La prima volta in cui ho pensato che si poteva stare al mondo anche “di traverso” è stata davanti a un poster di Piero Pelù. Avevo più o meno 14 anni, tutti i miei compagni di classe ascoltavano gli Eiffel 65 e io iniziavo a innamorarmi dei Litfiba. Piero, nel poster e sul palco, aveva i capelli lunghi, i vestiti strappati e l’atteggiamento strafottente – eppure mi sembrava perfetto. Lì dentro, in quella foto e nei loro dischi, c’era un manuale d’istruzioni alternativo.
Le rockstar erano questo: persone che ti insegnavano, senza volerlo, che esisteva la possibilità concreta di non assomigliare a nessuno.

Per molti di noi, quelli che come me – classe 1984 – sono cresciuti tra poster, copertine consumate e VHS registrate da MTV, la rockstar è stata la figura Wild per definizione. Wild come il nostro WHEELZ di Giugno. Wild non tanto perché beveva, distruggeva camere d’albergo o faceva stage diving lanciandosi sul pubblico: quello era folklore, coreografia. Il cuore era un altro: la rockstar metteva in discussione l’ordine delle cose. Saliva su un palco e, per due ore, riscriveva le regole. Quel gesto, visto dalla cameretta, diventava prima un sogno e poi una promessa: “Puoi farlo anche tu”.
Oggi osservo mia figlia. Ha quasi 20 anni e forse la figura della rockstar così come ce la ricordiamo noi, per lei non esiste. L’idolo, l’icona… Insomma, questa figura sembra decisamente in crisi. Non siamo più circondati da poster, ma da feed. Non aspettiamo un disco per mesi, lo troviamo già in playlist quando apriamo l’app. Non dobbiamo immaginare com’è la vita della nostra band preferita perché ce la raccontano loro, quotidianamente, tra stories, post e dietro le quinte. Tutti iper‑connessi, abbiamo perso il fascino del mistero, anche quel mistero che avvolgeva artisti come Freddie, Kurt o Dolores.
Ai ragazzi, oggi, cosa resta?
Per noi la rockstar aveva tre ingredienti fondamentali: distanza, carisma, mitologia.
Distanza, perché era inarrivabile: non la “sentivi” tutti i giorni, al massimo in qualche intervista. Ricordo come se fosse ieri quando mio padre, radiofonico come me, mi disse nel 1999 che i Litfiba avrebbero fatto un’intervista telefonica su Radio Reporter, dove lui lavorava. Quel pomeriggio, mi incollai sui 103.7 in FM della radio in cucina per conoscere ancora meglio i miei eroi. Poi c’erano i concerti ai quali magari non riuscivi ad andare, e allora li vivevi attraverso i racconti nelle riviste. Le riviste… ve le ricordate?
Altro ingrediente era il carisma, perché prima della musica arrivava l’impressione: una figura che occupava lo spazio in modo diverso dagli altri. E poi la mitologia, perché intorno a quella persona si accumulavano storie, leggende, episodi che passavano di bocca in bocca, ingigantiti a ogni racconto. Jim Morrison, Janis Joplin, Steven Tyler: i loro eccessi, i live memorabili raccontati da biografie, documentari da vedere e rivedere per sapere di più sulle loro vite. O magari qualche parente un po’ più grandicello che qualcosa negli Anni 70, qui in Italia, era riuscito a vedere e te lo ha raccontato. La magia del rock, il fascino della storia che si porta dietro insieme ai suoi protagonisti.
La lentezza del mondo analogico faceva la sua parte.
Aspettavi mesi per un nuovo album, registravi uno speciale notturno in TV, consumavi una VHS a furia di play, stop, rewind. Io lo facevo sulla musicassetta per scrivermi a mano i testi delle canzoni che volevo imparare a memoria, per esempio. E quel tempo sospeso alimentava il mito. E poi c’era quel forte senso di appartenenza: i fandom erano blocchi compatti: eri “di quella band” o non lo eri. L’appartenenza era totale, portata addosso: le T‑shirt, le patch, foto, ritagli dalle riviste attaccati sulla Smemo del liceo che diventava alta come una versione blasfema delle Sacre Scritture.
