“Disegnare con amore”.
Non è un semplice claim. È l’essenza – riassunta in tre parole tanto semplici quanto efficaci – della filosofia Ducati quando si parla di stile e design. Perché chi, negli anni, ha messo cervello, know-how e matita sui progetti della Casa di Borgo Panigale, ha sempre rispettato questa filosofia, senza se e senza ma. Disegnare e progettare con amore. Dare vita a oggetti con l’anima, a linee esteticamente appaganti e uniche. Creando armonie dalla materia meccanica, lasciandosi guidare da uno spirito che abbraccia implicitamente le regole dell’aerodinamica e della funzionalità, per tradurle in poesia dinamica.
Ebbene, anche se è già tanto, non è ancora tutto. Perché il vero ingrediente chiave dietro i successi di Ducati è sempre stato saper intercettare tendenze, linguaggi, desideri ed esigenze di un pubblico sempre più attento, variegato ed esigente, per creare icone su due ruote che, da sempre, sono in grado di stupire, catturare l’attenzione e farsi amare.
Partiamo esattamente da qui per portarvi con noi in questo viaggio nella Style Era di Ducati. Dove il design di ogni linea, di ogni vuoto e pieno, di ogni gesto stilistico e soluzione inedita, ha saputo raccontare come un libro aperto epoche, stili di vita, ambizioni e sogni, generazione dopo generazione.
Welcome to the Style Era.
L’ONDA CHE ANDAVA SURFATA
Prima di diventare sinonimo di superbike rossa, di velocità e vittorie, Ducati è stata in grado di intercettare un’attitudine, trasformarla in visione e poi in desiderio: la moto come espressione di libertà personale e lifestyle.
Tra gli Anni 50 e i ‘60, l’Italia stava vivendo quello che tutti conosciamo come il periodo del miracolo economico. Ho sempre pensato che la parola “miracolo” fosse impropria o che, quantomeno, fotografi solo parzialmente la realtà. Quel boom economico non fu un miracolo, ma un frutto sudato, costruito passo dopo passo sulle macerie del dopoguerra, quando, finalmente, la parola libertà non era più qualcosa da agognare, bensì un’energia da vivere.
Non sorprende, allora, che la Surf Culture – che stava brillando di luce propria Oltreoceano, trovando la sua massima espressione sulla costa californiana – abbia attecchito tanto rapidamente e profondamente anche qui da noi. La musica nell’aria era quella dei Beach Boys, lo stile di vita quello libero e spensierato dei surfisti, che sfoggiavano capelli schiariti dal sole, muovendosi su mezzi agili, essenziali, pronti all’avventura tra le immense spiagge oceaniche e il deserto.
Bene, a Borgo Panigale c’è un uomo che sa ascoltare l’America e le sue onde stilistiche. Si chiama Fabio Taglioni, è ingegnere, progettista e inventore, e in Ducati ha già messo a segno progetti vincenti come la Gran Sport “Marianna” a metà degli Anni 50. È proprio lui che, nel 1960, decide di tradurre la richiesta dell’importatore statunitense Berliner Motor Corporation in quella che, di lì a poco, diventerà una delle motociclette più amate della storia: Ducati Scrambler.

“Al suo lancio nel ‘62 Scrambler ha intercettato uno stile di vita”, riflette Guido Ghezzi di Ducati Varese. “C’era nell’aria quest’onda della Desert Culture americana e Taglioni è stato in grado di tradurla perfettamente in un oggetto fisico: una moto che è arrivata sul mercato italiano e, fondamentalmente, ha sparigliato tutte le carte possibili”.
Il perché è presto detto: in un mondo che è stato pesante, lei è leggera, appagante e sa esprimere appartenenza. È aria fresca che smuove la polvere. Rappresenta il massimo della versatilità, essendo pensata per affrontare tanto l’asfalto, quanto lo sterrato. È essenziale, un vero concentrato di funzionalità: compatta, agile, accessibile. Ma, soprattutto, è poetica. Ogni dettaglio, ogni linea, richiama un immaginario ben preciso: quello delle desert racing americane, degli spazi aperti da vivere in libertà. È l’espressione meccanica di una pressoché totale assenza di vincoli.
Scrambler può portarti ovunque tu voglia, con stile.
Sì, perché tutto, in lei, riporta alla California di quegli anni: il serbatoio a goccia, il manubrio largo con traversino tipico delle specialistiche da fuoristrada, le linee semplici – che riportano a un’idea di lifestyle libero da sovrastrutture e dogmi. E successivamente, negli Anni 70, la scelta cromatica del giallo per il serbatoio, colore che di lì a poco diventerà anch’esso iconico. Scrambler è una moto che nasce per interpretare il nuovo linguaggio della libertà con ogni fibra del suo metallo.
“Ducati, con Scrambler, ha saputo cogliere un desiderio sociale, trasformandolo in motocicletta”, continua Ghezzi. “Oggi, in un mercato in continua evoluzione – dove la forbice tra prodotti top di gamma o destinati a un pubblico ampio si sta allargando sempre più – soddisfare le esigenze di una platea variegata, giovane e meno giovane, si traduce in prodotti intelligenti da utilizzare tanto per il tempo libero, quanto per gli spostamenti quotidiani. Insomma, il mondo cambia, ma intercettare i desideri dei motociclisti resta una priorità per Ducati”.

