Potrei farvi un lungo (e probabilmente tedioso) discorso a proposito della nascita di un capo cult. Potremmo stare ore a parlarne davanti a un buon calice di Barolo, ammirando il foliage autunnale o comodamente adagiati su un comodo Chesterfield testa di moro. Ma la noia è un bene prezioso che va conquistato. E quindi, in questa sede, mi limiterò a una considerazione secca e stringata: a parer mio, i pezzi di abbigliamento cult, quelli in grado di diventare eterni, hanno smesso di nascere attorno agli Anni 2000.

Non sono morti, eh. Tutt’altro. Anzi, quelli nati prima dei famigerati ’00 sono più performanti dei gatti: continuano a vivere ciclicamente le loro numerose vite a colpi di reinterpretazioni generazionali e appropriazioni sociali varie. Il fatto è che, dall’inizio del nuovo secolo in avanti, il crollo delle nascite ha inesorabilmente colpito la categoria.

Più internet va veloce, connette, avvicina e propone, sparando tendenze & sentenze via social, più difficile e rara diventa l’affermazione di un cult, di un mito. Che per sua natura, per nascere forte e sano, ha bisogno di una serie di condizioni come distanza, tempo, attesa, desiderio. E poi permanenza.

E quindi? Quindi in questa Cult Issue di Wheelz ho pensato di farvi sollevare le terga dal suddetto iconico divano in pelle per portarvi idealmente con me in un tour di mercatini vintage, a caccia dei sei capispalla cult più inossidabili e indossabili quest’inverno. Perché proprio loro? Perché sono versatili, intergenerazionali, unisex e si sposano alla perfezione con i fugaci trend di stagione. E poi perché sono un ottimo investimento: per durata, stile e storie da raccontare. Buona caccia!

La 4 Ganci amata da Niki Lauda (e non solo)

Il workwear è uno dei vivai preferiti della moda. E la 4 Ganci di Fay ne è uno degli esempi più lampanti, riusciti e longevi. La storia è più o meno questa: siamo negli Anni 60, in Massachusetts. Pensando alle esigenze di pescatori e vigili del fuoco, Mr. Fay inventa una giacca con l’abbottonatura rinforzata da ganci metallici a forma di gaffa nautica. Una ventina d’anni dopo, durante un viaggetto negli USA, i fratelli Della Valle (leggi Tod’s) notano il capo, rilevano il marchio e lo portano in Italia. Facile, no?

In una manciata di mesi, la 4 Ganci diventa il capospalla preferito di attori, piloti, principesse, volti noti del jet set dell’epoca e, in ultima analisi, di chiunque avesse voglia di un pezzo tanto intelligente, quanto riconoscibile.

Da allora, la 4 Ganci non ha mai smesso di piacere, di rinnovarsi e riaffermarsi. Per averla, oggi, potete percorrere due strade: immergervi nel mondo Fay contemporaneo (se lo fate, vi prego, innamoratevi della Fay Archive Collection: sì, è un vero investimento, ma ne vale la pena). Oppure, armarvi di grande determinazione e setacciare i siti specializzati in vintage di qualità.

Ricordatevi che per riconoscere gli originali dai fake potete sfruttare l’arma segreta delle etichette: quelle autentiche sono finemente ricamate, a partire da quella con la silhouette del terranova e la scritta “Made in special material expressly for EMA” presente sul rever della 4 Ganci.

La Bedale di Barbour

C’è chi pensa che la pietra miliare di Barbour sia la giacca “da caccia” Beaufort. In realtà, Margaret Barbour amava più l’equitazione. E, circa tre anni prima della Beaufort, nel 1980, disegnò e commercializzò la Bedale, pensata a tutti gli effetti per la sella. Più corta, con il colletto di velluto a coste, ampie e raggiungibili tasche e fodera in tartan: la Bedale è un condensato di stile british che ancora oggi è in grado di sedurre, anche solo seguendo il naso. Non so se avete mai avuto una waxed nell’armadio, ma il suo profumo tipico è in grado di farsi riconoscere e risvegliare ricordi a ogni annusata.

Due cenni sul brand, giusto per fare bella figura quando vi chiederanno come mai l’amate: la John Barbour & Co Tailors and Drapers nasce nel 1894 a South Shields, un piccolo porto sul Mare del Nord. Produce capi in cotone egiziano oleato a prova di vento e pioggia e li vende a pescatori e marinai. Nei primi anni del ‘900 al motto di “l’abbigliamento migliore per il tempo peggiore“, che evidentemente in Inghilterra trova terreno particolarmente fertile, il marchio diventa noto in tutto il Paese.

Negli Anni 30 il tessuto thornproof sostituisce il cotone oliato, conquistando fasce più ampie di pubblico, compresi, qualche tempo dopo, gli amanti delle due ruote (avete presente Steve McQueen con l’International? Ecco…) e, ovviamente, i Windsor (Barbour è a tutt’oggi fornitore ufficiale della royal family).

