Dopo che le moltitudini di fedeli hanno varcato i cancelli della Fiera di Milano per partecipare alla missa solemnis mondiale delle due ruote, è legittimo chiederselo: la motocicletta è ancora materia di culto? “Definire culto”: è l’insieme degli atti esteriori, dei gesti e delle cerimonie con cui si esprime l’ammirazione e la devozione profonda per una personalità o – nel nostro caso – per l’aura emozionale emanata da un oggetto. Una partecipazione collettiva, dunque. E parecchio: anche se il 2025 eroso dal carovita è andato un po’ meno bene, l’anno scorso in Italia sono state immatricolate circa 166.500 moto. Un record assoluto. Eppure, il senso del culto si annida nel profondo del cuore di ognuno. È un legame intimo che risuona della personalità e dei bisogni (spirituali, materiali) del singolo. Un posto segreto da custodire gelosamente dall’invadenza dell’omologazione.

È difficile individurarne i contorni, in un contesto dove il prodotto-moto è sempre più standardizzato e trend-dipendente, razionale e prevedibile, ammansito dall’anestesia digitale che lo rende presentabile a tutti, anche al prete. C’è sempre meno spazio per l’originalità, è vero, perlomeno si resta a piedi molto più di rado. L’acquisto di una moto è una scelta personale che solo eventualmente va condivisa con i propri simili.

Più che nelle concessionarie, oggi il culto si esprime nell’eucaristia dell’annuncio online e dell’astenersi perditempo. Si muove con il pellegrinaggio speranzoso verso il garage privato. È quasi un atto sedizioso, motivato sia dalla coscienza di classe meno abbiente, sia dalla ricerca alimentata dall’amore per la tecnica, il design, l’unicità e la velocità, che è essa stessa religione. Il movente più potente e segreto della nostra ricerca del sé e del divino. Una consapevolezza che sublima lo spostamento (del corpo, dell’anima, di quello che volete) per arricchire una vita degna di essere chiamata tale. In una parola, il culto della moto è ricerca dell’autenticità.
È una liturgia che richiede sacrificio. Comporta l’imprevedibilità della strada, la sopportazione degli agenti atmosferici, il superamento della paura, l’ebbrezza dei chilometri orari, la ridondanza delle vibrazioni che scuotono l’essere.
In una motocicletta occorre riconoscersi ed essere riconosciuti all’interno della propria parrocchia. Come il cane durante le sue esplorazioni quotidiane, il cultore segue una mappa sensoriale che lo porta a scoprire un mondo che in parte conosce già. Si orienta attraverso i logo delle Case che sanno offrire qualcosa di più degli altri: identità e continuità nel tempo. Segni riconoscibili, come una croce, una mezzaluna o una stella in cui identificarsi. Il culto della moto si frammenta attraverso la storia, le scelte tecnologiche e stilistiche perseguite dai marchi.
E di conseguenza, si riflette nell’immagine che proiettano sulla passione dei motociclisti: non per nulla il termine “cult” è stato sostituito dall’ignobile “iconico” nella pornografia semantica del linguaggio marchettaro. E a proposito di immagine, il personaggio del motociclista non garantirà più quel fascino selvaggio e vanamente ribelle di una volta, ma fa ancora la sua porca figura sui vicini di casa e di scrivania.

Nel tempio milanese delle due ruote, il culto si è confermato presente, globale e vivissimo. Lo testimonia il fatto che mezzo milione di penitenti abbiano pagato il biglietto per vedere e toccare con mano ciò che possono provare – gratis – nelle concessionarie e nei negozi di abbigliamento poche settimane dopo, senza essere urtati dagli zainetti o prevaricati dai selfie. Nella cornice dello show, il culto batte nelle scelte identitarie. Si autocelebra, inossidabile, nella performance rossa dei due e quattro cilindri Ducati, nell’eterna adolescenza di Aprilia, nei boxer adventure e globetrotter di BMW, nelle linee tese e fuori ordinanza di KTM. Anche se un po’ appannati, i V-twin Harley-Davidson e Moto Guzzi continuano a contare sulla propria schiera di fedeli. Chi la moto se la porterebbe anche in soggiorno, venera il design di MV Agusta o Brough Superior come se pregasse in una cattedrale. Gli eremiti dei deserti e i monaci delle mulattiere stanno vivendo il loro giubileo. I fondamentalisti delle ruote a raggi brandiscono il neopassatismo di Triumph, Royal Enfield, Moto Morini. L’irriducibile della tecnologia e della prestazione continua ad accendere il suo lumino sugli altari delle madonnine giapponesi. Non ceri e neppure più candele, ma circuiti elettrici e display luminosissimi illuminano gli stand delle mangamoto elettriche, pronte ad risolvere la crisi vocazionale della Generazione Z (se e quando se le potrà permettere).
E l’infedele Cina? I bambini più devoti faticano ancora a includere quei nomi anonimi nella preghierina della sera, anche se a volte scomodano illustri profeti italiani. Altro che Taoismo, Buddismo e Comunismo: il rapporto qualità/prezzo e l’economia di produzione sono i dogmi del proselitismo che inonda le strade di banalità a buon mercato. Su questa Via della Seta a senso unico, il culto è un concetto lontano. Se non inutile: come disse Confucio, “vedere il giusto e non attuarlo è mancanza di coraggio”. Ad accendere gli incensi, si penserà più avanti.
Tutte le immagini sono state ironicamente create da Gianna, la nostra AI.







