Lo conoscete il detto, no? Never meet your heroes. Tenetevi alla larga dai vostri eroi, potrebbero deludervi. In fondo sono “solo” esseri umani, con le loro debolezze. Come voi. Come me, che da giornalista non posso indulgere nel peccato dell’idolatria. Offusca l’obiettività ed è ancor meno professionale. Tranne oggi. Oggi mi sento l’uomo più fortunato del mondo: grazie a Wheelz, ho la possibilità di avere a disposizione i grandi campioni del Motorsport di tutti i tempi, per indagare nel loro rapporto con la fama.
Riuniti in un motorhome dalle pareti indefinibili, ho a disposizione un turno con i miti del motociclismo e un giro lanciato con i campioni della Formula 1.

La prima conferma è che gli idoli sanno di esserlo, ma nel guardarsi allo specchio si sentono meno idoli. Il primo ad ammetterlo, neanche a dirlo, è Valentino Rossi, che nei primi anni di carriera ha più volte omaggiato il suo idolo dell’adolescenza, il pilota giapponese Norifumi Abe: “Voglio essere una persona, non un’icona. Non mi piace essere famoso, è come una prigione. Ma essere il volto della MotoGP è qualcosa di cui essere orgogliosi… Se la fama è il prezzo che devo pagare, allora va bene così”.
Il suo trono è posizionato accanto a quelli di Marc Marquez e di Fabio Quartararo. Messi lì, tra di loro, annullano ogni distanza ed è curioso che l’uno sia stato l’idolo dell’altro, come in un gioco di scatole cinesi. Marquez e Quartararo avevano la foto di VR46 appesa in camera, prima di rubargli la scena. “Quello che Valentino Rossi ha fatto nel Mondiale è e sarà unico… Il suo merito è stato di aver avvicinato al motociclismo così tante persone. Il migliore è lui, per numero di titoli…”, dice Marquez con quel sorriso da Joker. Il nizzardo ammette che “Valentino Rossi è stato il mio idolo d’infanzia, ma ora capisco chi è Marquez… La sua fame di successo e la determinazione sono straordinarie. Valentino è il mio idolo, ma penso che il migliore della storia sia Marc”.
Quando prende la parola Giacomo Agostini, tutti si tacciono. Per rispetto. Per riverenza verso il Signor 15 Volte. “Il più grande? Mike Hailwood. Nel mio sport ho ammirato tanto anche Ubbiali, Provini e Gary Hocking, però non sono mai stati idoli”, decreta con la sua voce argentina.
Cos’è la fama, per lei? “Vinci, vai sul podio, sai di essere il più bravo di tutti e di avere migliaia di persone che ti applaudono, ti ammirano: sono soddisfazioni impagabili. È tutto bello quando sei un personaggio pubblico. Chi dice che essere riconosciuto e ricevere complimenti è un disturbo, mente. Mi piace pensare d’essere stato il campione della gente… I minatori belgi il giorno dopo una mia vittoria a Spa portavano il tricolore giù in miniera. Noi italiani abbiamo bisogno di un eroe, di un idolo. Ho dato emozioni e gioia a tanta gente, non ho mai rifiutato un autografo, una fotografia, anche se ero stanco e stravolto”.
Ipse dixit. Tutti annuiscono. Anche i suoi rivali e compagni di corse, come Marco Lucchinelli. Per lui, essere un idolo era legato alla spontaneità: “I tifosi mi hanno amato perché ero come loro. Non si trattava solo di andare forte in moto, ma di dare divertimento alla gente”. Barry Sheene associa il riconoscimento della fama a una sua foto in mutande, accanto a una modella, pubblicata nel tabloid The Sun: “Lì ho capito davvero di aver cambiato l’immagine pubblica dei motociclisti. Prima eravamo i selvaggi in giubbotto di pelle che minacciavano di assalire una povera vedova. Invece alle gare ci vanno delle brave persone, magari con i figli o con un’anziana signora. Non ti costa nulla essere gentile e parlare con loro. Mi è capitato di fermarmi anche per due o tre ore dopo una corsa con la gente, perché non potevo sentire un ragazzo dire sì, ha vinto la gara, ma non si è neanche fermato per un autografo. Gestire la fama non è mai stato uno sforzo, per me”.
L’americano Wayne Rainey si rese conto di essere profondamente amato, soprattutto in seguito all’incidente che lo ha relegato a una sedia a rotelle. “Entrare nel Mondiale e osservare l’attenzione che Schwantz riceveva mi fece riflettere su quanto lavoro avessi da fare. Poi, per anni, fui così assorbito dalla mia ambizione di vincere che non avevo la minima consapevolezza di quanto significassi per la gente. Ho ricevuto decine di migliaia di lettere da ogni angolo del mondo”.
Da parte sua, Kevin Schwantz (il secondo idolo del giovane Valentino) azzarda: “Credo di essere stato, ai tempi, fra quelli che hanno fatto di più per lo sport, in termini di pubbliche relazioni e visibilità. Il giorno in cui mi sono ritirato, mi sono detto: wow, allora a qualcuno gliene frega davvero qualcosa di me”. Sì, ma più in Europa, che negli States: “Se atterravo in città come Francoforte, Milano o Barcellona, di solito il tizio che controlla i passaporti diceva: ehi, Kevin Schwantz! È un piacere vederla”.

