Giallo, bianco, rosa… Ma lo sapete come si ottiene l’oro nero? Rispetto a tutti gli altri colori – eh sì sono tanti, non solo quelli che siamo abituati a vedere – è l’unico che non nasce da una lega con altri metalli, come ad esempio rame e argento per il rosa o alluminio per il viola.
L’oro nero mantiene intatta la sua caratura e si veste di questa intrigante anima dark semplicemente attraverso un bagno galvanico, mantenendo tutta la purezza dell’oro, pur stravolgendone il finale e il carattere.

È esattamente la stessa cosa che succede all’oro nero di Modena, che prende personalità e colorazione solo grazie al tempo e al contatto con i legni delle preziose botti nascoste nei solai. Sì, stiamo parlando dell’Aceto Balsamico D.O.P., ma non uno qualunque: oggi andiamo a caccia del migliore, il più antico e autentico.

Certo non è facile: appena fuori dalla città, dove iniziano le distese infinite di vigne, è un susseguirsi di piccoli e grandi produttori, insegne, inviti alla degustazione. C’è da perdersi. Ma il tempo è tiranno e dunque, informandoci un po’ più a fondo, la scelta ricade facile sulla realtà più longeva, con un’attività ininterrotta di oltre quattro secoli.

Partiamo da Sant’Agata Bolognese perché, come avrete già capito, per questa scampagnata ci vuole una carrozza speciale! Sarà un caso che i colori del logo Lamborghini siano proprio l’oro e il nero? Non credo… E allora prendiamo il toro per le corna, nel vero senso della parola, e puntiamo il musone della Urus SE verso Modena, direzione Acetaia Giusti, la più antica al mondo.

Un solaio di una casa in Via Farini, una batteria di botti come tante nelle case dei modenesi. Da lì è nata la magia che oggi, diciassette discendenze di Giusti e quattrocento anni dopo, continua tra le antiche mura dell’Acetaia, grazie al continuo passaggio di arte e ricette di generazione in generazione.

Fu proprio Giuseppe Giusti che nel 1863, in occasione della Fiera Agricola di Modena, mise nero su bianco e svelò al mondo il segreto per il Balsamico perfetto. Solo tre ingredienti: uve del territorio, legni di qualità e tempo.

Detta così sembra facile, ma in realtà la produzione è lunga, laboriosa, di precisione, esattamente come quella di un orafo. Con la differenza che, per veder nascere il nostro oro nero, servono decenni. Dodici anni almeno, passati tra riposo, rabbocchi, travasi di botte in botte fatti rigorosamente a mano dai Mastri Acetai, costantemente in balìa dei freddi inverni intrisi di nebbia e le torride estati umide.

Le batterie sono composte da 5 o 7 botti di legni differenti – ma possono arrivare anche a 15 – spesso portate a questa nuova vita una volta dismesse dalla produzione di vini o distillati, così da rubarne i sentori intrisi nei legni. Per carpirne l’età, a un occhio esperto basterà guardare il colore, sempre più scuro man mano che l’aceto va a permeare le doghe.

Il disciplinare per ottenere la denominazione Di Origine Protetta è severo e dettagliato. Tre pagine scritte fitte fitte di regole e modalità che ho studiato con cura, ma non starò a riportare per motivi di spazio, e anche per lasciare quell’alone di mistero che ogni eccellenza deve sempre portare con sé.

Dopo la produzione l’Aceto deve superare l’esame organolettico degli esperti degustatori, per poi essere imbottigliato in uno dei due centri specializzati in ampolle da 100 ml uguali per tutti i produttori.
Infine, viene applicato il tanto anelato Sigillo di Garanzia. Pensate che il Consorzio conserva una bottiglia per ogni lotto prodotto dal 1979 ad oggi, per garantire la tracciabilità. Un archivio pregiato e profumatissimo!

