royce e Hispano-Suiza e farsi un nome per potenza e affidabilità.

In un’epoca in cui il lusso è ancora sinonimo di peso e imponenza, Maybach dimostra che anche la leggerezza e la silenziosità possono essere regali, se non sacrificano nulla in termini di prestazione. Poi arriva la guerra, e con essa la fine di un’epoca pionieristica, ma gloriosa.

L’azienda è costretta a concentrarsi sui motori per veicoli militari e aerei. Quando la Germania si risveglia dagli orrori bellici le auto Maybach sono un ricordo, un nome forse un po’ ridimensionato, ma non dimenticato: troppo forte il legame con l’eccellenza, troppo profonde le sue radici per essere cancellate.

Nelle braccia della Stella

La Maybach-Motorenbau sopravvive producendo motori diesel per treni e navi, e in quel momento il sogno delle automobili che portavano il monogramma sul cofano sembra finito per sempre. Tanto che nel 1960 Daimler-Benz acquisisce ufficialmente la Maybach: un passaggio quasi naturale, più che un atto di conquista. I due nomi si conoscevano da sempre, legati da una storia di collaborazione e di sangue tecnico comune. Daimler non comprò il marchio per farne profitto immediato, ma per salvaguardarne l’eredità.

Un atto di rispetto più che ricompensato dall’affetto e dalla vicinanza alla casa della Stella della famiglia Maybach che, seppur lontana dalle stanze delle decisioni, ha sempre supportato, da azionista, mamma Mercedes anche nei momenti meno esaltanti da un punto di vista economico-finanziario. L’acquisizione segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra.

Maybach diventa una divisione tecnica di Daimler, contribuendo alla progettazione di trasmissioni e motori speciali per carri armati, locomotive e veicoli industriali. Nei corridoi di Stoccarda quel nome resta sinonimo di rigore e precisione, anche se il suo stemma non orna più i cofani delle vetture di re e VIP. Ma il gruppo, con un gesto quasi filantropico, conserva il nome in vita. Sa che non è solo un marchio, ma una radice preziosa.

 

E le radici, anche quando non si vedono, aiutano a tenere su le montagne…

Nuova linfa in attesa del millennio

Tanto che negli anni Novanta, in piena era globalizzata, a Stoccarda decidono di rispolverare quel nome che dormiva negli archivi. Il mondo del lusso automobilistico è cambiato: Rolls-Royce e Bentley raccontano l’opulenza britannica e anche le tedesche, compresa la stessa Mercedes-Benz, parlano la lingua del lusso, ma non con un accento COSI’ esclusivo. Manca una voce teutonica capace di incarnare l’esclusività nella forma più pura.

E quale nome migliore di Maybach? Nascono così le Maybach 57 e 62, presentate ufficialmente nel 2002: limousine monumentali, più lunghe di una Classe S e più silenziose di una cattedrale gotica. Ogni dettaglio è un tributo al culto della perfezione. I sedili posteriori si trasformano in letti reclinabili, il sistema di climatizzazione ha quattro zone separate, e persino la chiusura delle porte è calibrata per generare un suono quasi impercettibile, “più simile a un sospiro che a un clic”, come raccontava uno dei tecnici dello stabilimento di Sindelfingen. Le vendite, tuttavia, non premiano l’impresa. Troppo classica, troppo distante dal gusto dell’epoca che cominciava a idolatrare i SUV e le linee più aggressive.

Così, dopo un decennio, nel 2012 la casa madre decide di sospendere la produzione. Tre anni dopo, il marchio rinasce però in una forma diversa e forse più sostenibile: Mercedes-Maybach, non più brand indipendente, ma espressione dell’apice della gamma Mercedes-Benz.

È un cambio di prospettiva intelligente: invece di inseguire Bentley o Rolls-Royce, Maybach torna ad essere la quintessenza del comfort e della maestria tedesca, pillola magica per le vetture già premium di Stoccarda. Da allora la storia riprende a fluire.

La Mercedes-Maybach Classe S – recentemente impreziosita da una edizione speciale celebrativa del V12 – diventa il manifesto del nuovo corso, seguita nei tempi recenti dai SUV EQS e GLS con il monogramma sul cofano, fino alla più recente roadster SL 680: un gesto di libertà, un’auto che traduce l’esclusività nel piacere di viaggiare scoperti, quasi a respirare la stessa aria che Wilhelm e Karl sentivano nei loro test sul Lago di Costanza o tra le curve della Foresta Nera. Una sorta di ritorno alle origini, o meglio alle radici, con un linguaggio contemporaneo.

