Quando il mondo imparò a riconoscere la forza del Rosso Corsa italiano, Ducati era già da tempo una realtà consolidata. Un punto di riferimento nell’Italia che cercava di reinventarsi. Un nome destinato a diventare un marchio immediatamente riconoscibile. Un simbolo persistente di eccellenza manifatturiera e tensione verso il futuro.

 

Nel panorama della cultura industriale e del Made in Italy, poche realtà possono vantare una continuità e una rilevanza simbolica pari a quella dell’azienda bolognese.

 

Fondata il 4 luglio 1926 dai fratelli Adriano, Bruno e Marcello Cavalieri Ducati, sotto l’egida del padre Antonio, nel giro di pochi anni la Società Scientifica Radio Brevetti Ducati si pone al centro della nascente produzione elettrotecnica italiana. Dopo la Seconda guerra mondiale, con lo stabilimento di Borgo Panigale raso al suolo da un bombardamento alleato nell’ottobre del ‘44, l’azienda riparte praticamente da zero puntando sulla meccanica.

L’obiettivo è di rimettere in movimento gli Italiani, diventando un volano per la ricostruzione economica e sociale del Paese. La storia motoristica di Ducati debutta così, nel 1946, con il Cucciolo, un micromotore ausiliario che trasforma la bicicletta in ciclomotore e che più tardi diventa modello autonomo. È un mezzo che oggi definiremmo POP e, con lui, il marchio Ducati inizia a “sedersi alla tavola” delle famiglie lungo tutto lo stivale.

«La ricetta magica, quasi alchemica, del successo del Cucciolo Ducati sta in quattro ingredienti».

 

A raccontarlo è Marco Bellini, responsabile commerciale di Ducati Firenze: «Nell’Italia del dopoguerra, le persone avevano estremo bisogno di spostarsi, ma pochissimi potevano permettersi un’auto o una vera moto. Cucciolo, invece, permetteva di “motorizzare la propria bicicletta” con una spesa contenuta: la risposta a un bisogno reale con un mezzo votato alla mobilità low cost. Il Cucciolo, infatti, costava 36.000 lire, pari allo stipendio mensile di un tecnico specializzato.

Secondo, l’efficienza imbattibile dei consumi, il suo punto di forza assoluta: 100 km con un solo litro di benzina grazie al motore a quattro tempi (una rarità per i micromotori dell’epoca, solitamente a due tempi).

Terzo, la superiorità tecnica del ciclo a 4 tempi e del cambio a 2 marce – che si traducevano in avviamenti più facili, meno fumo e candele più pulite rispetto ai motori a miscela, ma anche alla capacità di affrontare pendenze collinari – associata ai soli 8 kg del kit micromotore, un peso così contenuto da non compromettere la stabilità della bicicletta sulla quale veniva montato», continua Bellini.

«Infine, l’affidabilità e la robustezza, insospettabili su un motore così piccolo, che spingono Ducati a creare una rete capillare di assistenza in tutta Italia e promuovere il Cucciolo anche attraverso imprese sportive leggendarie come come i record del mondo conquistati a Buenos Aires o i raid attraverso l’Europa, con 4.600 km percorsi in un mese».

Negli anni Cinquanta, le piccole sportive di Borgo Panigale si costruiscono una reputazione vincente nelle corse stradali e di durata, allora molto popolari, con la 125 Gran Sport “Marianna” e la 175 F3. La svolta arriva nel 1962 quando Ducati entra nel difficile mercato statunitense con lo Scrambler. Nome e ispirazione vengono dalle scramble races, le lunghe corse in fuoristrada.

Lo Scrambler è la prima Ducati che oltrepassa la concezione utilitaristica della moto, per «trasformarsi nell’espressione di uno stile di vita personale», racconta Rocco Canosa, Head of Scrambler Ducati e XDiavel. «In Italia lo Scrambler cominciò a diffondersi a partire dal 1968 quando Ducati presentò la seconda generazione basata sul nuovo motore detto “a carter larghi”, molto più curata esteticamente. Fu lanciata in tre cilindrate, 450, 350 e 250, con il famoso serbatoio giallo, arancio o nero dalle guance cromate», prosegue Canosa.

 

«E diventò rapidamente una moto iconica anche nel mercato europeo».

 

«Ben presto si trasformò in simbolo e icona di un’intera generazione. Per i giovani motociclisti rappresentava un simbolo di libertà e anticonformismo, frutto del contesto culturale in cui si era affermata. Una moto semplice da guidare, economica e con un’estetica molto moderna, che conquistò il pubblico più giovane alla ricerca di novità. Era anche progettata per essere versatile, nello stile di guida libero dei giovani motociclisti dell’epoca».

