Provate a immaginare cosa deve aver pensato chi in quel giovedi 10 marzo di sessant’anni fa, giorno di apertura del Salone di Ginevra del 1966, si è trovato davanti agli occhi per la prima volta la Lamborghini Miura P400.
Un V12 centrale montato trasversalmente, fino a quel momento appannaggio esclusivo delle auto da competizione e mai uscito dai cordoli della pista, progettato da un team di ingeneri capitanati da Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani. Un’architettura mai vista prima, radicale, inedita persino tra le GT.
Il tutto condito dalle linee tese, eleganti, futuristiche e cattive uscite dalla matita di Marcello Gandini, capo disegnatore della Carrozzeria Bertone. Il tutto su una vettura che, oltre a tutto ciò, ammicca con i suoi fari “ciglia” e si chiama come un toro da combattimento.
Diciamo che le premesse per la nascita di un mito erano già tutte qui.

Il debutto della Miura P400, però, non rappresenta solo la presentazione al pubblico di un’auto straordinaria. Segna la nascita della prima Supercar della storia. Capace di lasciare a bocca aperta a prima vista e di strabiliare quando si tratta di prestazioni, universalmente considerate quasi irreali, per l’epoca.
Il suo V12, infatti, è in grado di erogare fino a 385 cavalli (385, avete letto bene. Nel 1966, ricordatelo) e di spingere la Miura a una velocità massima di 290 km/h, rendendola a tutti gli effetti, l’auto di serie dell’epoca più veloce al mondo. Ebbene, sapete che giorno è oggi?
Poco importa che sia il 10 marzo: quel che conta è che è il suo compleanno!

Miura fu la terzogenita della Casa di Sant’Agata Bolognese. Arriva dopo il prototipo 350 GTV del ‘63 e la 350 GT di serie del 1964. Nasce ad appena tre anni dalla fondazione di Automobili Lamborghini ed è subito chiaro che rappresenta una (velocissima) pietra miliare. È lei a riscrivere le regole del gioco per tutti, a mettere in cilindri e acciaio una nuova visione, un’inedita scala di valori e una considerevole dose di coraggio per spingersi oltre le convenzioni. Del resto, incarna un sogno: quello di Ferruccio Lamborghini.
Sogno che fu realizzato fuori dall’orario di lavoro. Questa ve la racconto.
Perché forse non lo sapete, ma il cuore della Miura, quel V12 con albero motore che ruota in senso antiorario, cosa piuttosto inusuale ai tempi, è frutto della collaborazione “serale” tra Dallara, Stanzani e il pilota neozelandese Bob Wallace, che si erano messi in testa di sviluppare una supercar ispirata in tutto e per tutto ai bolidi da corsa.
Realizzano così, spavaldi e senza paletti, un primo prototipo, al motto di zero compromessi – massime prestazioni. Ferruccio Lamborghini annusa il potenziale del progetto con la velocità di un segugio, autorizzando lo sviluppo della 400 TP, nome in codice “Progetto L105”.
Il nuovo chassis, spogliato di tutto, appare per la prima volta al Salone di Torino nel ’65 e, come diremmo oggi, genera un’hype spaventosa. Struttura in acciaio, con pareti spesse appena 0,8 millimetri, tempestato di fori di alleggerimento. Pesa in tutto 120 chili. Si narra che, alla chiusura del Salone, qualcuno pronunciò questa frase: “creerò la scarpa perfetta per questo meraviglioso piede”. Era Nuccio Bertone.
Il prototipo viene completato nel marzo 1966. Miura è un’auto da corsa omologata per la strada. Vanta un certo livello di comfort, una buona affidabilità, un’estetica da paginone centrale e una distribuzione dei pesi che rende la guida un’esperienza sublime.
Tra il ’66 e il ’73 ne vengono costruite 763. La prima viene consegnata alla fine di dicembre. Nel primo anno di vendita, il numero sale a 108. Nel corso del ’68 erano già 184. Una media di quattro vetture a settimana, numeri da capogiro per auto di questo genere.

Il mito è nato oggi, 60 anni fa. E non ha alcuna intenzione di fermarsi.










