Ci sono dischi che cambiano la storia, diventano pietre miliari ed entrano di diritto nella categoria cult. E su quale sia il nostro album cult del mese, questa volta non ci sono grandi dubbi: A Night at the Opera dei Queen, uscito nel novembre del 1975. Facendo due calcoli, sta giusto per spegnere ben 50 candeline.
Questo album è stato capace di segnare la storia del rock con l’ironia, con la teatralità e il genio di una band che non ha mai accettato compromessi. E oggi, a cinquant’anni dalla sua pubblicazione, il quarto album dei Queen resta un punto di non ritorno nella musica.
È il disco che portò il gruppo di Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon dall’essere una promessa e una band della scena rock di tutto rispetto, a diventare un’autentica leggenda in cui il rock si fonde con l’opera, il pop abbraccia il progressive e il kitsch sposa il glam. Il tutto a servizio dell’arte.

Siamo nella metà degli anni Settanta, un decennio in cui il rock viveva un momento di esplosione e, per certi aspetti, di saturazione. C’era stato il momento wow del progressive: Emerson, Lake & Palmer, King Crimson, Genesis, Yes e soprattutto i Pink Floyd che erano usciti con album clamorosi come The dark Side of the Moon (1973) e Wish You were here (1975). Ma, come spesso accade alla fine di un ciclo, ne inizia un altro. Il pubblico inizia a chiedere novità, ha voglia di qualcosa di diverso, nuove sonorità, nuove provocazioni, qualcosa che rompesse gli schemi.
In questo scenario abbiamo i Queen che già avevano pubblicato tre dischi indubbiamente belli (1973 – QUEEN, 1974 – QUEEN II, 1974 – SHEER HEART ATTACK), certamente avevano fatto drizzare le antenne a tanti, ma ancora dovevano fare quel passettino in più per definire pienamente la loro identità.
I Queen nel 1975, avevano giù suonato in lungo e in largo, una tournée infinita che aveva lasciato dietro di sé una situazione economica disastrosa per colpa di cattivi contratti con l’etichetta discografica. A questo punto la band si trovava di fronte a un bivio: realizzare qualcosa di grandioso o sparire.
Mission impossibile? Non per Freddie & Co.

La discografica, con un gesto di fiducia ed intelligenza, decide di concedere un budget alto, molto più alto del previsto e consegna nelle mani del gruppo la piena libertà creativa. Il risultato? Un album che costò una fucilata per l’epoca (si parla di circa 40.000 sterline), ma che avrebbe cambiato per sempre il modo di concepire la produzione musicale e che entra di diritto tra i dischi migliori della storia del Rock.
I ragazzi si divertirono parecchio all’epoca. C’era fermento nell’aria e una grande voglia di sperimentare: la band registrò in diversi studi inglesi sperimentando non poco, usando soluzioni tecniche pionieristiche. In quel momento non c’erano ancora software digitali, eppure i Queen crearono delle architetture orchestrali e vocali che sembrano impossibili persino oggi.
Vi faccio solo un piccolo esempio: c’è un brano nel disco dal titolo Lazing on a Sunday Afternoon con la voce di Freddie che sembra uscire da un megafono. L’effetto fu ottenuto immettendo la voce in un’immensa consolle, la quale, a sua volta, la inviava ad un paio di cuffie poste in una scatola di latta. Nella scatola di latta c’era poi un microfono che registrava la voce che usciva dalle cuffie. Pensa te che marchingegno…
Chi ha avuto occasione di assistere alle sessioni di incisione ha raccontato di essere rimasto colpito dalla cura maniacale per i dettagli di tutti e quattro i musicisti e di un tecnico del suono visionario, Roy Thomas Baker, un tizio all’avanguardia che ha trovato pane per i suoi denti con i Queen. Vi do un consiglio: guardate il documentario Queen: The Making of A Night at the opera per rendervi davvero conto di che cosa hanno combinato insieme.
E sottolineo la parola insieme perché, nel caso dei Queen, non si tratta del genio di uno al servizio degli altri: ogni elemento ha sempre contribuito al cento per cento e ha sempre portato composizioni su cui poi poter lavorare a otto (anzi, a dieci) mani.