Vista con gli occhi di oggi, Scrambler ha rappresentato su due ruote l’immagine perfetta di un’epoca “a tinte vibranti”, dove tutto era possibile: il progresso tecnologico, la corsa allo spazio, l’esplosione della creatività, la Pop Art, Hollywood e i suoi cult, la trasgressione e le lotte per gli ideali. È l’esempio perfetto di uno stile che incarna un’essenza, in una società che sta accelerando…
Oggi, dopo più di 60 anni, Ducati continua a celebrare quel mito con Scrambler Ducati 100, che nasce dall’unione virtuosa tra la contemporaneità di Scrambler 800 Nightshift e lo spirito originario del 250 Scrambler.. Un’interpretazione da collezione, che è un vero e proprio tributo alla prima livrea del ‘62, del quale mantiene i colori e le superfici dall’estetica pulita e funzionale. Telaio, forcellone testa e base di sterzo riprendono l’azzurro della moto originale, oltre al marchio alato Moto Ducati usato nei primi anni ’60. Lo spirito del progetto? Proprio quello delle prime Scrambler: moto nate per l’avventura, per esplorare. E in grado di attraversare i decenni senza mai perdere identità e significato.
TUTTO VA (PIÙ) VELOCE
All’inizio degli Anni 70, il mondo ha già cambiato passo. La corsa alla libertà in ogni sua forma – culturale ed estetica – sta progressivamente lasciando il posto a una consapevolezza nuova, più matura e consolidata. E che, proprio in virtù di ciò, può permettersi di accelerare. Il design ne diventa l’espressione più alta, dialogando in modo sempre più coerente e virtuoso con la Grande Moda italiana, con l’arte e con un’attitudine generale (e trasversale): la forma è pronta a diventare sostanza. Parlando di Ducati, sostanza veloce.
È in questo momento storico che il design fa il suo ingresso trionfale come elemento fondante anche tra i cordoli del mondo racing.
A Borgo Panigale il 1972 è un anno fondamentale che segna un “prima” e un “dopo”. Se fino ad allora il prestigio sportivo Ducati era frutto dei successi delle piccole cilindrate, la storica doppietta di Paul Smart e Bruno Spiaggiari in sella alle 750 Sport Competizione cambia radicalmente le carte in tavola. Carte che, dalla pista, atterrano direttamente sul mercato.
Nel 1973, infatti, arriva la 750 Super Sport, prima supersportiva Ducati e replica stradale fedele delle vincenti “sorelle corsaiole”. È un mondo a parte, in grado di evocare velocità, risvegliare istinti di competizione e incarnare l’eleganza tipica dell’epoca, tutto in una sola, fugace occhiata. Un’apparenza che sottolinea la sostanza. Uno stile che esalta la prestazione. Ed è subito oggetto di culto, diventando un simbolo di eleganza sportiva.
“La 750 Supersport derivata dalle moto da corsa è di una bellezza disarmante. È forse il primo caso eclatante in cui Ducati decise che la moto dovesse essere anche esteticamente molto appagante, oltre che superveloce”, prosegue Ghezzi. “Sulle performance non c’erano dubbi, quindi l’attenzione si spostò sul “vestito”. Ducati riuscì a disegnarle addosso una linea e ad esaltarla con un abbinamento di colori molto affascinante, il che la rese diversa rispetto a quello che c’era in quel momento sul mercato”.
Le linee tese, sofisticate come un abito d’alta moda, scolpiscono una silhouette elegante, dalle proporzioni perfettamente equilibrate, che sembrano disegnate dalla mano di un artista per vincere le sfide della velocità. Il tutto unendo minimalismo funzionale e armonia della forma. È la moto più raffinata e ricercata di quegli anni e la sua livrea verde acqua e argento è ancora oggi una delle più riconoscibili al mondo.
Una magia, quella che prende vita dal connubio tra design e performance, che nasce per non restare un caso isolato e che, da questo momento, diventerà una firma stilistica del mondo Ducati.
Arriveranno anche gli Anni 80, con la tensione estetica e tecnica della Ducati Paso e dell’851, con le loro carene integrali, le geometrie compatte e l’aerodinamica affilata, votata alla prestazione. Moto visivamente potenti, come il decennio che le ha generate, fatto di eccessi, di power dressing e silhouette architettoniche. Anni in cui l’hi-tech diventa status e il mondo esalta la competitività, mentre l’arte e la moda puntano sulla stravaganza estetica, sull’esagerazione e sull’edonismo.
LA VELOCITÀ COME IDENTITÀ VISIVA
Nel 1994 nasce la 916. E tutto cambia, ancora una volta. L’unione tra design e prestazione non è più ricerca di una rinnovata identità, diventa in modo fluido, naturale e spontaneo, il cardine irrinunciabile e sostanziale dell’identità stessa di Ducati.
