Se c’è un tratto che ben definisce Filippo Bassoli è la capacità di attraversare mondi diversi – più di quello che possano sembrare ad un’occhiata superficiale – con naturalezza, lasciandosi alle spalle al momento dell’uscita di scena qualcosa che parla ad un pubblico più ampio di quello che c’era prima. Non si tratta soltanto di comunicazione o di marketing, ma di intuizione, visione, capacità di anticipare il tempo e trasformare passioni personali in progetti che poi vanno oltre il giro degli amici e dei connoisseur per attirare anche un’audience più ampia.

Oggi, da Chief Brand & Marketing Officer e Amministratore Delegato di MV Agusta, porta sulle spalle il compito di custodire e rilanciare uno dei marchi più iconici della meccanica italiana con le armi della comunicazione, in un momento in cui la moto non è soltanto velocità e tecnologia, ma diventa sempre più rappresentazione di status e identità culturale.

Tra il virtuale e la vecchia scuola 

Dici Filippo Bassoli e pensi quasi sicuramente alle motociclette, magari quelle velocissime e lussuose di MV Agusta. O quelle modaiole e diverse l’una dall’altra di Deus Ex Machina, a cui fanno compagnia magliette e giacche decisamente pettinate e un hamburger tra i più buoni di Milano. Questa storia però inizia molto prima dell’arrivo a Schiranna, la sua ultima fatica in ordine di tempo. Parte da un’Italia che stava appena scoprendo Internet per poi passare effettivamente per la Milano motor-chic e internazionale di Deus Ex Machina fino a riportare le moto, quelle toste costruite nel varesotto, al cuore della sua attività.

Un romanzo di formazione in fasi, tutte all’insegna di un principio semplice: lavorare su cose che lo appassionino. Non ha mai fatto differenza tra il ruolo del founder o dell’imprenditore e quello del manager: l’importante è la qualità del progetto, la possibilità di raccontare una storia con un certo linguaggio, il suo. Che in una realtà strutturata e “manifatturiera” come quella di MV Agusta vuol dire pensare come un creativo e agire come un dirigente, tenendo insieme visione e disciplina.

Il percorso di Bassoli racconta come una carriera possa svilupparsi fuori dagli schemi o dalle direzioni indicate sui cartelli, seguendo la curiosità più che i percorsi preordinati. Dal digitale agli spazi esperienziali dove vendere motociclette, streetwear e club sandwich, fino alla responsabilità di custodire un marchio storico, il filo rosso è sempre stato quello di non copiare dagli altri e giocarsela sempre con le proprie carte.

Il web che non c’era

Partiamo dal primo capitolo. Alla fine degli anni Novanta internet in Italia era ancora un terreno sperimentale. I modem gracchiavano nelle case, le pagine caricavano con lentezza, i forum diventavano le prime piazze di scambio. In quel contesto nascevano start-up pionieristiche, di cui molte destinate a spegnersi rapidamente, senza la retorica un po’ noiosa di oggi dove sono tutti founder e game changer anche se stanno aprendo una tabaccheria.

Bassoli fondò una delle prime web agency italiane, intuendo che la rivoluzione digitale non sarebbe stata passeggera. Una folgorazione assecondata anche in famiglia, invece del solito “lascia perdere e fai l’avvocato come tuo padre”. Da quella sperimentazione, fortunata nel timing, ma frutto di un disegno preciso e di tanto lavoro, prese forma Blogo.it: un network di blog che anticipava quello che oggi è la normalità: una molteplicità di voci che raccontano mondi diversi. Sport, lifestyle, tecnologia, cinema, cultura pop e ovviamente le auto e le moto, passione viscerale di Filippo.

Blogo parlava la lingua della sua generazione senza cercare di imitare i giornali. Li scavalcava offrendo rapidità, leggerezza e soprattutto possibilità di dibattito, quando l’informazione e l’intrattenimento avevano ancora un carattere monodirezionale. Per chi era abituato a ricevere informazioni calate dall’alto, fu una rivelazione. Era un luogo dove le passioni venivano trattate con la stessa importanza della cronaca, dove un articolo su un nuovo videogioco poteva avere lo stesso peso di un pezzo di politica internazionale. In un linguaggio vicino, diretto, che metteva al centro le persone.

Il successo arriva, dunque, e la piattaforma diventa un editore da top 3, indipendente e tenuto d’occhio da tutti, che si trattasse di un pischello che voleva leggere del weekend della MotoGP o magari di un politico che voleva capire l’aria che tirava. Così, quando si presentò l’occasione, Filippo e i suoi soci vendettero al miglior offerente (RCS – ndr). Incassando un prezzo sì, ma anche una certa sicurezza in quello che si fa che continuerà a far comodo nel corso degli anni.