Il bassista John Deacon ha scritto la dolcissima You’re my best Friend, il batterista Roger Taylor è autore e voce (e che voce!) di I’m in love with my Car, Brian May chitarrista astrofisico, ha composto la canzone ’39 che mette insieme folk e fantascienza. E poi Freddie Mercury, che porta i pezzi più teatrali e visionari come la mastodontica Bohemian Rapsody.
Un capolavoro. Più che una canzone, è un manifesto artistico.
“Sapevamo fin dall’inizio che si trattava di un pezzo speciale. Freddie arrivò in studio con un nastro su cui aveva registrato la demo. Ci disse: “Ascoltate questo, cari. Credo che vi sorprenderà”. Lo registrammo in momenti diversi, tenendo come guida una linea vocale di Freddie Mercury sopra la quale abbiamo costruito le varie parti. Quando Freddie mi ha chiesto un assolo, gli ho detto che volevo cantare una strofa con la chitarra. Ed è quello che feci: cantai, suonando con la chitarra. Niente effetti: solo il tremolo. Usavo come plettro una moneta da cinque pence” (Brian May).

Cinque minuti e cinquantasei secondi di pura libertà creativa. Un viaggio tra ballata, opera e hard rock, che all’epoca molti discografici giudicarono “impossibile da trasmettere in radio”. Ma Mercury e il resto del gruppo se ne fregarono alla grande. Tutto quello che poteva essere ritenuto difficile e anti-commerciale c’era: testo enigmatico, pieno di riferimenti biblici, teatrali e psicologici, struttura della canzone da capogiro, continui cambi di atmosfera.
In studio, la band lavorò per tre settimane solo per questa canzone, solo per la parte operistica, registrando migliaia di ore di voci sovrapposte. Mercury, May e Taylor cantarono ininterrottamente le loro parti vocali per dieci o dodici ore al giorno.
Il singolo uscì il 31 ottobre 1975 e di fronte alla difficoltà di poterlo sentire trasmesso alla radio i Queen chiesero aiuto ad un amico: Mercury e Taylor contattarono Kenny Everett, Dj di Capital Radio. Everett ascoltò il brano e disse: “Non preoccupatevi, potrebbe durare anche mezz’ora, ma sarà un pezzo da primo posto per secoli”. Sberebem!

Kenny iniziò a mandare in onda prima dei pezzettini del brano, stuzzicando gli ascoltatori. Poi, la leggenda narra che Everett lo fece passare nel weekend una cosa come quattordici volte. Il centralino della radio esplose, tutti chiedevano di chi fosse quel brano che, in un lampo, raggiunse la vetta delle classifiche musicali, rimanendo al numero uno per ben nove settimane.
La bellezza non solo di Bohemian Rapsody, ma dell’intero album, è tutta qui: ogni dettaglio è portato all’estremo, ma funziona alla perfezione.
Quando uscì, una parte della critica musicale lo considerò troppo pomposo, altri un capolavoro visionario. Il pubblico, invece, lo consacrò subito e i Queen divennero delle rockstar mondiali. Da quel momento, nulla fu più come prima e l’impatto culturale fu enorme. Una band rock poteva essere non più solo strumenti e amplificatori, ma una forma d’arte totale che metteva insieme teatralità e tecnica, performance da paura, carisma, emozione. Tutto insieme. In qualche modo, se ci pensate bene, ha anticipato il glam, forse ispirato anche il metal sinfonico, sicuramente ha contaminato il pop.
Il titolo stesso, preso da un film dei fratelli Marx del 1935, racchiude lo spirito del disco: un’ironia intelligente che trasforma il caos in eleganza. A Night at the Opera non è solo un album, è una dichiarazione di intenti: la musica può essere colta e popolare allo stesso tempo, sofisticata ma accessibile, folle ma precisa come un’orchestra.
Oggi è un disco che suona ancora moderno, perché nasce da un’idea che non invecchia: l’arte come atto di libertà. Assoluta. Anzi! Oggi che viviamo in un tempo in cui tutto sembra ridotto a formato, durata, algoritmo, A Night at the Opera resta una lezione di coraggio creativo, un bell’esempio da seguire. Non a caso, Freddie Mercury lo definì “l’album che ci ha resi ciò che siamo”.
Un disco che non smette mai di andare in scena.









