Una volta qualcuno mi ha chiesto quale sia il mio album preferito. Non ho saputo rispondere.
Ancora oggi non saprei decidermi: troppe le variabili, troppi i ricordi legati a quella o quell’altra canzone, troppi gli stili musicali completamente diversi l’uno dall’altro ai quali sono legato e che sono legati a loro volta a periodi particolari della mia vita. Di alcuni album però ricordo perfettamente, anche a distanza di decenni, il momento esatto i cui mi sono capitati in mano.
Tipo quella sera del lontano gennaio 1996. Era il mio compleanno e mi stavo preparando per uscire a festeggiare gli agognati 18 anni (e sì, all’epoca mi sistemavo pure i capelli con il gel…). Suona il campanello, guardo fuori e vedo il mio compare Vito che mi aspetta, appoggiato al cofano della sua fiammante Panda 30 bordeaux (quella che siamo riusciti a far correre anche sottosopra). Giubbotto in pelle, jeans, Marlboro rossa d’ordinanza in una mano e nell’altra un pacchettino, che mi consegna con un laconico “tanti auguri ……”(l’epiteto è volutamente censurato). Era un CD. In quegli anni andava di moda regalare musica e lui, in materia, era un vero drago. Eravamo verso la fine dell’era grunge e pensavo potesse essere dei Nirvana, degli Alice in Chains, dei Pearl Jam o, conoscendo i gusti già da vecchio che io avevo all’epoca, magari qualcosa dei Creedence.
Invece, scarto il regalo e mi trovo in mano una copertina particolare: due uomini che si stringono la mano, in una zona industriale. E uno dei due sta bruciando. Si, esatto, mi aveva regalato Wish you were here dei Pink Floyd. E lì è cambiato tutto.

È stato come entrare in una nuova dimensione. Come passare dal 2D al 3D. Certo, li conoscevo già, ma prima di quel cd per me erano un po’ troppo concettuali, erano un gruppo da “grandi” (o da vecchi, fate voi).
Quel giorno, insieme ai 18 anni, alla maggiore età, alla patente e al diritto di voto, è arrivata una nuova consapevolezza, un modo diverso di intendere la musica. Quel giorno ho capito la differenza tra musica e arte (questa me la sono giocata benissimo, dai).
Comunque, deliri musicali a parte, quel CD è stata veramente la chiave che mi ha aperto la porta del mondo dei Pink Floyd. L’ho praticamente consumato, l’ho ascoltato nei momenti tristi, l’ho fatto girare in macchina, ammetto di essermi giocato Wish you were here con la chitarra anche in qualche occasione di dubbia moralità. L’album è pazzesco, ça va sans dire, e credetemi: concepirlo dopo una pietra miliare come The Dark Side of the Moon dev’essere stato tutt’altro che una passeggiata…
È il nono lavoro della band ed è nato in periodo alquanto complicato. Le tensioni tra Roger Waters e David Gilmour erano all’apice, con Nick Mason a cercare di far da paciere e l’uscita di scena di Syd Barrett, preda di deliri mentali dovuti ai suoi eccessi con le droghe. Ad aggiungersi a tutto ciò, la mancanza di una linea artistica comune tra i membri della band, l’ingombrante presenza di Dark Side of the Moon che rendeva le aspettative altissime e la band, che proprio a causa delle energie messe nel precedente disco si sentiva svuotata e senza ispirazione. Mettiamoci anche l’assenza di Alan Parson, che nel frattempo aveva deciso di dedicarsi a progetti personali. Si, insomma, l’album non stava nascendo sotto i migliori auspici.
Ma, hey! Qui stiamo parlando dei Pink Floyd.
E quello uscito dallo Studio 3 dei mitici Abbey Road Studios e pubblicato il 12 settembre 1975, sarebbe stato l’ennesimo capolavoro, capace di vendere 20 milioni di copie in tutto il mondo e posizionarsi ovviamente subito al numero uno delle classifiche inglesi e statunitensi.
Un capolavoro, ad iniziare dalla copertina, partorita dalla geniale mente di Storm Thorgerson (lo stesso art di The Dark Side of the Moon e di decine di altri famosissimi album). La sua idea era di racchiudere i temi del disco, come la velata protesta contro le major musicali, la loro smania di profitto e la mancanza di empatia degli uomini d’affari, rappresentati da due uomini che si stringono la mano mentre uno dei due va letteralmente a fuoco. All’interno del disco la stessa stretta è tra due mani robot. C’era poi il tema dell’assenza: l’album veniva infatti venduto in una busta nera che nascondeva completamente la copertina.
Mille le sfaccettature dell’opera, come se la band avesse riversato in musica ogni singolo stato d’animo del momento. Ci sono emozioni come la malinconia e il senso di perdita che si respirano ascoltando la struggente Shine on you crazy Diamond, forse il vero manifesto dell’album. Una suite di 25 minuti, che la band ha deciso di dividere in due parti, all’inizio e alla fine del disco, come a iniziare e concludere un percorso emozionale.
La canzone, scritta da Gilmour con quattro semplici accordi blues e cantata (non senza difficoltà, vista la tonalità del pezzo) da Roger Waters, è dedicata proprio a Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd, letteralmente scomparso dalle scene un po’ di tempo prima.
Le canzoni si susseguono come legate da un filo invisibile. Dal crescendo di Shine si sfocia nella protesta contro le major discografiche di Welcome to the Machine e Have a Cigar. Major colpevoli di pensare solo al mero profitto, di sfruttare le band come macchine da soldi, per poi abbandonarle una volta “bruciate”.
La continuazione perfetta arriva con la canzone che dà il titolo all’album, quella Wish you were here che canta la fragilità, la difficoltà di scegliere, la nostalgia, la disillusione. È un pezzo di una delicatezza straordinaria, con la Martin acustica e la voce di David Gilmour a farla da padrone, ma caratterizzata da alcune sonorità molto particolari, come una sorta di rumore di fondo, tra cui un bellissimo intro registrato direttamente dall’auto di Gilmour mentre passava da una stazione all’altra. O come il triste vento finale. Non nascondo che sia una delle mie canzoni preferite e suonarla mi emoziona sempre.

C’è chi dice che il disco sia una metafora dell’ascesa e del declino della band, inframezzata appunto dalla lotta con l’industria discografica. Altri dicono che può essere interpretato anche come il viaggio e la caduta di Syd Barrett.
Io non so quale sia il messaggio che la band voleva effettivamente trasmettere e, in tutta sincerità, forse non me ne importa niente. Questo album è talmente assoluto che l’unica cosa che si può fare è versarsi due dita del migliore scotch, accendere un paio di candele, spegnere le luci, mettere il vinile sul giradischi e lasciarsi trasportare dalla magia, qualunque significato abbia.