Dopo una breve sospensione, rientro nel motorhome onirico per fiutare un’atmosfera del tutto diversa. I piloti somigliano ai precedenti nella taglia, una medium-large. E nella statura, da giganti. Il più corpulento è anche quello che, quando prende la parola, fa calare un silenzio da griglia di partenza con il semaforo rosso.
La misura di Juan Manuel Fangio, el Maestro, è direttamente proporzionale alla sua grandezza: “Devi sempre cercare di diventare il migliore, ma non devi mai credere di esserlo”. Gli fa eco Jackie Stewart: “La fama porta attenzione e l’attenzione va usata in modo responsabile. Non devi dimenticare da dove vieni e perché hai cominciato”.

Ayrton Senna fa un movimento strano, improvviso. L’attenzione è catturata dal suo sguardo tormentato: “Idoli? Non ne ho. Rispetto il lavoro duro, la dedizione e la competenza”. Il suo eterno rivale Alain Prost fa quella pernacchietta insofferente da parigino, nel lasciarsi scappare che “ho avuto dei problemi, perché i Francesi non amano la gente che ha successo, non vogliono bene ai numeri uno”. Non è una novità: da questa parte delle Alpi un altro idolo, Enzo Ferrari, aveva pronunciato la stessa verità sulla fama e sull’invidia molti anni prima. Poi, guardando nel vuoto, il Professore aggiunge: “Niki Lauda è stato l’idolo della mia giovinezza quando ho iniziato a correre nei kart”.

È come se si fosse aperto il proverbiale vaso di Pandora, perché ora i Ferraristi di oggi e di ieri si prendono i tempi degli interventi. Leclerc fissa con riverenza il brasiliano nel rivelare che “Senna è stato il mio idolo, mio padre mi ha raccontato delle storie su di lui e ho capito l’impatto che un pilota può avere sulla gente”. Michael Schumacher commenta che “se sei abbastanza fortunato per essere famoso, sarebbe ottimo utilizzare la fama e il potere che ne deriva per attrarre l’attenzione sulle cose che contano davvero”.
Lo incalza Fernando Alonso: “Si impara a utilizzare la fama come un utensile, per gli sponsor, per il team, per i progetti. Ma in pista si deve rimanere se stessi”. Un altro veterano, Lewis Hamilton, ricorda senza nostalgia: “Quando sei giovane, sei più del tipo oh, dev’essere fighissimo essere conosciuti, la fama è così eccitante. Ma è un po’ più complicato di così, ci sono la pressione e gli obblighi”.

Essere un idolo è più delicato di una mescola da qualifica. Ma a tirare le somme è una delle icone pop della nuova fandom, Max Verstappen, con una delle sue traiettorie più gelide e taglienti: “Non ho davvero un idolo… Soprattutto spero che i bambini vogliano essere se stessi e basta”.
(I virgolettati sono stati estratti dai siti Motograndprix, IMDB, Reddit, Eurosport, Fanpage, InSella, Official F1, X, ESPN, CNN e diversi libri e riviste di carta).