Sovrano del Motoquartiere 

Dopo gli anni del digitale, arrivò una sfida diversa, ma ancor più vicina ad una delle grandi passioni di Bassoli: le motociclette. Anche in questo caso non una strada battuta, ma qualcosa di sconosciuto o che comunque si era visto molto poco. Un balzo alla metà degli anni Duemila, quando insieme all’ex boss di Ducati Federico Minoli prese un volo per l’Australia con l’idea di tornare con un marchio in valigia: Deus Ex Machina. Un brand giovane che univa surf, moto custom e streetwear e in un melting pot fresco e trasversale. Un’idea coraggiosa: non era affatto scontato che un brand del genere riuscisse a prendere piede nella patria di design, velocità e moto, peraltro all’insegna dell’artigianalità in ambiti dove la produzione di massa vince quasi sempre.

Ma indovinate un po’? Funziona. Anche perché non avendo il mare a Milano, Bassoli e soci lasciano un po’ più nell’ombra le tavole da surf e si giocano con grande convinzione la carta della ristorazione. Il Deus Café di via Thaon di Revel diviene in poco tempo un fenomeno. Non solo un locale, non solo uno store: un luogo di tendenza dove succedono cose interessanti. Che fu l’epicentro della troppo breve stagione del cosiddetto Motoquartiere, una piccola enclave nel quartiere Isola dove ogni vetrina aveva qualcosa da spartire con il mondo delle due ruote, le serate iniziavano con un aperitivo e magari finivano tra i motori che ruggivano in strada, mentre le saracinesche scendevano per la notte. Artisti, musicisti, impiegati, motociclisti: tutti si mescolavano, creando una comunità che andava oltre il semplice stare a tavola, guardare una cafe racer che prendeva forma sul ponte di un customizer o accaparrarsi una maglietta che non poteva essere nient’altro che figa.

Le moto parcheggiate in fila davanti al Deus diventavano un contest a cielo aperto, i muri raccontavano storie attraverso fotografie e illustrazioni, le collaborazioni con altri brand ne amplificavano l’energia. Non era solo lifestyle cosmopolita trapiantato in Lombardia: era un linguaggio nuovo. E nel momento di massimo splendore del Motoquartiere Filippo ne fu sicuramente il re, ma nel mentre faceva molto di più. Perché oltre alla responsabilità di Deus in Italia, divenne anche socio di peso del gruppo. E contribuì a far crescere il brand dalle 3 location di Sydney, Bali e Los Angeles che esistevano prima dell’apertura a Milano, alle oltre 50 di oggi. Un po’ manager e un po’ imprenditore, sempre a seguire le proprie passioni con entusiasmo e risultati.

Poi, però, arriva una chiamata curiosa. Il prefisso è quello di Varese.

A Schiranna, con carta bianca

Nel 2020 Bassoli approda in MV Agusta. Una proposta non cercata: Filippo stava benissimo dov’era e il marchio veniva da una stagione turbolenta, con l’uscita dell’azionista storico e un nuovo proprietario che qualcuno guardava con diffidenza. Bastano due giorni di chiacchiere in azienda per convincerlo ad accettare. Il lavoro? Prendere in mano il marketing di un marchio storico e di grande pedigree, ma forse un po’ appannato, e portare idee nuove, senza compromessi (salvo veti da chi le moto dovrà costruirle, qualche limitazione dai reparti di produzione arriva sempre).

Detto, fatto. Si parte col rafforzare la rete di vendita in tutto il mondo tagliando anche qualche ramo secco e con il lanciare modelli che molto probabilmente saranno i nuovi idoli di Schiranna. Come la Superveloce, la “prima” dell’era Bassoli e anche la sua preferita, soprattutto nella versione a quattro cilindri che è la candidata naturale ad affiancare F4 e Brutale nell’olimpo del marchio. Una moto capace di guardare al passato senza restarne prigioniera, con quelle carene che richiamano le corse degli anni Settanta mentre il cuore è quello di una sportiva moderna. Manifesto della direzione intrapresa da MV: rispetto per l’heritage, ma sguardo proiettato in avanti.

Oppure con il lanciare collaborazioni audaci con il mondo dell’arte. Il tutto mentre qualche scossone – a livello societario – c’è ancora. Come l’ingresso nel gruppo KTM, interrotto dopo un paio d’anni. Tensioni che necessariamente rendono il sonno un po’ più inquieto ai manager come Filippo, che di MV Agusta è anche consigliere di amministrazione. Ne vale la pena, però, e Bassoli su questo non ha dubbi. D’altronde il marchio varesotto è una fucina di idoli. Le vittorie di Giacomo Agostini negli anni Sessanta e Settanta, le linee immortali di Massimo Tamburini con la F4, la Brutale come incarnazione della naked sportiva di un’epoca. Lavorare su un brand così significa maneggiare un patrimonio delicatissimo, ma non capita a tutti. 