L’ampolla in vetro, dall’antica forma etrusca resa audace da un solido piedistallo incastonato in una massa sferica, è stata disegnata nientepopodimeno che dal mitico designer Giorgetto Giugiaro.

Un design che sottolinea una tradizione fedele a se stessa, ma che si evolve in tutto quel che vi gira attorno: oggi l’Acetaia Giusti non è più solo un luogo di produzione, ma un angolo di narrazione dove vivere esperienze, comprendere, imparare.

Le porte della tenuta sono aperte al pubblico per la visita al Museo, dove conoscere meglio la Famiglia, ammirare le medaglie vinte – che ritroviamo sulle etichette a sancire l’invecchiamento del prodotto – toccare con mano le botti più antiche per poi passare alla produzione, nel sottotetto, e respirare a pieni polmoni i profumi sprigionati dalla fermentazione, sempre diversi e più o meno intensi di stagione in stagione.

Pura magia.

Dulcis in fundo, può mancare la degustazione? Certo che no. L’ultima tappa del viaggio rende sensoriale quello che finora è stato un astratto mix di informazioni e profumi. Ehm, molto sensoriale. Extra sensoriale. Insomma, la delibazione!

Cucchiaino rigorosamente bianco per ammirare il colore, metallo bandito poiché altera il sapore, e via: una goccia sulla lingua da premere per qualche secondo sul palato così da sprigionare tutti i sentori.
Frutti rossi, prugna, legni, anni. C’è tutto.

Ovviamente il nostro focus è il D.O.P., ma durante gli assaggi proposti dalla Famiglia Giusti c’è tutto quel ruotare attorno di cui parlavamo poco sopra, e dunque anche le varietà IGP, con un disciplinare meno severo, e le intraprendenti varianti aromatizzate al tartufo o ai fichi, l’agrodolce bianco – delizioso! – fino ai cioccolatini e, visto il periodo, assolutamente da segnalare la colomba all’aceto.

Nel ringraziare la Famiglia Giusti per averci aperto le porte della sua dimora e averci fatti immergere totalmente in questa suggestiva realtà che da locale è divenuta globale, passiamo al capitolo due della nostra gita fuoriporta!

Capitolo due che parla di un’altra celebre storia di eccellenza e di famiglia tutta italiana. Del resto, nel cuore della Motor Valley, potevamo non lasciarci accompagnare da uno dei più esclusivi brand dell’automotive?

E allora eccola, la Lamborghini Urus, nella sua recente veste ibrida SE.

Nel 2018 la Urus arriva sul mercato come un fulmine a ciel sereno, proponendosi come primo e unico Super SUV al mondo, con il fine di unire le prestazioni di una supercar alla versalità di uno Sport Utility Vehicle. Beh, centro! Certo, far convivere queste due realtà opposte è un’impresa, tant’è che il lavoro del Centro Stile Lamborghini non dev’essere stato semplice.

Expect the Unexpected è la filosofia da cui si sono lasciati guidare: Mitja Borkert, Head of Design, e il suo team hanno dato vita a un SUV dalle proporzioni e dalle prestazioni mai viste prima.

Il design tagliente è quello dell’Aventador che si fonde con le linee più spartane della LM002. Il risultato finale è davvero sorprendente e non abbandona l’iconica Gandini Line, la forma distintiva delle supersport di Sant’Agata.

Il profilo basso e l’angolo acuto dei finestrini posteriori, le linee diagonali sul cofano e il lunotto ci parlano della Countach. Ma è la LM002 la vera ispirazione, evidente nella grande presa d’aria frontale, nella laterale a triangolo e nella caratteristica forma dei passaruota.

Il 2018 ahimè è lontano, anche se in realtà ad oggi risulta ancora difficile credere che un marchio che ha fatto la storia per prestazioni, cavalli e gran baccano dei suoi propulsori debba pensare in chiave green, evolversi e arrivare a un completo passaggio a modelli ibridi, per ora. Totalmente elettrici probabilmente, poi.

