Quest’anno a Babbo Natale non chiedo una moto nuova. Chiedo qualcosa di più grande: uno spazio dove il fuoco della passione possa bruciare tutto l’anno, dove le mani si sporcano insieme ad altre mani e il calore non è quello della stufa, ma quello umano.
Troppo romantico? Vi sembra retorico? A me no. E sapete perché? Perché ne ho avuto un assaggio, ed è davvero bellissimo. Ecco perché proprio ora, ad una manciata di giorni da Natale, mi trovo qui a scrivere la più classica delle lettere dicembrine. Quest’anno non desidero l’ultima moto vista ad EICMA o il gadget tech per il prossimo giro in moto. No no. Quest’anno voglio il miracolo. Voglio un garage sociale.
Ora vi spiego.

Tutto è iniziato con “Salvo 50ini”
Qualche anno fa ho lanciato un progetto nel quale forse qualcuno di voi si è già imbattuto: “Salvo 50ini”. L’idea è semplice quanto folle: salvare vecchi motorini 50cc (rigorosamente a due tempi, ovviamente!) da cantine e garage abbandonati e farli tornare a vivere.
Tutto è partito da una constatazione: quei motorini degli Anni 60, 70, 80 e primi 90 hanno linee stupende. Sono pezzi di design, oggetti che raccontano un’epoca. Vederli arrugginire in un angolo, coperti di polvere e ragnatele, mi faceva male. E poi c’era il piacere meccanico: quei motori a due tempi sono semplici, onesti, immortali. Anche dopo trent’anni di fermo, con un po’ di pazienza e le mani giuste, ripartono. Sempre.
Ma “Salvo 50ini” è anche una metafora di vita. In un mondo che ti spinge a buttare via e comprare nuovo, io scelgo di sistemare. Di riparare. Di far tornare a funzionare cose che tutti danno per morte. C’è una soddisfazione profonda nel vedere un motorino abbandonato tornare a girare grazie al tuo lavoro, al tuo intervento. È come dare una seconda possibilità. E cazzo, se è bello…
Negli ultimi due anni ho salvato quasi una dozzina di vecchi moped: Ciao Piaggio, Garelli, Atala Rizzato, qualche Malaguti, un Legnano bellissimo. Ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi problemi da risolvere. E ogni volta che uno di questi motorini riparte è una piccola vittoria contro l’usa e getta, contro l’obsolescenza programmata, contro l’idea che il vecchio non valga niente.
E poi sono arrivati i vicini…
Da qui, da “Salvo 50ini”, è nato tutto il resto. Perché salvare un cinquantino non è un lavoro da cinque minuti. Significa trascorrere ore in garage: smontare, pulire, valutare, ordinare pezzi, aspettare che arrivino, rimontare, provare, aggiustare, riprovare ancora. Insomma, sera dopo sera, il mio garage è diventato il mio rifugio.
E qui arriva il colpo di scena: siccome la curiosità fa l’uomo cieco, uccide i gattini frettolosi e fa cogliere le occasioni (anche se forse l’ordine delle cose non è esattamente questo), succede che i vicini, prima uno, poi un altro, hanno iniziato a partecipare. Scendevano a buttare la spazzatura e si fermavano a fare due chiacchiere. Sera dopo sera, qualcuno passava “giusto per vedere come va“, qualcun altro arrivava con una birra, un altro portava giù il caffè. Nessuno aveva bisogno di niente. Stavano lì semplicemente perché quel garage, in quelle ore, era diventato un punto di ritrovo. Un posto dove chiacchierare, ridere e raccontarsi la giornata mentre io smonto e rimonto pezzi.
Poi, pian piano, hanno iniziato a chiedermi piccole cose: “Mauro, mi controlleresti la gomma della bici?“, “Sai perché il tagliaerba non parte più?“, “Questa manopola è allentata, hai un attrezzo?“. Ma invece di sistemare tutto PER loro, ho iniziato a farlo CON loro. A condividere quello che so, a cercare insieme di risolvere il problema di quel decespugliatore pigro o di quella bici con il manubrio che continua ad allentarsi. Qualcuno ha addirittura recuperato il suo vecchio 50ino di quando era adolescente e lo abbiamo fatto ripartire, insieme.
A volte quello della casa di fronte mi passa una chiave o mi tiene la torcia puntata sul motore. Spesso, semplicemente, stanno seduti lì a farmi compagnia. Fatto sta che in quelle serate ho capito una cosa: il garage non è solo il posto dove si sistemano le moto. È il posto dove si fa comunità.
