Si avvicinano inesorabili i titoli di coda di questa lunga estate, mentre il flow iniziato pochi mesi fa rallenta la sua corsa.
Incuranti, lo cavalchiamo ancora senza affanno, consapevoli di trovarci sulla cresta di un’onda che noi stessi alimentiamo. Infiniti luoghi che si legano indissolubilmente alle emozioni, in una cornice fatta di asfalto e di ruote di ogni genere che scorrono decise.
È il momento in cui la frenesia lascia spazio alla riflessione: cosa abbiamo cercato? Dove ci ha portato la passione? E questa, a dove ha origine?
In uno spericolato volo filosofico, serve ritrovarsi faccia a faccia con i nostri idoli, materiali e immateriali, big bang di quell’universo in espansione che è motore di ogni nostra scelta. Motociclette e viaggi… la forza che tutto muove, a cui ci ispiriamo, a cui ci affidiamo. Niente statue né divinità, i nostri idoli non devono essere adorati passivamente e nemmeno uccisi, come professava Nietzsche. Non serve prostrarsi: questi idoli non imprigionano, ma liberano.
Così la moto diviene una macchina viva, capace di trasformare il desiderio in movimento, la strada in orizzonte. E il viaggio si fa simulacro, prendendo la forma e la proiezione dei nostri sogni e bisogni. Culti che non possono essere “superati” né consumati perché troppo personali e identitari. E allora, quando serve fare chiarezza dentro di sé, basta volgere lo sguardo verso di loro e partire, celebrandoli con un’autentica ritualità dal sapore ancestrale.
Ci sono strade che non portano solo altrove. Portano in alto. E più sali, più senti che quello che hai sotto le ruote non è solo asfalto. È passaggio, è rito. Quando la città resta alle spalle e il silenzio delle vette prende spazio, capisci che il viaggio ha cambiato forma. Non è più distanza, ma significato. E noi lo sapevamo fin dalla partenza: questo non sarebbe stato solo un tragitto. Sarebbe stato un pellegrinaggio motociclistico. Un atto simbolico, dedicato agli idoli che ci hanno fatto amare le due ruote.
Questa particolare peregrinazione richiede però un mezzo simbolico, dai canoni classici e solenni. Non serve alcun “vitello d’oro”, ma un mezzo capace di rappresentare l’essenza della passione motociclistica, spogliandosi monasticamente di tutti gli orpelli. Stile autentico e look capace di “bucare” la sensibilità e la raffinatezza dei tempi moderni.
La Honda GB350S è questo: linee classiche, serbatoio dalle curve armoniose, sound sincero del monocilindrico raffreddato ad aria. 181 kg di sostanza, non di orpelli. 20 cavalli che non urlano ma respirano, sostenuti da una coppia generosa già a bassi regimi. Un motore nato per fluire, non per scattare. In un’epoca in cui si idolatrano potenza e gadget elettronici, la GB350S si presenta con semplicità monastica: pochi numeri, tanta anima. Con un serbatoio da 15 litri e un’autonomia dichiarata di oltre 500 km, sembra fatta per ricordarci che il viaggio non è mai questione di fretta.
E poi c’è il viaggio… e qui non si scappa. Perché per ogni idolo da raggiungere e celebrare c’è sempre un passo da dover scalare e superare.
Timmelsjoch, letteralmente “Passo Rombo”. Basterebbe il nome. Incarna simbolicamente IL passo di montagna: alto 2.509 metri, sufficientemente severo, climaticamente imprevedibile, da vivere intimamente, elargendo il massimo rispetto. Non è una di quelle montagne dove ritrovarsi, spensierati, a condividere la propria passione. È uno di quei luoghi dove l’ascesa non può che avere un significato metaforico, tornante dopo tornante. Non pretende venerazione ma complicità. Si guida, si sente sotto la pelle e nell’aria che penetra dal casco.
Trait d’union tra Val Passiria e Öztal, è un luogo aspro ma sorprendentemente abitato già in epoca preistorica, come a dimostrare il richiamo ancestrale di quei luoghi. È nei suoi dintorni infatti che nel 1991 furono ritrovati i resti di un essere umano vissuto più di cinquemila anni fa, considerato anche il primo uomo tatuato di cui si abbia conoscenza. Ötzi, così come è stato chiamato, è divenuto una delle scoperte scientifiche più importanti di sempre in ambito antropologico. La strada prende vita nel 1955 da un progetto visionario, che forse solo chi è già stato a contatto con i propri idoli è in grado di formulare. Lui è Angelus Scheiber, pioniere del turismo nella Ötztal.
