Henry Favre ha 30 anni, 80mila followers su Instagram e ha appena finito la Dakar. Ma la sua vera ossessione sono i motori a due tempi, quelli che puzzano di miscela e possono andare dai 50 km/h di serie ai 130 km/h con le giuste elaborazioni.
Nella sua filosofia di vita, la velocità non è un numero: è una scelta. E forse ha ragione.
Henry Favre lo riconosci subito. Non tanto per la faccia, quanto per quello che guida: Ape del ’70 per andare a Capo Nord, Ciao del papà per attraversare l’America e ora c’è un furgoncino Mitsubishi L300 con l’obiettivo Dakar 2026. È il valdostano che ha trasformato i viaggi “impossibili” in una carriera, diventando brand ambassador di Malossi e una piccola celebrità social. Ma dietro le imprese c’è qualcosa di più profondo: una filosofia di vita costruita attorno ai motori a due tempi e allo slow motorcycling.

Se l’errore diventa saggezza
“Quando ho fatto ripartire il Ciao di mio papà, il cavo dell’acceleratore è rimasto incastrato e sono finito contro la fotocellula del cancello, spaccandola“, racconta Henry. “Andare piano conviene“.
È così che inizia tutto: con un incidente, un errore, una rottura. Quel Ciao “era davvero un vecchio motorino fermo da 20 anni, non era ancora cool, era davvero dimenticato“. Ma proprio da quel pezzo di ferro abbandonato nascerà una visione del mondo che, oggi, influenza migliaia di giovani.
La differenza tra Henry e la generazione Instagram è tutta qui: lui ha iniziato quando i tutorial su YouTube quasi non esistevano. “Andavo dai vecchietti del paese per ricevere le loro indicazioni, oppure dai ragazzi grandi, che un po’ mi bullizzavano perché ero piccolo e avevo solo un piccolo Ciao. Ma è servito molto“. Errori e sperimentazioni, le uniche università che contano, quando si parla di meccanica.

Le radici dell’analogico
I due tempi sono stati i suoi primi maestri, quelli che gli hanno insegnato che il mondo fisico esiste ancora e funziona alla grande. Nel 2014, quando è andato a Barcellona, “siamo partiti con le cartine stampate, senza navigatore GPS, fermandoci a chiedere indicazioni alle persone“. Un atto rivoluzionario per la sua generazione.
“Ho capito che viaggiare non era solo spostarsi da A a B, ma godere di tutto quello che ti può capitare nel durante, comprese le persone che incontri“. E qui scopre anche una verità sconcertante: “I cinquantini sono tra le poche cose che riescono a far amare un italiano a un francese. Vedere due ragazzi su dei vecchi mobylette, evidentemente, faceva simpatia“.
È l’anti-influencer perfetto: mentre altri YouTuber si mostrano su improbabili Lamborghini, Henry grida “si può fare!” con un Ciao da 500 euro che, con le giuste elaborazioni Malossi, può trasformarsi in un piccolo siluro capace di prestazioni sorprendenti. “Il messaggio più importante che un motore a 2T ti può dare è proporre obiettivi raggiungibili, che possono darti soddisfazione e puoi davvero fare anche tu, con le tue mani“. Che tu voglia andare piano per goderti il paesaggio o veloce per sentire l’adrenalina, l’importante è che sia una tua scelta consapevole.

