Sapete che differenza c’è tra una meteora e un meteorite? Una meteora, o stella cadente, è un fenomento luminoso che si genera quando un frammento attraversa l’atmosfera terrestre e brucia. Spesso il termine viene usato per identificare qualcosa che passa velocemente e altrettanto velocemente scompare. Il meteorite invece è un frammento solido che sopravvive al passaggio di cui sopra e raggiunge il suolo, a volte con esiti devastanti, tipo crateri, terremoti, onde anomale e tsunami. No, non mi sono rincoglionito, e no, non mi è venuta la scimmia dell’astronomia alla soglia dei 50. Ma la metafora calza a pennello con la storia che vi racconterò oggi.
Da quello che sappiamo, sembra che uno di questi famosi meteoriti sia caduto nei dintorni di Londra, nel 1975 e causò la formazione di una specie di onda, anzi un vero e proprio tsunami, appunto, che di lì a poco (s)travolse completamente la scena musicale inglese e non solo. Non parliamo solo di musica e virtuosismi con uno strumento. Quella era un’onda anomala fatta di pantaloni e giacche in pelle, magliette strappate, spille da balia, creste selvagge e denti marci. Era il punk ed era uno stile di vita. Era un vero movimento che andava contro i dettami sociali, contro il perbenismo, contro i governanti, contro la moda, contro tutto e tutti.
Un calcio in bocca al british style e alla Regina, insomma.

Quei 4 ragazzacci letteralmente raccattati tra i commessi e i clienti del Let it Rock, il negozio di Vivienne Westwood e Malcolm Mclaren al 430 di King’s Road a Londra, senza saperlo, e forse anche senza volerlo, gettarono le basi di un movimento musicale e culturale che avrebbe influenzato enormemente le generazioni a venire. Johnny “Rotten” Lydon, Glen Matlock (sostituito poi da Sid Vicious), Steve Jones e Paul Cook. Come chi sono?
Signore e Signori, i SEX PISTOLS.
Sopravvalutati? Forse.
Paraculi, venditori di fumo e marionette di Malcol Mclaren e Vivienne Westwood? Ma certo.
Eccessivi? Per usare un eufemismo.
Gli aneddoti, nel caso dei Sex Pistols, si sprecano. Prendete il cantante ad esempio, quel Johnny Lydon soprannominato “Rotten” per via della dentatura discutibile. Un giorno si presenta al Let it Rock con capelli verdi e una t-shirt con scritto “Odio i Pink Floyd”. Et voilà, scritturato il cantante.

O il bassista. Il primo, Glen Matlock, faceva il commesso al Let it Rock e sembra sia stato cacciato dalla band perché si lavava. Cosa che non faceva, evidentemente, il suo sostituto Sid Vicious, che però con la musica e gli strumenti aveva poco da spartire (la leggenda narra che gli staccassero la spina dell’ampli perché non aveva la minima idea di come si suonasse un basso). Si dice comunque che il manager pagasse Matlock per eseguire i brani in studio al posto di Vicious. Quante ne sapeva quel vecchio volpone di Malcolm Mclaren…
4 anni circa di attività, anche se sulle date non ci sono riferimenti precisi,. C’è chi dice che si siano formati nel ‘73, chi indica come anno zero il 1975. Altri citano il ‘77 per l’entrata di Sid Vicious. Un solo, fottutissimo, grandissimo, album. Dodici canzoni sputate in faccia a moralisti e benpensanti, una manciata di concerti, la maggior parte dei quali finiti in rissa o con la band cacciata dal palco o arrestata. Il primo concerto, datato 6 novembre 1975, è addirittura finito a metà della prima canzone. E poi bevute colossali, hotel a soqquadro, droghe ed eccessi di ogni tipo.
L’importante è che se ne parlasse, no? Sembrava una perfetta operazione di marketing e, dopo 50 anni, possiamo dire che lo sia stata.

L’influenza che hanno avuto su gruppi del calibro di Clash e Buzzcoks (che apriranno proprio un paio di concerti dei Sex Pistols), Nirvana, Guns’n’Roses, Green Day. Perfino Noel Gallagher si è scomodato per ricordare il loro impatto sulla scena musicale moderna.
Per darvi un’idea della loro influenza basti ricordare che in platea al leggendario concerto del 4 giugno 1976 a Manchester c’erano Ian Curtis e i futuri Joy Division, più Howard DeVoto e Pete Shelley, che oltre ad organizzare il concerto, avrebbero fondati i Buzzcocks. E poi Morrissey degli Smiths e perfino Mick Hucknall dei Simply Red!
Un solo album dicevamo. Quel Never Mind The Bollocks pubblicato dalla Virgin Records di Richard Branson che è stato censurato, odiato, amato e idolatrato. Rolling Stone nel 2004 lo ha inserito alla posizione n. 41 nella lista dei 500 migliori album di sempre. Nel 2006 è stato selezionato dalla rivista Time come uno dei 100 migliori dischi di sempre. Nel 2016 sempre Rolling Stone lo inserisce al terzo posto dei migliori 40 dischi Punk della storia.

I poliziotti inglesi imperversavano per i negozi tentando di sequestrarne le copie. Le radio nazionali lo boicottavano, i tabloid lo stroncavano. E magicamente tutto ciò non faceva altro che accrescerne la popolarità e la richiesta. 12 canzoni, tra le quali God Save the Queen che i nostri antieroi avrebbero avuto il coraggio di suonare da una barca di fronte a Westminster il giorno del Giubileo del 1977, proprio in faccia alla Regina (finendo poi arrestati ovviamente) e Anarchy in the U.K., vero e proprio manifesto culturale e sociale dell’epoca. Insomma, un capolavoro senza tempo.
E allora stavolta niente divano e cuffie. Stavolta buttiamo su il disco sullo stereo e ce lo spariamo a volume così alto che i vicini chiameranno la polizia.