A pensarci ora, in effetti, quel mondo sembra preistorico, davvero lontano. Non tanto perché i ragazzi non cerchino più qualcuno da seguire, quanto perché il modo in cui si costruisce un mito è completamente cambiato. Oggi non scrivi a un fan club sperando in una risposta dopo mesi: mandi un DM all’artista. Artista che è sempre connesso, sempre “vicino”. E se da un lato è meraviglioso, dall’altro corrode una parte dell’aura. Se vedi ogni giorno la persona dietro al personaggio, il personaggio diventa più umano – ma anche meno leggendario.
E poi, ragazzi… c’è l’algoritmo.
Io i Litfiba li ho scoperti perché l’unico “alternativo” della mia scuola mi passò sottobanco una musicassetta con lo scotch sopra. Ci aveva reinciso le canzoni più fighe della band. Le nostre rockstar ce le siamo scelte (o almeno così ci piace credere): consigli di amici, negozi di dischi, radio, passaparola. Oggi ci ritroviamo a conoscere personaggi, artisti, validi o meno, perché Instagram ci bussa direttamente alla porta, entrando dalla home del nostro profilo. E poi c’è la canzone che diventa virale.
Il successo, il trend ci viene gentilmente offerto (o imposto?).
Come lo trovi il tuo eroe in questo marasma di volti, di talenti? Non c’è più un unico poster da appendere per certificare chi sei. C’è una costellazione fluida di persone, suoni, immagini, influencer. Forse oggi non esiste più un solo “idolo assoluto”, ma una rete di figure che svolgono, insieme, il lavoro che una volta faceva la rockstar da sola. E, forse, anche la wildness, così come la intendevamo noi figli degli Anni 80 e 90, ha cambiato forma.
Essere wild oggi può voler dire altre cose: l’artista che sui social ti racconta di come ha rifiutato un contratto tossico a favore della propria indipendenza creativa. Che sceglie di parlare apertamente di salute mentale su un palco. C’è chi sta cercando di ribaltare gli standard estetici con cui siamo cresciuti e chi si assume la responsabilità di una comunità per difenderla anche quando non conviene, anche quando ti danno contro.
Le nuove figure wild, spesso, non sono il prototipo classico della rockstar. Alcune si muovono tra generi, rifiutando le etichette che abbiamo usato per decenni. Rockstar ibride: musicista, attivista, storyteller, curatore di comunità. Ottimisticamente, mi viene da pensare che oggi la rockstar possa essere chi sceglie di essere radicalmente sé stesso in un mondo che ti vuole ottimizzato, performante e anche facilmente monetizzabile. Quindi… vi starete chiedendo: “Alteria, queste nuove generazioni vivono orfane di icone?”. Si stava meglio quando si stava peggio?

Se guardiamo all’oggi solo con gli occhi del passato, sarebbe facile concludere che “le rockstar non esistono più”. In realtà, siamo noi, spesso, a non riconoscere le nuove forme di idolatria perché non si presentano con il pacchetto completo che conoscevamo: major, tour mondiali, copertine ovunque. I ragazzi, oggi, hanno figure di riferimento anche se non riempiono stadi o non passano dalle stesse narrazioni di un tempo. Il loro immaginario si costruisce su frammenti, ma non per questo è meno profondo. Sberebem! Come vi ho ribaltato la prospettiva…
E noi, che posto abbiamo in tutto questo? Noi che le rockstar le abbiamo lasciate entrare fin dentro le crepe, fino a farci insegnare come stare al mondo. Forse il punto non è convincere i ragazzi che le “nostre” rockstar fossero più vere delle loro. Il punto è accettare che quel ruolo di guida, di scintilla, oggi è diffuso. Non più una sola figura, ma un coro di voci con cui costruiscono la propria identità. E attenzione – lo dico da madre – forse il gesto più Wild che possiamo permetterci da adulti è smettere di giudicare e iniziare ad ascoltare.
Quello che resta invariato in tutto questo, è il potere della musica di agire come detonatore.
Forse il lascito più grande delle vecchie rockstar è proprio questo: averci insegnato che si può cambiare la traiettoria di una vita con una canzone o un album. E se oggi quel gesto passa attraverso uno smartphone, un video girato in cameretta o un post notturno, non è necessariamente un tradimento. È solo un’evoluzione. Noi avevamo i poster, loro si salvano lo screenshot nelle note dello smartphone. È davvero una differenza così sostanziale?
Photo cover: Andrea Cavallini















