Dorothy “Dot” Robsinson è stata la pioniera delle gare motociclistiche in America, nonché prima donna a vincere una competizione AMA quando al gentil sesso era ancora vietato prendere parte alle competizioni. Fu tra le prime promotrici del motociclismo al femminile e aprì una strada fino ad allora preclusa.
Nasce il 22 aprile 1912 in Australia, letteralmente in mezzo ai motori: quando sua madre entrò in travaglio, all’ospedale vennero accompagnate in sidecar. And back.
Il padre, James Goulding, era un progettista di sidecar, appunto, e pilota amatoriale. I suoi progetti erano rinomati per l’affidabilità e nel 1918 si trasferì con tutta la famiglia in America, nel Michigan, per espandere la sua attività. Qui iniziò a gestire anche un concessionario.
Dot crebbe circondata dalle moto e iniziò a guidare in giovane età, sempre appoggiata e spronata dal padre a provarci sempre, senza mollare mai. Mentre era al liceo, lavorando nel negozio di famiglia, conobbe Earl, giovane motociclista, che sposò all’età di 18 anni.
Dal 1931, anno del matrimonio, in poi, Dot e Earl iniziano a partecipare a gare di endurance in giro per l’America. Dot vinse il suo primo trofeo nel 1930 alla Flint 100 Endurance Race e nel 1935, insieme, stabiliscono diversi record su corse transcontinentali in sidecar. La prima li vede fiondarsi da Los Angeles a New York in sole 89 ore e 58 minuti, dopo che Earl aveva appena stabilito il record da solista di 77 ore e 53 minuti.
Attirarono parecchio interesse, al punto che Harley-Davidson chiese loro di gestire un concessionario. Ed effettivamente, poco dopo, la coppia si trasferì a Detroit proprio per aprirne uno, che gestirono con successo fino al 1971.
Nel 1934 Dot torna in Michigan per partecipare al suo primo Jack Pine Endurance Championship: tre giorni e 800 miglia in fuoristrada. Ripartecipò nel 1940 e vinse il premio nella classe sidecar, dove al traguardo arrivarono solo 7 dei 51 piloti partecipanti. Divenne così la prima donna a vincere in una competizione nazionale AMA.
Dopo essersi aggiudicata il Michigan State Championship e l’Ohio State, Dot decide di puntare alla National Endurance Run. Unica donna in un gruppo di uomini, presentò la sua candidatura, ma il direttore di gara la rifiutò. Ovviamente, non gettò la spugna.
Con in mente ciò che le ripeteva da sempre suo padre, “ain’t raised no quitter” (non ho cresciuto nessuno che si arrende), raccolse centinaia di firme a favore della sua iscrizione e si recò dritta nell’ufficio del direttore, rovesciandogliele sulla scrivania.
Sempre nel 1940 Dot conobbe Linda Dugeau, motociclista che da tempo stava cercando di incontrare e riunire altre centaure per condividere passione, idee e strada.
In meno di un anno, insieme, riuscirono a trovare 50 motocicliste e fondarono il gruppo Motor Maids of America, che nel 1941 verrà riconosciuto anche dall’American Motorcyclist Association. L’obiettivo era quello di normalizzare la presenza di donne in moto, creare un luogo accogliente per coloro che volevano avvicinarsi al motociclismo e, soprattutto, dimostrare che una Lady può essere tale anche su due ruote. Difatti, Dot era sempre ben vestita, anche in sella alla sua Harley, e a fine gara si presentava a ritirare il premio con il suo tubino nero, tutta sistemata. Tzè…
L’iniziativa fu un successo e le Motor Maids of America, con i loro immancabili e iconici guanti bianchi, venivano spesso invitate a sfilare prima delle gare ufficiali. Le loro storie vennero pubblicate anche su numerosi giornali dell’epoca, tra cui American Motorcyclist, che ospitava una rubrica fissa mensile da loro curata.
Furono anni di riscatto, ma anche di guerra. E molte di loro misero al servizio della propria nazione abilità e motocicletta, per servire il Paese come spedizionieri e corrieri.
Dot non smise di correre e dagli Anni 50 iniziò a indossare la sua iconica tuta di pelle rosa, soprattutto per discostarsi dall’idea di pelle nera aka fuorilegge, come si vedeva nei film dell’epoca.
Dal 1955 al 1962, Earl e Dot continuano a gareggiare nella 24 hours marathons, gara nella quale i partecipanti possono fermarsi solo per il rifornimento di carburante e brevi pause. La strategia adottata dai Robinson fu semplice, ma efficace: dormire le prime otto ore di gara per lasciare che gli altri si stancassero, per poi saltare in sella e guidare le restanti sedici, senza interruzioni e fino alla vittoria.

Dopo che i Robinson vendettero il loro concessionario nel 1971, la coppia viaggiò ampiamente in moto. L’esperienza preferita di Dot fu un’escursione di 6.000 miglia attraverso il sue paese natale, l’Australia. Earl morì nel 1996, ma Dot continuò a guidare fino a gennaio del 1998, all’età di 85 anni, quando un intervento chirurgico al ginocchio rese troppo difficile salire e scendere dal suo sidecar. Stimò di aver percorso un milione e mezzo di miglia durante i suoi anni di guida.
Dorothy Robinson morì l’8 ottobre 1999. Aveva 87 anni.
“Dot set a standard for women motorcyclists. She proved that you can be a lady and still ride a motorcycle. She paved the way for women to ride motorcycles. The women of the nineties can still be professional women, doctors, lawyers, teachers, engineers, accountants, clerks, cashiers, home-makers, mothers, grandmothers, and they can still step outside, throw a leg over a bike and take off cross country”.
– Motor Maids of America


