Un altro modello sinonimo di fenomeno sociale e culturale è il Monster, presentato il 2 ottobre del 1992 all’Intermot di Colonia. Nomen omen: fin dalla sua prima apparizione, il Monster stupisce per lo stile brutale e fuori dagli schemi, essenziale e ribelle. Inaugura il segmento di mercato delle naked sportive ed è destinato a diventare il modello più longevo di Borgo Panigale.

Il segreto? Via tutto il superfluo: «Sella, serbatoio, motore, due ruote e manubrio sono tutto ciò di cui ha bisogno», così l’avrebbe descritto Miguel Galluzzi. Il designer del Monster dona risalto al bicilindrico “a elle” e al telaio a traliccio per trasformarli in punti di forza visuale. È un successo epocale, che nel giro di pochi anni amplia il pubblico Ducati per trasformarlo in una community globale e trasversale.

Nello stesso anno del Monster, un’altra icona irrompe sulla scena motociclistica per stupire il mondo. Al Salone di Milano è svelata la 916, il capolavoro supersportivo di Massimo Tamburini. È l’oggetto di design su due ruote più veloce e più desiderato al mondo.

 

La 916 rivede completamente i canoni estetici e funzionali dei modelli carenati dei primi anni Novanta.

 

Improvvisamente, “le altre” sembrano tutte più vecchie, più scontate. Pezzi da museo, anche se sarà proprio la 916 a essere esposta al Guggenheim di New York, nell’ambito della seminale mostra “The Art of Motorcycle”.

È puro DNA Ducati: per la prima volta, stile e performance si fondono idealmente in un unico design equilibrato, elegante e razionale. Le sue caratteristiche tecniche innovative la rendono “Moto dell’Anno” per quasi tutte le riviste specializzate. Negli anni, il concetto di sportività Ducati si evolve attraverso diversi modelli, fino alle attuali Panigale V2 e V4.

 

Tuttavia, la 916 è ancora considerata un’opera d’arte in movimento, ambitissima dai collezionisti e dagli esteti della moto.

Non finisce qui, naturalmente. Se c’è una cosa che a Borgo Panigale sanno fare, e molto bene, è scatenare le emozioni per trasformarle in veicoli di libertà.

 

Quarant’anni dopo il termine della produzione, nel 2015 lo Scrambler torna alla ribalta non come semplice modello heritage, ma come il protagonista della “Land of Joy”. È un sub-brand che adotta un linguaggio e abbraccia un’identità autonomi, slegati dalla performance e persino dal rosso Ducati. Dal punto di vista estetico, il nuovo Scrambler Icon riprende i tratti identitari dell’originale degli anni Sessanta, ma con caratteristiche tecniche totalmente aggiornate.

In un momento storico in cui il pubblico sceglie di tornare all’essenza e alla versatilità della motocicletta, Ducati intercetta la tendenza del mercato conquistando una nuova generazione di appassionati dallo spirito libero. Con il suo design postmoderno, la facilità di guida e le molteplici possibilità di personalizzazione, lo Scrambler torna ad animare le strade di personalità e leggerezza, diventando protagonista di eventi creativi e progetti artistici. Nell’autunno del 2022 taglia il traguardo storico dei 100.000 esemplari venduti in tutto il mondo. E per riprendere il titolo di un celebre disco d’oro di Elvis Presley, 100.000 Scrambler fans can’t be wrong, non si possono sbagliare.

«Scrambler non è solo una moto, ma un’idea visionaria. La filosofia alla base di Land of joy ha saputo “aggiornare” il modo di vivere le due ruote», riprende Marco Bellini, che nel mondo Ducati è immerso da vent’anni. «Scrambler ha portato per la prima volta in store giovani, ragazze, curiosi e un tipo di pubblico che probabilmente, prima di allora, non aveva mai pensato di vedersi su una moto. In termini più generali, credo che la fusione ottimale tra Style, Sophistication e Performance abbia reso ogni Ducati a listino negli ultimi 15 anni un oggetto che esula dal mero mezzo motociclistico: l’alone che illumina ogni moto è appannaggio del vero genio italiano. Oggi Ducati significa comunità, orgoglio e appartenenza, ma anche lifestyle, moda, cinema e cultura».

È attraverso lo Scambler, le nuove esplorazioni in fuoristrada e i trionfi in MotoGP che Ducati entra nel suo secondo secolo di vita. Innovando per emozionare. Captando e interpretando la passione, per scrivere un nuovo capitolo della storia e della cultura motociclistica.

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