Sabato pomeriggio, pieno burnout mentale. Non ne posso più di clienti, appuntamenti, telefonate, target… e vengo da un anno che mi ha messo decisamente alla prova. Insomma, devo trovare il modo di staccare la spina. Sono stravaccato sul divano a guardare l’ennesimo, inutile reel sull’Instagram, nelle orecchie una playlist random italiana. E a un certo punto Spotify sputa nelle cuffie un pezzo che non ascoltavo da una vita, Ad est, ad est cantata dal buon Augusto Daolio e i Nomadi.
Ed eccola la fottuta lampadina, più luminosa che mai. Un viaggio! Anzi, un viaggio in moto, ecco quello che mi ci vuole. Che c’è di meglio per sgombrare la mente? Ma non il classico giro organizzato nei minimi dettagli e scandito da orari, tappe stabilite a tavolino e itinerari programmati. No, voglio un ritorno alle origini, alle radici del viaggiare. Voglio godermi la strada come una volta, ogni chilometro, voglio godermi quelle sensazioni di scoperta, anche gli imprevisti, quel senso di incertezza che ti pervade quando parti senza una meta precisa, voglio fermarmi quando ne ho voglia e continuare a correre quando non sono stanco. A modo mio. Non so ancora dove andare, ma so che sarà ad est.

E so anche che sarà essenziale ed analogico, questo deve essere. Niente action cam, niente smartwatch, niente navigatore satellitare. Mi infilo in cantina e inizio a ravanare in cerca delle vecchie carte stradali dei Balcani, quelle che utilizzavo a fine Anni 90 per andare in vacanza in Croazia quando avevo 20 anni (e cazzo sì, ci arrivavamo lo stesso, senza tanti ricalcoli del percorso).
Ok, le mappe ci sono. Al polso il vecchio Omega Speedmaster Racing del ‘69 a carica manuale, precisione elvetica. E al collo la mia vecchia macchina fotografica, una Olympus OM 1 Reflex, rigorosamente e fieramente analogica. Una vera opera d’arte, progettata dal buon Maitani qualcosa come 50 anni fa, ma capace ancora oggi di regalarmi scatti con l’anima.
Mi piace il rullino, ti obbliga a pensare. Non puoi fare 300 foto e cancellarne 280 perché non sono venute come volevi. È tutto più meticoloso, ci devi ragionare. Devi curare l’esposizione, i tempi, l’apertura del diaframma. Qui lento è preciso, preciso è veloce. E poi hai sempre quel brivido di non sapere come sono venute le foto finché non le porti a sviluppare. Ti devi affidare all’istinto, all’esperienza, alla sensibilità.
Butto 3 cose a caso nella borsa stagna, che tanto ho solo cinque giorni. Due attrezzi di emergenza, un antipioggia nelle valigie laterali e sono pronto per partire. Domenica mattina, sveglia all’alba così mi godo il fresco. Caffè di rito, mi infilo i jeans PMJ con protezioni e la mia fida giacca Rev’it Offtrack, che sulla sicurezza non si scherza. Red Wing ai piedi e sono pronto. Il boxer della BMW GS 1150 Adventure, 260 kg di ferro e arroganza teutonica, si accende senza incertezze. Punto il suo imponente muso verso il confine orientale e si va.
Road to Belgrado
Decido di imboccare l’autostrada per arrivare velocemente oltre cortina e in un amen sono alla frontiera con la Slovenia. Decido di prendere la famigerata vignetta anche se so che non mi servirà, mi bevo il secondo caffè e controllo la mappa. Scelgo Belgrado, Serbia, come prima tappa, sembra lunghina, mal che vada mi fermerò per smezzare la tratta.
Belgrado è una delle poche città dei Balcani che non ho ancora visitato e me ne parlano un gran bene. Decido di lasciare l’autostrada e continuo su statali e strade secondarie. La GS si mangia i chilometri instancabile: colline, passi di montagna, paesini dimenticati da Dio. Lei passa sopra a tutto.
Mi fermo solo per l’ennesima dose di caffeina e una sigaretta, 10 minuti in tutto, in una gostilna (tipica trattoria slovena) nel bel mezzo di una amena località di montagna, poco prima di entrare in Croazia. Mi sento sempre un po’ un cazzo di cowboy che entra in un saloon in queste situazioni. Appena varco la soglia della gostilna gli avventori si zittiscono e mi osservano, non capisco se con curiosità o astio. Camionisti, boscaioli, cacciatori. Spalle larghe e sguardo da duri… Con la coda dell’occhio ne ho visti un paio sfiorare il calcio delle Colt (ok, forse i chilometri in moto mi stanno facendo delirare…). Il caffè comunque era buono e costava pure poco.
Decido di andare avanti spedito, ho deciso che voglio essere a Belgrado per l’ora dell’aperitivo e l’idea di una birra ghiacciata al tramonto cancella la fatica, il male alle spalle, il culo indolenzito e la fame. Corro, corro e ancora corro. Ed ecco all’orizzonte i grattacieli di Belgrado, guardo l’ora. 19.45, in perfetto orario.
