Il mondo del deejaying e della club culture ha subito trasformazioni radicali dagli anni Novanta ad oggi. Un’evoluzione che ha toccato l’attaccamento del pubblico ai locali, il ruolo del Disk Jockey, il doppio avvento del digitale (prima con i CD e ora con MP3 e streaming) e l’immancabile impatto dei social media. Un viaggio che merita un approfondimento guidato da chi ne sa. Perché se è vero che tutti siamo andati in discoteca almeno una volta nella vita, probabilmente l’abbiamo fatto con altre finalità rispetto a quella di comprendere la struttura più introspettiva di un disco.

Con la scusa di scoprire la seconda generazione della Ford Puma dopo il restyling dello scorso anno, siamo andati al MIR di Rimini (l’evento di riferimento in Italia dedicato alle tecnologie audio, video, luci e – indovinate un po’ – del DJing) per parlarne con Roberta “Onirika” Galvini, figura di spicco della scena italiana che, con esperienza e passione, ci ha spiegato che il clubbing sta per tornare. Alla grande.

Partecipare ad un DJ set di Roberta “Onirika” Galvini è un’esperienza che ti mette proprio la voglia di indossare la cuffia e provare tu stesso a fare il cambio tra un disco e l’altro. Da un lato vedi due occhi vispissimi che stanno già pensando alla prossima traccia e dita che si muovono velocissime tra un cursore e un tasto alla ricerca del riverbero perfetto o di un loop che faccia salire la temperatura della pista da ballo. Dall’altro, però, tutto avviene in una situazione di calma, come se lei e la console fossero in una bolla dove il tempo si muove più lento, insensibile ai Beats Per Minute della canzone in riproduzione.

 

Una calma che solo chi conosce le sacre regole della musica può avere, senza tante scene o gestualità superflue che funzionano per fare dei bei reel,ma che al suono aggiungono poco.

 

Nel corso della sua carriera Roberta ha attraversato diverse fasi e tecnologie. È passata dal vinile al digitale, bypassando completamente l’era dei CD che non le hanno mai fatto battere il cuore. Fedele al vinile anche fuori tempo massimo (ma alla lunga aveva ragione lei, i giradischi stanno tornando ancora una volta alla ribalta), si è poi lasciata conquistare dalla modernità. Prima con i time code che interfacciano i giradischi vecchia scuola ai PC e oggi con i controller all-in-one, che hanno permesso a tanti DJ in erba di avvicinarsi all’arte del turntabling con un po’ di scorciatoie. Ha saputo adattarsi ai cambiamenti di un settore dove le donne veramente brave sono poche, abbracciando le potenzialità del nuovo, senza mai dimenticare le radici del deejaying tradizionale.

Cuffie in testa da sempre

O meglio, da più di trent’anni. Una delle professioniste più talentuose della scena italiana, per scelta sempre al di fuori degli schemi e delle definizioni troppo strette sia dal punto di vista musicale che individuale. DJ e produttrice anche in prima linea per aiutare i giovani talenti e chi si avvicina a questa passione senza voler diventare a tutti i costi il nuovo David Guetta, tutti i giorni come product specialist del celebre Disco Più di Rimini – luogo di culto per dilettanti, pro e VIP – e come tutor.

 

Alle sue masterclass partecipano ragazzi provenienti da tutta Italia, ai quali non si può dire altro se non “impara l’arte”, perché di quello si tratta.

 

E con le cuffie alle orecchie Roberta ha girato il mondo. A Ibiza come a Riccione, passando per Reggio Emilia, Roma, Mikonos, Bucharest, Lubjana, Pula e tante altre piazze. Una specie di Grand Tour del Clubbing dove l’Onirika ha avuto l’opportunità di dividere la console con i più grandi artisti del panorama musicale elettronico. Perché poi alla fine la musica, si dice spesso, non ha confini. E così anche oggi, dalle alture dove vive a una manciata di chilometri dal litorale di Rimini, i suoi DJ set (l’ultimo lo trovate QUI) vengono trasmessi da tanti network nazionali ed internazionali, arrivando in posti dove meno ti aspetti che bruci la passione per la musica dance.

L’età dell’oro della club culture

Agli inizi degli anni Novanta il mondo dei DJ era strettamente legato a quello dei club dove si esibivano. C’era un attaccamento diverso al concetto di locale, le residency di Tizio o Caio nella tal discoteca erano dei dogmi. E i clubber si facevano chilometri e chilometri per andare a sentire un DJ techno o house famoso che suonava soltanto in quel posto lì come succedeva ad esempio con Franchino o Mario Più all’Insomnia di Ponsacco. Come faceva l’Onirika, che abitava a Trieste, ma finiva a Jesolo, Mestre, in Croazia o lungo la riviera romagnola e rimaneva lì anche per gli after-hours.

 

Giorni e giorni di avventura che i più social immortalavano con le macchine fotografiche usa e getta, che avevano un senso perché ogni locale aveva un sound, una personalità, uno stile musicale ben preciso.

 

Quegli anni Roberta li ricorda con un po’ di nostalgia, perché i DJ si specializzavano in un determinato genere musicale, senza la necessità di costruire un’immagine un po’ per tutte le stagioni come accade oggi. E senza l’ansia da mediaticità, che ha fatto perdere un po’ la connotazione del DJ come artista che offre qualità musicale e ha una sua cifra stilistica personale, oggi appannaggio solo di pochi giganti del mestiere come possono essere James Hype o David Morales.