Immagina chiaramente opportunità e un futuro rigoglioso là dove c’era un freddo confine di stato, che aveva diviso una regione (il Tirolo) ed era figlio di una guerra sanguinosa. Grazie al supporto delle istituzioni, la costruzione della strada sul lato austriaco impiega soli quattro anni, diventando un riferimento d’eccellenza dell’ingegneria stradale in Tirolo. I successivi nove anni servono per completare il vertiginoso versante italiano, solcato all’epoca da una mulattiera militare la cui manutenzione era stata abbandonata poco prima della Seconda guerra mondiale. Nel 1968 il sogno di Angelus di una strada che permettesse di “andare a sciare al mattino sui ghiacciai della Ötztal e nel pomeriggio di rilassarsi all’ombra delle palme di Merano” diviene realtà.

Ma quando ci sono di mezzo visione e passione, le storie non si concludono così facilmente. Il Timmelsjoch si trasforma infatti in un autentico “affare di famiglia” quando il figlio di Angelus, Alban senior, rileva dal governo federale le quote della strada (sul versante austriaco) diventandone proprietario e lasciando ai suoi due figli gemelli, Alban e Attila, il compito di condurla per mano nell’età moderna. I due ne ampliano la dimensione turistica, valorizzando lo straordinario contesto naturale circostante e trasformando la strada in qualcosa di più di una via di comunicazione.
Ed è proprio quello che stiamo cercando. Un’ascesa di una trentina di chilometri e altrettanti tornanti che dolcemente lasciano spazio ai pensieri di fluire e allo sguardo di perdersi. Non una sfida né una lotta contro il tempo. I nostri idoli sanno aspettarci e noi non avremmo alcun beneficio nel correre da loro.
Così da Moso inizia la scalata in sella alla GB350S. Prima, seconda, terza… e via, salire. Il motore trotta senza eccedere nella fatica, con quel sound pieno e borbottante, accompagnando il primo tratto che si eleva sopra la Val Passiria. Fanno la loro comparsa le architetture geometriche dell’altoatesino Werner Tscholl, volute dai gemelli Scheiber per raccontare in arte la storia della strada e del territorio. Si prende quota gradualmente e quando il panorama si fa spazio lascia al cuore più di un sussulto. La nostra Honda persiste nell’essere una perfetta compagna di viaggio: non si lascia andare a nervosismi, non vuol prendersi la scena. Ci ricorda che la passione trova sempre casa nella sostanza e non nella forma.
Un altro “strappo” ci porta oltre la quota limite che segna la fine di un certo tipo di vegetazione. Verdi declivi si alternano a brevi tratti a mezzacosta. L’aria è cambiata, non solo perché più fresca. Si respira più lentamente. Intorno a noi sono tanti i motociclisti che vivono il loro pellegrinaggio. Qualcuno sale anche un po’ troppo alla svelta ma, prima o poi, forse capirà…
L’ultimo blocco di tornanti è un vero e proprio giro di giostra: la placida calma della salita si concede un brivido di esaltazione e il cuore aumenta i suoi battiti mentre la GB350S eroga rigorosa l’ultima spinta necessaria. Ecco il tunnel che segna l’imminente arrivo. Ci investe un cono d’aria fredda mentre gli occhi faticano ad abituarsi al contrasto luci-ombre. La concentrazione alla guida si allenta il giusto per permetterci di notare i timidi che segnano il confine. Modesti nelle dimensioni e nel significato, perché come voluto dalla famiglia Scheiber, questa strada deve solamente unire.
Ecco il passo, l’apice, con la terza delle cinque architetture a segnarne la cima. La costruzione sporge dal versante tirolese a quello altoatesino, sottolineando il carattere transfrontaliero della strada, mentre al suo interno la “grotta di ghiaccio” è un tributo a coloro che l’hanno costruita. Il Rombo è valicato e nella maestosità della sua ascesa abbiamo ritrovato quell’essenza del viaggio in moto che forse non sta nella meta e nemmeno nella strada. Si può esplorare l’intero mondo ma, se non si ha il coraggio di specchiarcisi dentro, allora sarà solo tutto uno scorrere di cartoline senza destinatario.