Da buon turista chiedo ad una coppia di ragazzi dove posso gustarmi una birra, e loro mi dicono che a quell’ora DEVO assolutamente andare ai Silos, così oltre alla birra posso godermi il tramonto sul Danubio. Mi dicono che è imperdibile e chi sono io per non ascoltarli e seguire il loro consiglio? Avevano decisamente ragione. I Silos (Siloi per i locals) non sono altro che un vecchio stabilimento industriale sul Danubio, magistralmente riconvertito. Ottimi cocktail, birre strepitose (rigorosamente locali), mostre, musica, murales pazzeschi. E poi l’atmosfera del sole che scompare sul Danubio è magica.
Mi concedo una disgressione “tecnologica” sullo smartphone per cercare un posto per dormire. Trovo rapidamente una camera, la zona è “furba” e il prezzo ottimo, ma d’altronde Belgrado è ancora abbordabile. Ho deciso di concedermi due notti nella capitale serba per godermela un po’. Nikola, il padrone di casa, mi accoglie come uno di famiglia e mi dà qualche dritta per il giorno dopo. Cena veloce in una tipica kafana (come le gostilne, ma in Serbo) a base di pljeskavika, ajvar e kajmak, innaffiatte da un’ottima birra (le lager balcaniche sono strepitose e costano meno dell’acqua) e rakija per digerire. Il letto mi chiama, mi sono sciroppato 850 km in una giornata e li sento tutti.

Belgrado: la città
Il giorno successivo mi lascio letteralmente rapire da Belgrado. Guida turistica in una mano, Olympus nell’altra. Cammino e scatto, scatto e cammino, senza soluzione di continuità. Qui tutto è un contrasto, in perfetto equilibrio tra rigoroso brutalismo slavo, magnificenza austroungarica e modernità cosmopolita. Prima tappa la maestosa cattedrale di St. Sava, la più grande chiesa ortodossa al mondo, di una bellezza mozzafiato. Il Castello e i giardini del Kalemegdan, che dominano il promontorio all’interserzione della Sava e del Danubio, il Museo Nikola Tesla, il modernissimo Belgrade Waterfront, Piazza della Repubblica (dove mi sono ritrovato in mezzo ad una manifestazione di protesta, che qui non mancano mai), i vicoli e i vecchi mercati di Dorcol…
Quasi senza accorgermene arriva sera. Ultima tappa la magnifica Skadarljia, il famoso quartiere bohemienne di Belgrado. Oggi è piena di locali e ristorantini, con musica dal vivo ad ogni angolo. Un po’ turistica certo, ma mantiene ancora il fascino di quando era frequentata da poeti e artisti. Belgrado mi ha stregato, se non si fosse capito. Vibra di vita ad ogni angolo. Un’ultima rakjia prima di dormire e nazdravlje Beograd!
La via Magiara
L’indomani carico i bagagli sulla Ghisona, saluto Belgrado (che già mi manca) e punto verso il Lago di Balaton, la spiaggia degli ungheresi. Tappa velocissima a Novi Sad per caffè e pieno sulla GS e finalmente, dopo il traffico delle città, metto le ruote sulle strade che piacciono a me: curve, infiniti rettilinei in mezzo alla campagna prima e ai boschi poi, paesini grandi quanto il mio appartamento. Qui a volte il tempo sembra fermarsi, non è raro incrociare carri trainati da cavalli o muli. Mi fermo un paio di volte a scattare qualche foto e non resisto alla tentazione di fare una pausa rigenerante in un paesino di cui non ricorderò mai il nome.
Ordino un caffè alla signora, che potrebbe avere tranquillamente 120 anni e intanto vado a prendermi un burek nella pekara di fronte. Ah già dimenticavo, voi il serbo non lo conoscete… Il burek è una specie di rotolo di pasta sfoglia che può essere farcito con verdure, formaggio o carne e la pekara è il panificio nei paesi balcanici. Qui si compra il cibo in panificio e si consuma al bar, dove si prende il caffè. Ma la strada chiama e salgo di nuovo in sella. Devo arrivare a Siofok, sulla costa sud del Lago di Balaton, prima di sera. Raggiungo la località lacustre quando inizia a piovere, mi concedo giusto un piatto di gulash e una notte per riposare, il posto è un po’ troppo turistico per i miei gusti.
Ptuj: la sorpresa
La pioggia mi accompagna per i primi chilometri al mattino. La strada per abbandonare il lago è lunga, dritta, trafficata e incredibilmente noiosa. Ma tempo un’oretta e inizia il divertimento. Il traffico e le zanzare del lago (credetemi, sono talmente grosse che ci potete fare a botte) lasciano posto ad un nastro d’asfalto che sembra dipinto tra colline e boschi. Guido con il sorriso sotto al casco. I chilometri scorrono veloci, lascio l’Ungheria e mi ritrovo in Croazia (forse sono un po’ arrugginito con la carta stradale), ma in poco tempo ecco la Slovenia!