Idoli e understatement

E se di idoli dobbiamo giustamente parlare visto il tema di questa Issue, a chi e a cosa guarda Filippo Bassoli? Il primo ce l’ha spesso in ufficio: quel Giacomo Agostini che tanto ha contribuito al palmares di Schiranna. Un signore da dieci vittorie al Tourist Trophy che ha raggiunto, in un’epoca di comunicazione analogica e istituzionalizzata, vette di popolarità straordinarie anche per gli standard di oggi.

E poi c’è Ricky Johnson, leggenda del motocross nordamericano anni Ottanta: mattatore dell’AMA, Rookie of the Year 1981, capace di segnare il proprio sport. Uno tra i tanti, perché in realtà di quella stagione del motociclismo fuoristrada a Filippo piacciono quasi tutti.

A completare il quadro, anche se non te lo aspetti da uno come Bassoli, c’è anche un fictional character: James Bond, icona di finzione che attraversa cinema e costume, simbolo di eleganza e avventura senza tempo (specie quando c’era Sean Connery, puntualizza). E con un bel parco macchine, che al nostro sicuramente non è sfuggito.

Però, dopo averti messo sul tavolo qualche nome, Filippo corregge il tiro: i suoi veri idoli sono spesso persone molto più vicine a lui, lontane dalla notorietà nel senso spettacolare del termine. Magari personaggi conosciuti nel proprio settore o nei circoli giusti, ma a cui è più facile che mandi un whatsapp per un giro in moto tra le carraie che non appenderne il poster nell’ipotetica cameretta. Tutti accomunati da un tratto: essersi fatti da soli, senza aiutini.

L’editoriale di questa Issue ci ricorda però che gli idoli non sono solo le persone, ma anche gli oggetti. E su questo, Filippo non lesina nomi e cognomi. A partire dalle moto, dove alla Superveloce che già gli ha preso il cuore affianca la cocca del garage: la BMW R80 G/S Paris Dakar, madre delle enduro stradali, una moto che magari non fa niente in modo eccelso, ma fa tutto senza lamentele. E poi le macchine, dalla Lotus Super Seven dei diciannove anni alle amate Land Rover Series II (ancor meglio se suffix “A”, la vera OG secondo lui), passando per una vecchia Porsche in allestimento rally. Oggetti sublimi, da uno che ne sa, e che spesso hanno trovato posto sulle magliette di Deus o in qualche collaborazione. Come quella con Cool ’n’ Vintage per Yellow Land Marine, una vecchia Land Rover del 1966 ricreata con l’ispirazione del sottomarino giallo dei Fab Four. Guarda caso una Series IIA, che coincidenza…

E dopo le persone e gli oggetti, c’è una terza dimensione dell’idolatria Bassoliniana: quella dei luoghi. Dai posti universali e di tutti, come la tenuta di Goodwood dove il Festival of Speed o il Revival incendiano gli animi dei petrolheads, a quello più intimo, il Monte Scirone nel parmense. Un luogo del cuore che Filippo si è coltivato dalla gioventù, col pistino per correre con le moto da cross, chilometri di strade bianche per schiarirsi i pensieri e il buon cibo di qualche trattoria sincera. Un luogo disconnesso, dove può rallentare per qualche ora anche chi, solitamente, deve andare a tavoletta su tutto.

E poi quello che non ti aspetti: La Capannina di Forte dei Marmi, dove qualche anno fa nelle sere d’estate potevi vedere due generazioni di Bassoli: i genitori a cena, Filippo e suo fratello in discoteca. Un locale iconico che avrebbe voluto provare a rilanciare a modo suo, anche se non gli dispiace che ora diventi l’ultimo regalo di Giorgio Armani al mondo. 

Dietro all’imprenditore e al manager di successo c’è dunque un uomo che resta fedele a piccoli riti e a pochi oggetti di buonissimo gusto, consapevole del privilegio di aver potuto assecondare le proprie inclinazioni anche in ambito professionale. Con passione, la parola ripetuta più spesso in questo articolo. Che qualche volta ha l’accezione di adrenalina ed entusiasmo e qualche volta, come dice Filippo, ha quella della Passione di Cristo. Una battuta da idolo, ovviamente.

 

 

Photo Courtesy: Instagram Filippo Bassoli 

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