A meno di un chilometro da piazza del Duomo, a Milano, esiste da ormai 38 anni un luogo che, per il mondo della body art da queste parti, è istituzione.

T-Shock è stato uno dei primissimi negozi di piercing & tattoo ad aprire su strada nella città meneghina. E quando dico “su strada” intendo proprio con una vetrina ben visibile ai passanti. Cosa scontata oggi, certo, e le insegne aumentano per dimensioni e luminosità. Ma ve lo immaginate, a fine Anni 80?

Per gli aficionados il numero 6 di Corso Ticinese è un luogo di culto. Per chi non sa, invece, beh preparatevi a una storia da long live Punk n’ Roll.

Da dove partiamo? Da colei che ha dato vita al Circus. Era il 1986 quando Stefania, proprietaria di T-Shock, decide di sconvolgere lo status-quo perbenista del quartiere aprendo il suo negozio. Che, a quel tempo, vendeva toppe, spillette e t-shirts introvabili nel nostro paese e importate direttamente da Londra, quando ancora la cultura delle magliette illustrate qui non esisteva. Accessori dal gusto punk, rock o grunge che si indossavano come segno distintivo della subcultura di appartenenza, sfoggiata fieramente. E poco più in là, alle celebri Colonne di San Lorenzo, le sottoculture di fine 80s / inizio 90s coesistevano, da un angolo all’altro della piazza: i punk, gli skinhead, gli psychobilly, i metallari e i new wave erano tutti lì. 

Poco dopo T-Shock diventa anche uno dei primi piercing shop della città ed è a fine decennio che entra in scena il mondo del tattoo. Ma come siamo passati dalle t-shirts alla body art?

La curiosità di Stefania per piercing e tattoo nasce presto e altrettanto presto si trasforma in un vero e proprio amore al quale non vuole rinunciare.

“Sono sempre stata una punk, una ribelle, sin da quando ero ragazzina. Dopo essere stata espulsa da varie scuole i miei genitori, disperati, mi hanno spedita in Canada. Qui ho visto i primi negozi di tatuaggi, con le insegne colorate, i dragoni… ne sono rimasta folgorata. Ero attratta da quel mondo, al punto che ho deciso che sarebbe stata la mia strada. T-shock nasce come negozio punk. Il mio sogno era quello di avere parrucchiere, negozio, tattoo e piercing tutto nello stesso posto. Nei miei viaggi a Londra ho conosciuto i piercing e ho iniziato a importare questa cultura anche da noi. È stato molto difficile all’inizio perché nessuno li capiva”.

Portare la cultura piercing, e in generale quella della body art, a Milano però non significava solo iniziare a “fare i primi buchi” e vendere qualche gioiello. Piuttosto, quello di Stefania è stato un vero e proprio canale di diffusione culturale. Nel suo negozio era possibile trovare (e ho avuto l’onore di sfogliarle anche io) riviste come PFIQ o Expand, magazine degli Anni 90 e 2000 che raccontavano il mondo della body art a 360°. Su quelle pagine era possibile ammirare lavori provenienti da tutto il mondo, dai piercing ai tattoo, passando per le scarificazioni, ma anche conoscere di più su questo universo.

Su PFIQ, ad esempio, verso la seconda metà del giornale si trovavano anche dei “tutorial” su come eseguire i piercing, step by step.

Veri e propri contenitori di sapere, il ritratto più autentico di quello che queste pratiche hanno davvero rappresentato (e dovrebbero rappresentare ancora). Il piercing come forma espressiva e pratica legata ad una tradizione, oppure ornamento, trasgressione, erotismo e simbolo di identificazione.

Ma anche arte, come quella del fumettista e illustratore Michael Manning, noto per le sue serie di graphic novels dove feticismo pan-sessuale e cultura BDSM si mischiano, con personaggi complessi in scenari di fantascienza e fantasy.

O l’arte dello spettacolo, come nel caso di Julie Tolentino, performer che viveva il proprio corpo come un “Tempio della Creazione nel quale i piercing, i tatuaggi, lo yoga, la medicina cinese e i guanti in latex la aiutano a mantenere un equilibrio perfetto”.

Insomma, tutto l’immaginario punk di cui Stefania ha sempre vissuto, e vive tuttora, sia è delineato nei giro di una manciata di anni.