Il versante austriaco ha un altro sapore, con alcuni veloci tornanti che conducono in un ampio vallone dall’aspetto epico. I vertiginosi passaggi di poco fa sembrano appartenere ad un lontano ricordo. L’architettura cubica del “contrabbandiere” spunta tra le rocce, ricordando l’avventuroso mondo borderline di chi sfidava natura e legge lungo impervi sentieri.

Pochi chilometri e le moderne forme del Top Mountain Crosspoint segnano il nostro punto d’arrivo. In un’unica struttura trovano spazio la stazione di pedaggio, la moderna cabinovia Kirchenkar, un gustoso ristorante panoramico e lo straordinario Top Mountain Motorcycle Museum. L’Olimpo delle moto. A 2.175 metri d’altezza, sospeso tra le nuvole e la memoria. Più di 500 modelli storici esposti in uno spazio che è insieme cattedrale e galleria, rifugio e manifesto. Il luogo dove i nostri idoli riposano e risplendono. Il più alto museo motociclistico d’Europa è un luogo sacro per chi vive le due ruote come una forma di cultura, identità, devozione. Dalle Indian centenarie alle Ducati da corsa, passando per sidecar militari, prototipi rari e pezzi unici: ogni moto racconta una parte di storia.
La nostra storia torna ad incrociarsi con quella della famiglia Scheiber, dato che tutto il complesso nasce sempre dall’estro dei due gemelli Alban e Attila, i quali hanno tramutato la loro passione in qualcosa di unico e irripetibile. Una volta entrati nelle ampie sale dominate dai colori caldi del legno, ci si perde in una dimensione sospesa che trasuda vero amore. Non è una “semplice” esposizione, quanto più un sogno che ha preso corpo e sostanza. Centinaia di modelli scelti e selezionati in giro per il mondo, che raccontano dalla nascita la storia del caleidoscopico mondo delle moto. Evoluzione e tecnologia che dai primordi raggiungono il presente in un emozionante viaggio nel tempo. Qui non manca “la chicca” che ci proietta anche dritti verso il futuro: il Cinema in 4D. Un dispiegamento di moto in semicerchio davanti al maxischermo, dove vivere l’esperienza.
Nel nostro pellegrinaggio abbiamo persino il privilegio di visitare il museo insieme ad Alban, di sentirlo raccontare entusiasta e orgoglioso aneddoti e storie di certi modelli particolari, alcuni antichissimi. Nemmeno il disastroso incendio che nel 2021 ha distrutto il museo ha potuto frenare quella spinta, quella passione. Tutto è stato ricostruito, ancora più bello, e la collezione ha trovato nuova vita. Mentre passeggiamo in tutta questa grazia è la luce nel suo sguardo a brillare più di ogni altra cosa.
Infiniti modelli iconici scorrono di fronte a noi e ognuno cela una storia, di cui possiamo solo percepirne l’intensità. Non sapremo mai realmente cosa custodisce quell’inspiegabile insieme di ferro, ingranaggi e ruote. Ecco forse cosa ci vogliono comunicare questi idoli… sta tutto nell’intimo legame che si crea tra noi e il nostro mezzo, al di là di concetti superficiali legati alla tecnica o – ancor peggio – alla “bellezza”. È ciò che viviamo in sella. Accumulare luoghi e chilometri di per sé non conta nulla se sotto al casco non scorrono pensieri, emozioni… anche paure… ed è la nostra moto colei che ci aiuta a condividerli, ad elaborarli, facendosene carico e custodendoli come il più prezioso album dei ricordi.
Le nostre Honda GB350S parcheggiate davanti al museo sembrano chiudere un cerchio. Moderne ma classiche, giovani ma consapevoli, sono il ponte tra ciò che è stato e ciò che sarà. In mezzo, ci siamo noi. Viaggiatori, sognatori, motociclisti. Testimoni di un rito che si rinnova ogni volta che la strada chiama.
Alla fine, cos’è un idolo?
È un oggetto che resiste al tempo. Un simbolo che ci definisce. Qualcosa che non ha bisogno di gridare per farsi sentire. Ecco perché la GB350S è un idolo gentile: non ostenta, ma accompagna. Non insegue, ma custodisce. Non si impone, ma resta.
Così, da Milano all’Olimpo delle moto, abbiamo risposto a una chiamata. Non per evadere, ma per ritrovare. Per ricordarci che il motociclismo non è solo tecnica, ma memoria. Non solo velocità, ma visione. Non solo moto. Ma mito.



