Dopo un paio d’ore non resisto alla tentazione di fermarmi per godermi il silenzio e la bellezza di questi luoghi. Non passa un’anima, solo io e la moto. Poi vedo un cartello che mi ricorda che siamo in una zona famosa per gli orsi e penso che forse è il caso di salire in sella e muovermi prima che uno di questi simpatici e curiosi bestioni decida che quello strano essere su un cavallo meccanico sia un intruso. Tra l’altro mi è pure venuta fame.
Butto l’occhio sulla mappa e vedo che il prossimo centro abitato è Ptuj, che non ho mai sentito nominare. Ma per mangiare qualcosa al volo penso possa andare. E mi va decisamente bene. Scopro che Ptuj è una specie di bomboniera. Un paesino medievale arroccato su una collina che domina un lago, BELLISSIMO. Mi viene quasi la tentazione di fermarmi una notte, ma decido di procedere. Ljubljana è la meta.
Ponti, draghi e cevapcici
C’ero stato un bel po’ di anni fa, sinceramente non l’avevo visitata bene e nemmeno apprezzata, forse. Stavolta, invece, me la sono proprio goduta. Ljubljana è stata una (ri)scoperta. Non c’è una piazza, uno scorcio o un angolo che non mi sia piaciuto. E la vecchia Olympus ha fatto gli straordinari. Ma andiamo con ordine.
Arrivo alle 17.30, temperatura perfetta, parcheggio la moto proprio di fronte al famoso Ponte dei Draghi, uno dei simboli della città (ci sono draghi dipinti ovunque praticamente). Al solito, cerco un bel posticino per gustarmi una birra (anche qui c’è l’imbarazzo della scelta) e pensare a dove dormire. Solita botta di fortuna e trovo un posto a 100 metri dalla Ljubljanica (il fiume che attraversa la città) in pieno centro storico, che ha pure il posto per la moto. Parcheggio la GS, doccia rinfrescante e mi fiondo fuori a godermi un po’ di vita notturna.
C’è l’imbarazzo della scelta, mi sembra tutto bello. Opto per una cena a base di cevapcici (le tipiche salsicce balcaniche, servite con pane lepinja, salsa aJvar, kaimak e cipolle crude) e post-cena in una delle innumerevoli birrerie della città vecchia. Scatto foto come un giapponese sotto effetto di speed e chiacchiero con i locals chiedendo info turistiche per il giorno successivo. Seguendo le tips, l’indomani non mi faccio mancare la visita al Castello, maestoso sopra la collina che domina tutta la città. Ci si può salire con una comoda teleferica, ma io ovviamente mi sono sorbito tutta la scarpinata fino in cima. La vista da lassù merita comunque la faticaccia.
Torno in pianura, tappa al bellissimo Mercato Centrale ortofrutticolo, un caleidoscopo di gusti e colori, spuntino a base di deliziosi frutti di bosco e via verso il Ponte Triplo, che collega Presernov trg con la Città Vecchia. Mi gusto la città bighellonando in giro e scattando foto a tutto e a tutti, è veramente bella. Penso che vada vissuta così, random, seguendo il flow come la Ljubljanica che scorre placida sotto i suoi ponti. Si fa sera senza quasi accorgermene, ultima cena, immancabile birretta, ultime chiacchiere con il barista che ormai è un amico e poi a letto. Domani si rientra.
The way back
Saluto Ljubljana, mi concedo di allungare la strada passando per il Lago di Bled, dicono sia molto bello. Rinuncio dopo 10 km di colonna, ci ritornerò più avanti e sicuramente non di venerdì. Un’oretta e mi trovo davanti il cartello che mi segnala che sono in Italia! Mi sembrava di essere dall’altra parte del mondo ed ero dietro casa, praticamente. Sono in alto Friuli, punto Tarvisio e prendo la vecchia Pontebbana, direzione Venzone. Come? Non sapete dov’è? Non lo sapevo nemmeno io quando mi ci hanno spedito a fare il servizio militare, ma alla fine mi ci sono pure affezionato. È una splendida cittadina di origine romana, che il terremoto del ’76 aveva praticamente raso al suolo. Ma qui siamo in Carnia e i friulani, si sa, saranno anche di poche parole, ma quando è ora di tirarsi su le maniche non sono secondi a nessuno. Hanno ricostruito tutto e il paese è tornato a splendere, tanto da essere eletto uno dei borghi più belli d’Italia. Ah, fanno un frico buonissimo e ovviamente non ho resistito. Saluto malinconico alla mitica Caserma Feruglio e via verso casa.
Con 3 rullini pieni di ricordi e un sorriso grande così.






