“Per me è sempre stato un insieme di passione e divertimento. Perché il lavoro per me deve essere divertente, non una cosa che non ti piace. E l’estetica era audace, un eccesso sì, ma era affermazione, era originalità. Dai primi anni del 2000 tutto questo è cambiato. La televisione, i calciatori, le veline, i personaggi più mainstream hanno cambiato radicalmente la percezione del mondo del piercing e del tattoo. Oggi c’è un grande ritorno al minimalismo, tutto piccolo, tutto fine line. Piercing con il buco sottile sottile. E tutti uguali. Questa non è cultura, è un’altra cosa. Gli operatori di oggi sono un’altra cosa. Non tutti, per fortuna. Nel mio negozio oggi ci sono anche le nuove generazioni, ma seleziono comunque attentamente chi può venire a lavorare da me. Il mercato è pieno e i social hanno preso il sopravvento, ma non sono i numeri di like che ti rendono un buon tatuatore…”.

T-Shock è stata una vera e propria istituzione, un luogo avantagarde che ha attirato persone di ogni genere ed estrazione, dove libertà e autenticità sono sempre stati piloni portanti di una filosofia che continua a vivere anche oggi.

Merito di Stefania, che con la sua originalità e genuinità, unita a un pizzico di peperoncino di Cayenna, continua a rendere il suo negozio un posto piacevole e iconico. Ma anche del suo entourage, un mix perfetto di tradizione e innovazione. Da un lato i nomi storici del tatuaggio meneghino, dall’altro l’apertura verso il cambiamento, i nuovi mondi e le nuove generazioni.

Marco Ruffa

Biker e amante del Rock n’Roll, con quell’attitude un po’ da pirata, fa parte della famiglia di T-Shock da 6 anni. All’apparenza può sembrare una persona un po’ sulle sue, un po’ burbera, ma è solo la maschera di chi ne ha viste tante, vissute parecchie e prende il proprio lavoro sul serio. 

Il suo imprinting con il mondo dei tattoo avviene da piccolo, quando in vacanza dai nonni vedeva questi “disegni un po’ grezzi” sui corpi dei muratori. “Mi ricordavano l’immaginario dei fumetti che leggevo. Sai, Tarzan, i cowboy, gli indiani… Erano disegni molto basici, come rose dei venti e tutti quei simboli che ci si tatuava 45 anni fa…”. L’attrazione per i tatuaggi lo porta, in adolescenza, a fare i primi esperimenti. Attenzione però, perché macchinette, ai tempi, mica ce n’erano in giro. Niente negozi, niente materia prima. Scatola di fiammiferi, aghetti, china e via: i primi tattoo agli amici vengono fatti proprio così. Nel frattempo gli studi lo portano a trovare un lavoro presso una cooperativa, ma da lì a poco il destino lo avrebbe riportato sulla strada del tatuaggio. 

“Avevo dei tempi morti al lavoro, così mi sono detto: mah, quasi quasi provo a proseguire quello che avevo provato a fare. E allora ho iniziato. Ho trovato, grazie a Gigi Brusaferri che è un vecchio tatuatore di Milano e grande motociclista (ai tempi stava insieme alla migliore amica di mia sorella) dove comprare le macchinette. Ho preso questa rivista americana di moto, che vendevano solo all’edicola in Piazza della Scala, e ho trovato questo articolettino di un vecchietto che vendeva le tattoo machines dal Colorado. Ho spedito i soldi, 200 dollari, e ad un certo punto ho pensato di averli persi perché non arrivava nulla. Dopo 8 mesi ricevetti questa scatola con dentro due macchinette, materiale super grezzo, e dei colori mezzi usati. Ma quando l’ho aperta l’entusiasmo è stato enorme. Una delle due macchinette ora si trova nel museo di Fercioni”.

Da lì a poco Marco farà del tatuaggio il suo unico lavoro, nonché un vero e proprio stile di vita. Inizia a tatuare in casa, quella dei suoi genitori, e qualche anno dopo apre il suo primo studio a Lambrate. L’amicizia con Fabrizio Penengo e qualche anno di lavoro passato insieme lo portano a fare un passo più in là e aprire Colors Tattoo in Viale Corsica, sempre a Milano, dove lavorerà per 25 anni. 

