“WILLIAM IS IDLE”. così aveva scritto quella vecchia megera della professoressa del liceo al posto del voto, su quel compito andato così e così. Ma tu te eri già un genio e te la sei giocata benissimo: da “idle” ad “idol” è un attimo, vero William? Stessa pronuncia, significato decisamente differente.

 

BILLY IDOL, così ti saresti fatto chiamare, dopo quella volta.

Nato a Londra, hai vissuto gli albori della sottocultura punk, quelli dei veri pionieri. Eri un assiduo frequentatore del Let It Rock di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, dove avresti conosciuto i primi Sex Pistols, dei quali saresti diventato un convinto seguace. Tanto che saranno una vera e propria fonte d’ispirazione musicale nei tuoi primi anni di carriera, quelli con la tua band, i Generation X, con i quali hai pubblicato un paio di interessanti album punk, magari un filo più “educati” e orecchiabili rispetto agli standard dell’epoca.

D’altronde, il tuo essere punk era diverso. Eri brillante, avevi una bella voce e sapevi giocare benissimo con il tuo (notevole, rispetto ai colleghi) aspetto fisico, che al pubblico femminile piaceva non poco. Eri un vero gigione, forse giusto un filo edonista.

Avevi capito che per spaccare veramente, l’Inghilterra, il punk arrabbiato e politicizzato e la band ti sarebbero stati un po’ stretti. Ci voleva solo il palcoscenico giusto, ci volevano gli USA. Eri come un surfista che sapeva cavalcare l’onda perfetta, ma che capiva quando questa stava andando scemando verso la spiaggia. Ci avevi visto lungo: il punk era sì un movimento rivoluzionario, ma di lì a poco avrebbe iniziato la sua parabola discendente.

E quindi nel 1981, assieme alla tua compagna dell’epoca Perri Lister, te ne voli a New York, dove inizia la tua nuova carriera da solista. Bello, dannato e con la giusta dose di sfacciataggine ad accompagnare l’immancabile cresta bionda ossigenata. Mancavano solo un nuovo staff e un nuovo progetto musicale. Steve Forsey (collaboratore del nostro immenso Giorgio Moroder) a produrre, Bill Aucoin come agente e l’estroso Steve Stevens alla chitarra. Problem solved.

Dopo il punk degli esordi, arriva un nuovo sound con ampio uso di sintetizzatori e cori (eravamo in piena era new wave), un rock’n’roll leggero e veloce, molto commerciale e adattissimo alle radio americane dell’epoca. Il primo EP, Don’t Stop, è datato 1981. Quattro pezzi sui quali spiccano Mony Mony e Dancing with myself, contribuiranno a creare una certa curiosità da parte degli ascoltatori a stelle e strisce.

Nel 1982 esce il primo LP, che trainato da singoli spaccaclassifiche come Hot in the city, White Wedding e una riedizione di Dancing with myself, raggiunge la vetta delle classifiche. Con il tuo occhio lungo capisci subito che la musica da sola non basta, serve qualcosa di più. Quel qualcosa sono i video musicali sparati in loop sulla neonata MTV, che contribuiranno ancora di più a far entrare nelle case di migliaia di ascoltatori il tuo ghigno storto e sexissimo.

Il secondo album nel 1983 conferma le aspettative. Rebel Yell sarà il disco della consacrazione, con una decisa virata verso il pop rock. Dalla tiratissima title track, alla ballata Eyes without a face, all’americanissima Blue Highway, senza dimenticare (Do Not)Stand in the shadow, Daytime Drama, Crank call e The dead next door. Un caleidoscopio di stili musicali, rock, punk, new wave, pop. E fu subito Grammy negli USA.

Mancava solo il successo in UK. Successo che arriva con Vital Idol, una furbissima raccolta di remix con Rebel Yell e White Wedding a fare da catalizzatore. Ormai sei una rockstar a livello planetario.

Gli Anni 80 filano veloci, un successo dopo l’altro. Sembra che qualsiasi cosa facessi piacesse a critica e ascoltatori. Hai il tocco di Re Mida, vecchio volpone. Ma della rockstar hai anche l’attitude e una certa tendenza agli eccessi. Alcol, droghe, donne e motori. Tutto il repertorio. Tanto da lasciare moglie e figli nel 1989 e scappare in Thailandia. Dove ne hai combinate talmente tante che sei riuscito a farti bandire da Bangkok!

Poco dopo, al ritorno negli States, la tua passione per i motori e la velocità ti ha fatto quasi perdere una gamba dopo un grave incidente motociclistico. E quell’incidente ha segnato anche la tua carriera cinematografica: eri stato scelto da Oliver Stone al posto di Val Kilmer per la parte di Jim Morrison in The Doors e invece ti toccò solo un ruolo secondario. E fosti costretto a rinunciare anche alla parte del cyborg T-1000 in Terminator 2. Insomma, un mezzo disastro.

Gli Anni 90 coincidono anche con l’era del grunge e, si sa, voi vecchi rockers non ve la siete passata benissimo… Soprattutto chi, come te, era ormai assuefatto al successo. E infatti, in poco tempo, le vendite dei tuoi dischi crollano, i fan ti girano le spalle, arriva la depressione e gli eccessi diventano parte di te. Così, nel 1994 per poco non ci hai lasciato le penne dopo una overdose di GHD. Sembrava la fine di tutto.

Ma si sa, la grandezza di un uomo si vede nei momenti bui, nella capacità di rialzarsi dopo una caduta. E tu hai sempre avuto la pellaccia dura. Ti sei dato una bella ripulita, sei ripartito, un paio di tour, qualche disco, qualche apparizione cinematografica, una bella autobiografia a raccontare la tua storia, ed eccoti qui.

Gli anni passano, oggi sono 70. Sul viso hai qualche ruga in più, ma la cresta ossigenata e il ghigno malefico sono sempre gli stessi. E noi continuiamo a ballare con la tua voce di sottofondo.

 

Happy birthday, IDOL!

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