La generazione “insicurezza meccanica”
Sui suoi social vede “tanti che soffrono di insicurezza meccanica; hanno paura di sbagliare e al posto di sperimentare in prima persona, fanno mille domande a destra e sinistra“. È il paradosso della società dell’informazione: abbiamo tutto lo scibile umano in tasca, ma poi abbiamo comunque paura di sbagliare e sporcarci le mani.
“Oggi è più comodo mandare un messaggio in DM Instagram e chiedere “il mio motorino ha un vuoto ai bassi, cosa devo fare?” Dai cazzo, prova a risolverlo da solo! Tenta, sperimenta, capisci! Cosa vuoi che succeda? Al massimo non migliora e provi in un altro modo! Niente, non ce la fanno”.
Henry rappresenta il ponte tra due mondi: quello dei cinquantenni che rivedono loro stessi nei suoi video e i giovani che cercano autenticità. “I miei followers passano più tempo con un carburatore in mano che con uno smartphone“. E spesso quel carburatore lo stanno regolando per estrarre ogni cavallo possibile dal loro motore: perché se è vero che Henry predica lo slow motorcycling, è altrettanto vero che con il suo lavoro in Malossi sa bene che un due tempi può essere trasformato in una macchina da guerra. Il bello è poter scegliere: oggi giro lento per il paese, domani punto i 120 km/h con il cilindro maggiorato.
La filosofia del “nudo” meccanico
Nei suoi viaggi Henry è sempre “nudo” (non letteralmente, eh!): niente assistenza, niente meccanici. È una scelta filosofica precisa: “Fa parte del viaggio come lo intendo io, ma bisogna partire preparati: solo a quel punto sei davvero pronto a goderti anche gli imprevisti che il viaggio ti regala, che in alcuni casi possono diventare tra le cose più memorabili del viaggio stesso“.
Vede troppi influencer wanna-be che partono per fare l’Italia con il motorino e sono fermi dopo due giorni, chiedendo aiuto a veri meccanici. Lui, invece, predica la preparazione vera: “Bisogna mangiare un po’ di merda, cambiare un po’ di getti, svitare un po’ di candele e imparare sulla propria pelle. Non solo guardare roba su YouTube“.

Resistenza analogica
Gli chiedo se, per le nuove generazioni, i due tempi rappresentino una forma di resistenza al mondo iperdigitalizzato. “Decisamente“, risponde. E la prova è nei suoi contenuti: “Anche sui social ho capito che da me i follower non si aspettano video cool girati con le ultime telecamere presenti sul mercato. Spesso un video mosso, fatto con un vecchio cellulare è più apprezzato perché più autentico“.
È la vendetta dell’analogico: in un mondo di perfezione digitale, l’imperfezione diventa valore. Come i due tempi, che “sono scorbutici, come il gommista del paese che è sempre incazzato e anche un po’ cattivo e stronzetto… ma alla fine il problema che hai te lo risolve sempre“.
La rabbia delle normative
Ma c’è anche il disappunto, quello vero. I due tempi stanno scomparendo dalle strade europee per le normative anti-inquinamento. Come la vive lui? “Con rabbia“, risponde senza giri di parole. “Faccio la raccolta differenziata, cerco l’olio che inquina meno… Ma che debba essere forzato ad abbandonare questo mondo lo trovo ingiusto, visto che poi ogni giorno viaggiano migliaia di navi e aerei che in una giornata di tratta ordinaria inquinano più che dieci anni di tutti i 50ini a 2T ancora in giro nel Paese“.
È la contraddizione del nostro tempo: criminalizzare chi guida un 50cc mentre i cargo scaricano tonnellate di CO2 nell’ambiente. Henry lo vive sulla sua pelle, lui che è diventato la voce dei due tempi proprio quando questi vengono silenziati per sempre.

La lezione del carburatore
Ma c’è stato un momento specifico in cui ha realizzato il valore di tutto ciò, in cui ha pensato: “questo è quello che solo un due tempi può darmi”?
“Tutte le volte che sono rimasto a secco per strada e sono comunque riuscito a trovare un po’ di miscela. Una volta anche recuperandola dal decespugliatore dell’addetto che stava tagliando l’erba a bordo strada. In un modo o nell’altro della benzina la trovi. Difficile invece trovare una presa Schuko nel deserto in Turchia“.
Eccola, la filosofia dei due tempi condensata in un aneddoto: l’autosufficienza, l’adattamento, la capacità di cavarsela con quello che trovi. “Nulla è mai perduto. Un motore a due tempi non si ferma quasi mai. Basta saper mettere le mani sulle tre cose che lo compongono e lo rimetti a posto“.
Il club dello slow motorcycling
Il suo consiglio per chi vuole avvicinarsi al mondo dei due tempi è semplice e profondo: prendi un vecchio motorino abbandonato in cantina, sistemalo tu. Sbaglia, impara, fatti esperienza. Poi legati una tanica sulla pedana e parti, fatti un weekend e vai a trovare quella persona che non vedi da un po’.
E poi il test finale: “Se questa cosa non ti fa venire un sorriso da ebete sulla faccia, lo slow motorcycling non fa per te. Diversamente, benvenuto nel club!“.
Henry Favre ha trasformato un difetto – la lentezza dei due tempi – in una filosofia di vita. In un mondo che corre verso il futuro elettrico e digitale, rappresenta le radici che non vogliono essere sradicate. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché in fondo, come dice lui, “il mondo è fatto per essere visto con gli occhi, non da Google Maps“.