Portabandiera di una cultura autentica, Marco continua a vedere nel tatuaggio quello che aveva scorto 37 anni fa: un segno distintivo, di ribellione, di appartenenza, ma anche un qualcosa di divertente e spensierato. Certo il tempo è passato, le tecniche sono cambiate, il mercato è cambiato, e me lo racconta con un po’ di tristezza negli occhi. Se una volta è vero che c’era meno offerta, è anche vero che il rapporto fra tatuatori era diverso, fatto di scambio, di amicizie e di quel rigore professionale che tutti condividevano. Cosa che oggi scarseggia, e non tanto per colpa delle “nuove leve”, quanto del sistema che ha reso il tatuaggio un qualcosa di assolutamente mainstream, senz’anima, e messo alcuni tatuatori nella posizione di essere più a caccia di fama che di professionalità. 

“Ho partecipato a numerose Tattoo Convention in diversi paesi e prima era tutt’altra cosa. Una volta frequentare le Convention era un modo di ritrovarsi con vecchi tatuatori amici, e quindi si faceva festa, si usciva a cena, ma era anche un’occasione per scambiare tecniche, idee. Adesso nelle convention si fa fatica a conoscere i tatuatori, sembra che tutti debbano difendere dei segreti… ma segreti non ce ne sono. Non si andava lì per vincere dei premi, anche se pure io ne ho vinti, ma non era quello che mi interessava. Ora pare giri tutto in torno alla vittoria di un premio. Per questo motivo ho smesso di andarci”.

E lo stile?

“Un tatuatore deve saper tatuare qualunque cosa. Io tatuo tutto, tranne i realistici. Quando ho iniziato a tatuare non c’erano grandi stili a cui fare riferimento: prendevi i book, fotocopiavi i disegni e tatuavi. Poi certo, sono arrivati diversi generi di tatuaggio, e quello che preferisco tra tutti è il tribale. Ho fatto molti viaggi in Asia: India, Borneo, Vietnam, Indonesia… e ognuno di questi viaggi mi ha insegnato moltissimo sul loro tatuaggio. La cultura è una cosa fondamentale nel nostro lavoro”.

Ha geneticamente trasmesso la passione per il mondo dei tatuaggi a suo figlio Mirko, che tatua da cinque anni.

Marco Ruffa

Michele Tartaglia

Se di Marco dicevo che all’apparenza può sembrare un “po’ sulle sue”, di certo non posso dire la stessa cosa si Michele. Anche se lo incontri per la prima volta lui ti sta già sorridendo in modo spensierato, felice e con quella luce negli occhi che brilla forte. Di lui mi ha colpito immediatamente l’entusiasmo… e infatti, è proprio così. Entusiasta.

Gli piacciono l’evoluzione, il cambiamento e la sperimentazione. A differenza di alcuni colleghi della vecchia guardia, osserva con ammirazione e curiosità le nuove generazioni di tatuatori, ne riconosce le potenzialità e i meriti. E non si tira indietro davanti a nulla.

Anche per lui il percorso nel mondo dei tatuaggi è iniziato da autodidatta. Stessa storia di cui sopra: negli Anni 80 non esistevano negozi o supplier per comprare l’attrezzatura e nessuno ti insegnava nulla. 

“Ho visto i primi tatuaggi che ero ragazzino. Era il periodo della dilagazione del punk, era un segno di ribellione, di differenziazione da un sistema al quale non vuoi appartenere. E a me piacevano molto quelle “schifezzine” lì. Però il problema è che quando avevo io 16 anni non c’era nessuno che li faceva. E anche l’idea del tatuaggio in quel periodo era una cosa sporca, perlomeno in Italia. Chi era tatuato veniva considerato un carcerato, queste cose qua. Ma a me è sempre piaciuto, la gente colorata è più divertente. Ci sono mille motivi per cui una persona può decidere di farsi un tatuaggio, ed è bellissimo! Non è solo una forma di ribellione, ma anche un appropriarsi del proprio corpo, no? Quindi, visto che non sapevo dove fare un tatuaggio e comunque i miei non mi avrebbero mai dato i soldi per farne uno, mi sono messo a farli da solo, con ago e china. Poi al militare ho iniziato a costruirmi le macchinette con quello che trovavo e ho iniziato a tatuare anche le altre persone. Ma ogni macchinetta durava poco perché me le sequestravano di continuo. Quindi ho fatto fuori tutti i motorini di tutta la caserma. Fatto sta che quando torno dal militare io avrei anche continuato a tatuare. All’epoca c’era Fercioni, qualche altro tatuatore, e io mi chiedevo dove cazzo le comprassero ‘ste macchinette. Così un bel giorno su una rivista tipo un giornaletto porno americano trovo queste inserzioni. Ho mandato 5 dollari in busta a uno e 5 dollari in busta all’altro e mi hanno mandato i cataloghi, tipo il Postalmarket del tatuaggio, che erano a New York. Uno era una raccolta con le foto delle macchinette che faceva ‘sto tipo qua. L’altro era un catalogo super figo, a colori. Quindi compro il materiale, spendo 7 milioni e 700 mila lire ed ecco che, dopo mesi, arriva la mia prima scatola. Ero a mille, ma allo stesso tempo non avevo idea di come si usasse una macchinetta e i foglietti erano tutti in inglese. Quindi sono andato a comprarmi anche un vocabolario. Era l’89”.