Ma tronando a noi, perché proprio la Bedale, tra tutti? Perché non è né troppo corta, né troppo lunga, troppo aderente o troppo larga: il taglio della Bedale è semplicemente perfetto su qualunque fisico. È una tre stagioni ideale: si può usare da sola o accessoriata con imbottitura e cappuccio per i mesi freddi o quando piove. Ma, soprattutto, è sempre adeguata: formale e informale al tempo stesso, sta bene tanto su uno smoking o un abito lungo, quanto con jeans e stivaloni da pioggia. E se non è eternità questa…

Il peacot di Camplin

Un po’ Corto Maltese, un po’ lupo di città. Il peacot o caban che dir si voglia, è il capospalla perfetto per dichiarare al mondo la propria attitudine da avventuriero romantico. Ma esiste un original one?

Ecco la storia. 1850. Edgar Camplin fonda una società commerciale che comprende una serie di negozi di tessuti tra Londra e Portsmouth. L’azienda di famiglia cresce e presto si accaparra un contratto per fornire vele alla Marina britannica. Contratto che poco dopo si estende alla fornitura di abbigliamento. È il 1888 quando Charles, figlio di Edgar, presenta alla Royal Navy un cappotto specifico che distingua i sottufficiali dai marinai che, fino a quel momento, si vestivano in modo simile. È appena nato il P. Coat, che sarà poi noto per estensione fonetica come “Peacoat“.

Era (ed è) a doppio petto e si può allacciare attorno al collo quando il meteo si fa duro. La vera curiosità? Il cordino attaccato al bottone del sottocollo. Sapete come nasce? Per passare il tempo in navigazione, i marinai vittoriani amavano intrecciare corde e trame, inclusi cordini e cinghie ornamentali che utilizzavano poi per estendere la chiusura del collo del peacoat, permettendo di indossare sotto maglioni più spessi e pesanti.

Per marinai urbani e cittadini di mare.

L’Original Parka di Refrigiwear

Facciamo un salto in avanti con quella che, insieme ad alcune puffy jacket di cui parleremo a breve, è uno degli ultimi modelli in grado di aggiudicarsi il titolo di cult tra la fine degli Anni 90 e lo scoccare dei 2000.

Stiamo parlando dell’Original Parka di Refrigiwear, ennesimo pezzo iconico chiaramente ispirato al workwear americano. Il brand nasce nella New York degli Anni 50, più precisamente nel distretto delle carni. Chi lavorava nel settore era costretto a passare giornate intere all’interno delle celle frigorifere. Per proteggersi dal freddo intenso, dunque, indossavano strati su strati di abiti, soluzione scomoda e poco pratica.

È da questa esigenza che Refrigiwear inizia a sviluppare capi realizzati con materiali molto caldi e poco voluminosi, tra i quali i long coat e le tute intere. Nei ’70 il brand estende i propri affari allo sportswear, con una linea dedicata agli sport invernali estremi, ma sono i ’90 a segnare l’ingresso nel mondo fashion in senso stretto. Il parka Refrigiwear è la risposta cool al più inflazionato (sebbene altrettanto caldo) Woolrich. Voi da che parte state?

Il Montgomery Duffle Coat di Stone Island

Forse non è il capo più iconico del brand modenese, oggi proprietà del Gruppo Moncler. Ma di certo è uno dei pezzi più apprezzati e ricercati dai fini intenditori. Il montgomery di Stone Island era e resta tutt’oggi la tempesta dietro la quiete, l’acqua cheta che sgretola i ponti, il delinquente con la faccia da bravo ragazzo. Ed è, a mio personalissimo parere, una delle reinterpretazioni meglio riuscite di sempre, in grado di trasformare un modello ottocentesco in un razzo proiettato nel futuro. Il tutto, con tre semplicissime righe.

Tra la metà degli Anni 80 e poi per tutti i ’90, qualunque capo portasse quel marchio in panno ricamato con la Rosa dei Venti (che per il brand rappresentava la guida, l’orientamento da non perdere mai nella ricerca e nello sviluppo dei materiali), era ambito e desiderato. Ma il montgomery, in particolare, arrivava dritto dalla scena casual britannica, amato tanto dai protagonisti del brit pop, quanto dalle tifoserie di football, che lo utilizzavano per “mimetizzarsi” tra la gente senza attirare l’attenzione della polizia. Insomma, il contrario di una dichiarazione d’intenti, unito al fascino del dubbio: chi sarà mai colui (o colei) che lo indossa?

Le puffy jacket

Un discorso a sé meritano le puffy jackets, i piumini corti e voluminosi che, è il caso di dirlo, stanno vivendo un vero e proprio Ritorno al Futuro, and back in direttissima dagli Anni 80 e ’90. I brand che vale la pena citare sono tre: l’intramontabile e paninaresco Moncler, l’amatissimo Nuptse di The North Face e il redivivo Kappa.

Hanno il fascino dell’adolescenza e dello stile streetwear per niente casual, vivono di nero, color block mat o vernice lucida, si indossano over e si stratificano con il giubbotto denim. Non hanno età né confini d’utilizzo. Insomma, scaldano corpo e ricordi. Serve altro?

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