Infatti lo so, cari miei, che agli inguaribili passionali questa SE farà storcere il naso. Ma davvero pensate che Lambo lascerà andare tutto il suo DNA da cattivona, il piacere di guida, il sound del V8? No, non ora, anzi.

La transizione all’ibrido ha richiesto, per migliorare l’efficienza aerodinamica, un piccolo restyling che la Casa del Toro ha giocato tutto a suo favore: la SE ha un profilo ancora più basso e sportivo, un nuovo cofano con effetto flottante, paraurti e griglia anteriore rivisitati, un rinnovato diffusore posteriore e la fanaleria posteriore che si ispira a quella della Gallardo. Scusate se è poco.

Rispetto alla Urus S, il diffusore e il labbro aerodinamico aumentano la deportanza posteriore del 35% alle alte velocità, migliorando la stabilità della vettura. Le prese d’aria nel sottoscocca e i condotti di aerazione migliorano le prestazioni di raffreddamento del 15%, la capacità di raffreddamento dei freni è migliorata del 30%.

Gli interni mantengono la filosofia Feel Like a Pilot delle supercar, ma in chiave super elegante, con un comfort e degli spazi interni che, ovviamente, sulle supercar ci possiamo ben scordare. C’è anche il sistema di telemetria per vedere quanto siete Pilot!

E allora, veniamo ai numeri. 3996 cc, 800 cavalli di potenza combinata MCI + ME, 312 chilometri orari di velocità massima, da 0 a 100 in 3,4 secondi – nonostante la mole – cerchioni-oni da 21 pollici, freni carboceramici da 440 millimetri all’anteriore e 410 al posteriore… Che faccio, continuo? Dai, non potete dire che non sia una sportivona!

Dal lato SUV troviamo la trazione integrale 4WD con differenziale anteriore integrato, differenziale centrale hang-on e differenziale elettrico posteriore con ripartizione di coppia; le sospensioni anteriori multilink con ammortizzatori semiattivi, molle pneumatiche e sistema di regolazione dell’altezza, idem al retrotreno.

Vogliamo parlare delle quattro ruote sterzanti? Finché non le provi non ci credi che riescano a far girare il bestione nel raggio di una citycar.

Il V8 da 4 litri e 620 cavalli lavora in perfetta sintonia col motore elettrico che, per quanto possa sembrare impossibile (o quantomeno strano a dirsi), gli dà quel qualcosa in più, tipo altri 180 cavalli, ecco, non vi bastassero i 620 di cui sopra. Ma non solo.

La cosa più incredibile che ho notato guidando la Urus è la perfetta escalation nel passare da una modalità di guida all’altra. Parti in full electric e ti godi il silenzio che queste vigne meritano.
Passi in mode strada e fa tutto lei, si gestisce tra elettrico ed endotermico offrendo a chi è al volante esclusivamente il piacere di guidare, lasciando già intuire il caratterino made in Sant’Agata.

Quindi ti sale l’inarrestabile voglia di skippare sull’Anima Sport e ok, ci siamo. Il suono cambia, la strumentazione abbandona i toni azzurri delle modalità eco e si tinge di rosso, il toro è pronto a correre!

Ora vi svelo un segreto: l’ultimo driving mode, anzi l’ultima Anima dedicata all’uso su strada – prima di passare alle tre offroad Sabbia, Terra e Neve – si chiama Corsa.
No, non è questo il segreto, il segreto è che possiamo strizzare l’occhio all’elettrico e al green quanto vogliamo, ma se siamo qui tra le pagine di un magazine automotive, la modalità Corsa sarà quella che non toglieremo mai dal selettore.

Pura go-du-ria.

Ma sono certa che nel quotidiano le due Anime della SE (che poi sono sei e diventano dieci se ci mettiamo EV, Recharge, Hybrid e Performance) possano tranquillamente coesistere e rendersi perfette l’un l’altra o da sole, a seconda del contesto.

Meglio di così…

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