E poi è scattata la scintilla
Da quelle serate nate per caso è arrivato anche il sogno: perché limitare questa strana magia al mio garage? Perché non creare uno spazio più grande, aperto a tutti, dove questa dinamica possa trovare più spazio e più voci?
Immagino un capannone, non troppo grande, non troppo piccolo. Dentro ci sono ponti per sollevare le moto, bancali da lavoro, una rastrelliera con tutti gli attrezzi che servono: dalle chiavi a brugola ai manometri, dai giraviti ai compressori. Tutto a disposizione di chi decide di associarsi.
L’idea è di una semplicità disarmante, ma di questi tempi ha un che di rivoluzionario: condividere tutto. Lo spazio, la conoscenza, l’abilità manuale, gli attrezzi. Se manca qualcosa chi ne ha bisogno può comprarlo, usarlo per il suo lavoro e poi lasciarlo lì. Quel cacciavite speciale, quella chiave dinamometrica, quell’estrattore particolare diventa patrimonio comune, pronto per il prossimo che ne avrà bisogno.
Non un’officina commerciale dove paga qualcuno per farsi sistemare il mezzo, ma un luogo dove si viene per mettere le mani in pasta: per imparare, per insegnare, per stare insieme. Una casa meccanica per piccoli mezzi acciaccati: biciclette, motorini, tagliaerba, moto e magari qualche piccolo lavoretto anche su vecchie auto.
Un posto dove poter salvare 50ini insieme. Dove ognuno può portare il suo motorino abbandonato e trovare non solo gli attrezzi per sistemarlo, ma anche le persone che possono aiutarlo a farlo. Dove quella filosofia del riparare invece che buttare diventa pratica quotidiana condivisa.
E non è mica una questione di età!
Da una parte, e lo so che è quasi un cliché, ci vedo gli anziani in pensione, quelli che han passato una vita con mani e testa nella meccanica. Quelli che sanno esattamente cosa fare e, se anche non fosse così, sanno improvvisare. Ci vedo l’ex meccanico di paese, quello che per quarant’anni ha aggiustato biciclette o semplicemente il nonno che una volta sapeva fare tutto. Loro custodiscono i lingotti d’oro del sapere come il sacro caveau di una banca, altrimenti destinata all’oblio. Qui, invece, potrebbero tramandare quel sapere che rischia di andare perduto.
E poi ci vedo i ragazzini. Quelli (rari?) ancora impallinati con le due ruote, ma anche quelli che non sanno esattamente dove sbattere la testa, e allora meglio sbatterla su un ponte per distrazione che su un marciapiede per disperazione, no? Che le mani sporche di grasso possono essere un modo molto efficace per costruire autostima e responsabilità.
E poi, nel mezzo, ci vedo tutti gli altri. Quelli come me, quelli che hanno un motorino fermo in garage, quelli che vogliono imparare ma non sanno da che parte voltarsi. E quelli che, semplicemente, cercano un posto dove il tempo scorre diversamente.

Babbo Natale, sei lì?
È esattamente questo è il fuoco che vorrei accendere questo Natale. Niente competizione, bye bye performance. Solo passione condivisa e democratica. Avrei voglia che quest’anno luccicassero meno alberi e più occhi, ad esempio quelli di un ragazzino che smonta un carburatore per la prima volta in vita sua e capisce come funziona. O quelli di un pensionato che spiega a un ventenne come si regola un bilanciere, mentre il ventenne gli mostra come cercare un manuale tecnico su internet.
Realizzare un sogno così non è mica facile. Quindi, caro Santa, se tra i tuoi sponsor tecnici hai agganci utili, è il momento di fare gioco di squadra. Serve uno spazio: un capannone, un locale, un’area inutilizzata gentilmente offerta da qualche Comune lungimirante. Servono chiavi, avvitatori, compressori… Chissà che qualche produttore di attrezzi da lavoro, leggendo Wheelz, non intraveda l’opportunità di apporre il proprio marchio sulla parete di un luogo che sa fare la differenza.
Quindi se casualmente avete le chiavi di un capannone vuoto o di cognome fate Beta, fate un fischio a Babbo Barbuto (o al sottoscritto). E se non avete capannoni né aziende da mettere in campo, ma credete in quest’idea, fatemelo comunque sapere. Mandatemi un messaggio per dirmi “sei pazzo, ma forza!“. Perché i progetti si costruiscono prima nelle teste delle persone poi nei capannoni e il supporto morale è il carburante che tiene acceso il fuoco.
Io vi aspetto in garage, con una chiave inglese in mano e un paio di vicini che bevono birra seduti sul banco. Aspettando che Babbo Natale faccia il suo sporco dovere.