A Milano Michele non trova grande supporto per iniziare a tatuare, quindi vola in America, prima a NY e poi a LA, da Kari Barba, e qui avviene il suo vero e proprio “battesimo” da tatuatore. Inizia così la sua lunga carriera nella hometown.

Quello che adoro di Michele, come dicevo poco sopra, è che pur essendo “di vecchia generazione”, ha un’apertura mentale pazzesca nei confronti del cambiamento.

“Trovo sia bello vedere l’evoluzione degli stili, a me fa impazzire. Come mi fa impazzire vedere un tatuaggio fatto in carcere 40 anni fa. Trovo bellezza anche in quelle cose, quando sento gente che mi dice “voglio coprire questo, l’ho fatto dentro” a me piange il cuore. Mi ricordo che ero in Sicilia, c’era un ambulante che aveva un Padre Pio fatto col culo proprio, bruttissimo, e aveva anche il tatuaggio di un cane, fatti entrambi in carcere, ma per me erano strepitosi. Per me la bellezza del tatuaggio è tutto. Non mi piace l’imposizione del tatuaggio. Se ti arriva un cliente e ti chiede un qualcosa, tu glielo devi realizzare, non devi imporgli quello che vuoi tu. Io posso consigliare o sconsigliare in base alla mia esperienza, ma se vuole quello, gli fai quello. L’evoluzione però è anche quella dell’attrezzatura. Io sono un’amante della macchinetta a bobina, bella e romantica, ma oggi come oggi non puoi più usare solo quella perché non si adatta ad alcuni disegni, la resa non può essere ottimale. Mi piacciono anche i nuovi tatuatori, le nuove generazioni. Li seguo sui social, molti di loro hanno talento. Quello che mi fa incazzare è che mancano di tocco di personalità, manca la personalizzazione. Tutti scopiazzano e non vedi il vero io all’interno del tatuaggio. E poi il fatto che siano specializzati in qualcosa lo trovo triste. Un tatuatore dovrebbe sapere far tutto, poi è ovvio che si può essere più portati per un determinato stile… E poi dovrebbero parlare di più con i clienti, perché il rapporto fra tatuatore e chi si tatua è importante, anzi fondamentale”.

Sapete cosa elettrizza adesso Michele? I patch-tattoo. Gli piacciono tantissimo e gli piace tantissimo farli. 

Michele Tartaglia

Zavo

Zavo è il piercer di casa. Non solo, in realtà, perché è un vero e proprio appassionato di Body Art.

Da sempre affascinato dal mondo tribale, quello dei riti di passaggio, e intrigato dal mito del buon selvaggio di Rousseau, si avvicina al mondo dei piercing a fine Anni 90, quando da noi ancora non si sapeva bene cosa fossero.

“Il mio primo foro l’ho fatto nel ’95 e poi ho cominciato a farlo professionalmente nel ’98. Ho conosciuto quello che poi è diventato il mio migliore amico. Lui aveva appena iniziato a tatuare e mi feci fare il primo tatuaggio proprio da lui. Un giorno l’ho accompagnato da un supplier a comprare l’attrezzatura e così ho fatto acquisti anche io, per fare i miei primi fori. Erano proprio gli inizi, c’era super fermento. Non si sapeva neanche bene cosa fosse un piercing. Mi ricordo che all’inizio si parlava di buchi alle orecchie larghi come le sigarette, cose così… un po’ ignoranti visti con la luce di adesso. Ma c’era tantissima gente che si forava e per me, che avevo 23 anni, è stata l’occasione di unire passione e lavoro”.  

Ne abbiamo parlato nella prima parte del nostro articolo di come fosse il panorama piercing degli Anni 90 e 2000, della cultura legata a questa pratica e anche all’audacia nell’eccedere. E di come oggi le cose siano cambiate. 