Back in the days la selezione musicale era anche più curata, poiché si lavorava esclusivamente con i dischi fisici e quindi bisognava, per necessità, suonare poche cose ma bene. In quel mondo lì o sapevi mixare o andavi a casa.

Il digitale ha portato invece con sé progressi tecnici straordinari e una quantità di musica pazzesca, creando però a volte un po’ di confusione. Se da un lato ha avvicinato molte persone al mondo del deejaying, dall’altro ha favorito il proliferare di figure con poca competenza tecnica e ancor meno personalità.

Per l’Onirika essere un DJ significa invece personalizzazione massima dell’espressione musicale, che dovrebbe essere amplificata dalla democratizzazione dell’accesso al mestiere del DJ, anziché appiattita. Due facce della stessa medaglia: da un lato, più persone possono esprimere la propria passione e creatività; dall’altro, si rischia di diluire la qualità e l’originalità della scena.

Il problema del clubbing? La distanza

Parlando del futuro della club culture, Roberta immagina un ritorno alle origini, con club più a misura d’uomo. Situazioni da massimo 500 persone, underground, dove il DJ non sia una divinità su un piedistallo che non puoi nemmeno guardare negli occhi. Qualcuno che comanda il gioco, ma che sta vivendo un’esperienza insieme a te, dove la vera protagonista è la musica. E senza la distrazione dei cellulari o di visual eccessivi. Perché l’animazione più sensazionale è quella che fanno le persone, come ai vecchi tempi. Come in una bolla, per restare in tema. L’Onirika ha un’idea molto precisa del club che vorrebbe, che però non vuole essere una critica alle performance più costruite di certi Artisti – quelli con la A maiuscola – di cuffia e piatti.

 

Essere un performer che va oltre il mixaggio dei dischi è una scelta che fanno in tanti, anche se solo pochi possono effettivamente permetterselo. Artisti come Richie Hawtin o Skrillex, capaci di spaziare tra set con vinili, live con il computer e abbinamenti di attrezzature tradizionali e strumenti di produzione moderni.

 

In grado di dare il massimo senza sacrificare l’essenza della performance sonora, gente con più cultura musicale che voglia di apparire. Perché chi è bravo e conosce la musica suonerà sempre autentico, mentre i fake DJ finiscono sempre per essere sgamati.

Corsi e ricorsi, nella musica come nelle auto

Intanto, il mondo del clubbing va avanti. Nel mare magnum di suoni che la discografia mondiale ci propone è forse più difficile dire cosa è hot adesso rispetto ai generi che fanno un po’ più di fatica. A voler banalizzare, il reggaeton va giù (non abbiamo visto tante lacrime su questo durante la chiacchierata) e anche l’afro-house non è sulla cresta dell’onda. Ma sono più percezioni soggettive che dati certificati. C’è un ritorno del vinile, e questo è un fatto positivo.

 

Perché nella musica, un po’ come con le auto, le buone idee fanno giri immensi, ma alla fine sono sempre lì.

 

Ne è un esempio la Ford Puma Titanium che ci ha accompagnato alla chiacchierata con Roberta: in mezzo a tanta tecnologia e comfort ha ancora quel tocco di praticità che puoi trovare anche nella vecchia Fiesta MK5 “ibizenca” della Onirika. Guerriera come la proprietaria, con gli adesivi dei locali del cuore e i segni sul paraurti di tutte le volte che l’attrezzatura per una serata non ha voluto entrare nel bagagliaio alla prima.

L’antenata ideale per raccontare il filo conduttore con la crossover compatta di oggi, quella che punta a ridefinire l’esperienza di guida urbana con un tocco di brio e un occhio di riguardo all’efficienza. Già al primo sguardo la Puma cattura l’attenzione con il design. Le linee fluide che culminano nel distintivo frontale con i fari a LED integrati e la silhouette sportiva conferiscono a questa vettura un’identità forte, riconoscibile.

L’allestimento Titanium aggiunge un ulteriore livello di eleganza con dettagli cromati, cerchi in lega da 17” e una sensazione generale di cura per i particolari. Salendo a bordo si viene accolti da sedili comodi e avvolgenti che hanno regalato buon supporto e comodità anche nella traversata Milano-Rimini in direzione del MIR.

La plancia integra il sistema di infotainment SYNC 4 con schermo touchscreen da 12” da cui è possibile gestire la navigazione, il sistema audio a 6 altoparlanti e la connettività con lo smartphone. Un auto per DJ a inizio carriera? Perché no, anche grazie al MegaBox: un vano aggiuntivo ricavato nel bagagliaio, che offre una versatilità inaspettata per trasportare oggetti ingombranti e porta la capacità di carico a 456 litri. Magari non ci staranno tutte le casse per il Tomorrowland, ma è approvato per una console e un paio di altoparlanti da eventi.

Ma è su strada che la Ford Puma rivela la sua vera natura. Il cuore pulsante di questa vettura è il motore 1.0 EcoBoost Hybrid (da 155 CV nella versione più prestante), un propulsore che unisce l’efficienza di un sistema mild-hybrid all’esuberanza di un motore turbo benzina, accoppiato nel nostro caso al cambio automatico Powershift a 7 rapporti.

Agile e reattiva, complice lo sterzo preciso e comunicativo, mentre le sospensioni conciliano un buon comfort sulle irregolarità del manto stradale e un piacere di guida che in questo segmento non è proprio scontato. Un’auto pensata per chi vive la città (e qualche gita più lunga) con stile e dinamismo, senza rinunciare alla praticità. Sicuramente approvata per spostarsi da una gig all’altra.

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