Il potere della famiglia

C’è però un’altra storia, parallela e complementare, che corre silenziosa accanto a quella industriale. È la storia della famiglia, rappresentata oggi da Ulrich Schmid-Maybach. Pronipote di Wilhelm e custode di una tradizione tanto morale quanto economica. Riesce ad impersonificare l’ethos del marchio pur non avendo alcuna giurisdizione sulle scelte strategiche o estetiche che lo riguardano. Tanto da esserne diventato, con una naturalezza incredibile, ambassador.

Una presenza che va oltre il protocollo e gli eventi per i clienti e la stampa. Ulrich è il volto umano di un’eredità fatta di valori: discrezione, precisione, rispetto. Testimone di quella grandezza dei Maybach che è stata sì nei numeri, ma anche nelle mani: in quelle che disegnavano, inventavano, costruivano, verificavano ogni dettaglio.

E che oggi decidono investimenti finanziari a San Francisco, lanciano linee di abbigliamento e accessori extra-lusso e aprono flagship store in giro per il mondo oppure creano un museo  per il marchio a Friedrichshafen.  Non fanno più automobili, vero. Eppure il legame resta profondo. È una relazione rara, fatta di rispetto reciproco: da una parte il colosso industriale che porta avanti un marchio con la potenza dei suoi mezzi, dall’altra una famiglia che veglia sull’anima del nome. Due realtà diverse ma perfettamente allineate nella visione: custodire la sostanza di un’idea che attraversa il tempo, senza tradirsi.

Impegno, eredità e futuro

La storia di un brand come Maybach non si esaurisce con le vetture. Le radici che la famiglia ha piantato prima a Cannstatt e Bissingen e poi a Friedrichshafen, nei laboratori, negli archivi e nella memoria degli appassionati, continuano a dare frutti anche oggi. In questo senso, il lavoro della Wilhelm & Karl Maybach Foundation è emblematico: nata per custodire l’eredità storica dei fondatori e promuovere talenti, è oggi attiva su più fronti. Per un verso conserva archivi, materiali, testimonianze; per l’altro promuove mentorship e progetti culturali che hanno meno a che fare con l’automobile, ma molto con l’attitudine al “fare bene” che Wilhelm Maybach incarnava.

Tra i progetti più concreti c’è la collaborazione attiva con l’associazione Freundeskreis Maybach Museum e.V. di Friedrichshafen, finalizzata a realizzare un museo permanente dedicato al marchio: un luogo in cui motori, automobili, racconti e documenti possano convivere in esposizione pubblica.

L’idea magari è già vista, ma forte: dare alle radici un luogo fisico, che non sia solamente archivio ma esperienza. Friedrichshafen — città che vide fiorire la Maybach-Motorenbau e fu teatro dell’innovazione dei dirigibili, dei motori e delle berline d’eccezione — è scelta non a caso. La mostra pop-up “100 Years of Maybach Automobiles 1921–2021”, inaugurata nel 2022, ha anticipato quello che il museo potrà diventare: un portale ibrido, fisico e digitale per dare valore alle radici, anche quando nessuno sta guardando.

Un modo di essere che si riflette anche nei modelli attuali firmati Mercedes-Maybach: perché non basta costruire auto straordinarie, bisogna farlo con consapevolezza. Le tecnologie ibride, i materiali sostenibili, la cura artigianale — sono tutti segni che le radici non sono solo un passato da ammirare, ma un punto di partenza per il domani.

 

La visione della famiglia Maybach e quella di Mercedes-Benz sono due linee parallele, distinte ma allineate.

 

Il grande costruttore di automobili procede sul filo della contemporaneità, la famiglia veglia su quello della memoria, e insieme testimoniano che la qualità eterna non chiede applausi, ma fedeltà. E forse è proprio questo il segreto di un marchio che, dopo più di un secolo, continua a parlare sottovoce ma con autorità. Le radici, quelle vere, non si vedono. Ma senza di esse non cresce nulla. Ed è per questo che ogni volta che si chiude una portiera di una Mercedes-Maybach, con quel suono sordo e perfetto, sembra di sentire l’eco lontana di una vecchia officina nel Baden-Württemberg.

 

 

Photo credits: Mercedes-Benz, Maybach Foundation, Collection of the Museum for Historical Maybach Vehicles

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