“Una volta era una cosa più di nicchia, più anticonformista. Oggi è super conformista invece. Si forano più orecchie e tutta l’industria è passata più che altro allo sviluppo della gioielleria invece di concentrarsi sui fori stessi. Ma ti dico, dopo vent’anni che lavoro, e ho visto un po’ di evoluzioni, non tragicamente, sono anche contento che chiunque possa scegliere di decorare il proprio corpo. Comunque, a parte la mia passione, la cosa che mi piace del mio lavoro è rendere la gente felice. Quindi se una persona viene e mi chiede una cosa che per me può essere una stupidata, una cosa che ho fatto mille volte ed è abbastanza semplice, vedere che va via felice con il suo monile e ha quello che voleva mi gratifica“.

Zavo lavora da T-Shock da tre anni e in precedenza ha avuto un suo studio, il Virgoz Studio, dove con amici e colleghi approfondiva il mondo della body art anche tramite altre attività, come eventi e lezioni di suspension, tramite il loro progetto You Modify. Nonostante questo format sia andato scemando, oggi sono ancora attivi con performance durante le Tattoo Convention e le Suscon con un gruppo che si chiama Mutant Suspension Squad, parte anche del IS-ST (Italian Suscon Suspension Team).

ZAVO

Lisa Galussi

Friulana di nascita, milanese d’adozione. Lisa è uno dei volti “new gen” di T-Shock (insieme a Domenico, ancora più giovanissimo), da sempre appassionata di disegno, si è avvicinata al mondo del tatuaggio perché alla ricerca di un lavoro che potesse dare voce alla sua passione: l’arte. Oggi tatua e studia scultura.

“Feci un disegno per mia sorella, per il suo tatuaggio. Lì ho pensato che forse forse quello dei tattoo poteva essere il mio sbocco ideale: comunque mi piacevano i tatuaggi e sarebbe stato per me il modo di dare vita all’arte, lavorando”.

Ha passato il suo primo anno professionale in Friuli e da 5 anni ormai è resident nella città meneghina. Un salto eseguito con una buona dose di coraggio, aggiungerei, perché quella di Milano negli ultimi anni (e tutt’ora) è stata una piazza davvero satura, con una percentuale di buona riuscita dei propri piani non molto alta. Ma se ce l’ha fatta è perché, oltre al coraggio, ha anche una buona dose di talento.

“Ho finito di lavorare per lo studio che mi aveva presa in Friuli, il mio primo studio, e ho deciso di trasferirmi. Non avevo lavoro qui, ma sono venuta a cercarlo. Ho girato diversi studi, chiedendo appunto se c’era posto, se c’era disponibilità, se qualcuno aveva bisogno. Tra questi, anche T-Shock. Ho trovato Stefania, che mi ha presa per una prova. Ho tatuato un mio amico, sotto l’occhio vigile di Stefania, e le cose sono andate bene, insomma. Ha iniziato a darmi qualche data, sostituivo un ragazzo che c’era qua prima, quando lui appunto era ad altre parti, poi la cosa è diventata più continua, finché sono arrivata proprio fissa qui”.

Con il sigillo “Stefania approved”, perché la padrona di casa è giustamente rigorosa, Lisa ha iniziato il suo percorso qui, in una realtà completamente diversa da quella alla quale era abituata, in termini di affluenza, esigenze e rapporti. 

“La realtà nella quale lavoravo prima era molto più seriosa. Qui ho imparato tante cose, prima fra tutte che, lavorando, posso anche divertirmi. Perché sì, il tatuaggio è una cosa importante, seria, ma può anche essere leggera nel modo in cui viene vissuta. In molti studi oggi entri e ti sembra di essere dal chirurgo, invece loro hanno questa caratteristica che fa la differenza, e viene sicuramente dall’esperienza. Mi hanno anche insegnato a gestire situazioni e clienti difficili, cosa che prima non ero abituata a fare perché nella realtà provinciale in cui stavo non c’era così tanta affluenza di persone così diverse tra loro. Stefania mi ha dato molta fiducia, da subito, e tutti mi stanno arricchendo molto da un punto di vista sia professionale, sia umano”.

Lisa esegue principalmente black&grey e fine line e il suo sketchbook è pieno di disegni bellissimi, raffinati e artistici

Lisa

E Domenico? Il giovanissimo di casa è sfuggito alle mie grinfie, ma lo trovate da T-Shock il lunedì e il giovedì, pronto a realizzare lettering tattooes.

Long live Punk n’Roll. Ci vediamo da T-shock!

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