La 916, firmata da Massimo Tamburini, diventa subito un riferimento globale. È una superbike, certo, ma è anche la moto che cambia definitivamente il linguaggio del design sportivo, diventando l’icona del decennio e aprendo la strada alle sperimentazioni del nuovo millennio in arrivo.
“Nella 916 gli aspetti tecnici e quelli stilistici erano assolutamente integrati”, dice Stefano Tarabusi, Design Manager di Ducati.
“Tamburini, che è di fatto il designer, il progettista, il papà della 916, metteva una cura maniacale in questo. Portava avanti ciò che noi in Ducati chiamiamo tutt’ora “disegnare con amore” (ndr – siamo partiti proprio da questo, ricordate?). È quel tipo di progettazione che non tiene conto soltanto delle funzionalità, ma anche dell’aspetto estetico.
In Ducati i designer sono anche un po’ ingegneri, hanno anche una serie di competenze tecniche che permettono loro di realizzare bozzetti, di buttare giù idee su moto nuove, ma che siano sempre e comunque realizzabili, fattibili, con una funzionalità ottimale. D’altro canto, abbiamo anche ingegneri che sono un po’ designer: hanno gusto per il bello e, anche nei dettagli più nascosti della moto, riescono a esprimere un gusto estetico. Tamburini è stato l’iniziatore di questo tipo di approccio in cui tecnica, funzionalità, design e bellezza si combinano a 360°”.

E 916 è semplicemente l’espressione più pura di questa filosofia. Una navicella spaziale, se confrontata con le altre moto dell’epoca. Diversa da ogni altra. “La moto più sexy del mondo”, come la definì un noto giornalista inglese.
“La parola sensualità è entrata per la prima volta nel centro stile Ducati proprio con la 916”, ci svela Tarabusi. “Cosa vuol dire? Bè, è un principio che applichiamo ancora oggi, uno dei criteri base che adottiamo ogni giorno nella nostra attività. Il concetto di sensualità applicato a una moto significa guardarla e provare immediatamente il bisogno di toccarla. 916 rappresentava al massimo questo concetto: induceva attrazione”.
916 è ancora una moto assolutamente contemporanea, è riuscita a non invecchiare. Una caratteristica tipica delle icone. Il codone alto con gli scarichi sotto la sella, il forcellone monobraccio, la silhouette pulita: ogni dettaglio costruisce un linguaggio nuovo nell’ambito delle superbike. Non è azzardato asserire che 916 abbia tutte le caratteristiche per essere considerata una vera scultura in movimento. Le sue linee essenziali, le proporzioni compatte, il rosso Ducati nella sua massima espressione è diventata identità visiva riconoscibile in tutto il mondo, capace di influenzare il design motociclistico per anni.
Proprio come l’altra protagonista assoluta degli Anni 90, anch’essa concepita dal genio di Massimo Tamburini: Monster. Una moto estroflessa, che sembra però nata per sottrazione: essenziale, con il telaio esposto e una dichiarata e radicale attitudine urbana. Un’espressione diretta dello stile del decennio più minimale del secolo, in grado di portare il design Ducati nella quotidianità come oggetto iconico e riconoscibile anche dal più veloce colpo d’occhio.

IL MILLENNIO DELL’IDEA PURA
Tra lo spauracchio della fine del mondo e lo scintillio dei fuochi d’artificio, il ‘900 lascia il posto agli Anni 2000 in un clima in cui stupire, dividere, provocare a ritmo serrato è sempre più una priorità. Ma rompere gli schemi è una delle specialità di Ducati. E quando nel 2005 al Salone di Milano viene presentata, la Hypermotard conquista subito il “Best of Show” della Motorcycle Design Association prima ancora di aver appoggiato le ruote su strada.
È una moto aliena, irriverente, fuori da tempo, mode e categorie. A proposito di queste ultime, anzi, sono gli anni in cui Ducati cambia nuovamente paradigma: il processo di sviluppo dei nuovi progetti non parte più “dal basso”, dalle esigenze e dai dettami di un mercato facile alle generalizzazioni e alle tendenze fugaci. Nasce, al contrario, una nuova dinamica creativa, che attinge all’idea pura, all’iperuranio del design, per atterrare su un prodotto fuori dai codici, dalle convenzioni e dalle modalità viste e applicate fino ad allora. Ducati non si adegua più alle categorie: le crea.
“Il processo di sviluppo di una moto nasce quasi sempre da un’idea del marketing, sostenuta da analisi di mercato, della clientela e dei competitor”, ci spiega Tarabusi. “Si valutano prospettive, opportunità e bisogni inespressi. E, sulla base di ciò, si passa alla progettazione. Ecco, Hypermotard, così come Diavel e DesertX, fan parte, invece, di quel gruppo di motociclette Ducati concepite in un modo completamente differente. Non sono “figlie” del marketing, ma dell’ufficio stile, che butta giù idee folli per moto che non esistevano fino a quel momento. Nascono come idee pure e diventano prodotto perché sono talmente BELLE che, anche se non hanno nessun fondamento di mercato, sono abbastanza forti e disruptive da creare categorie e nuovi segmenti dal nulla”.
IL PARADOSSO DIAVEL
“Prendiamo il Diavel. Non c’era nessuna buona ragione per metterlo in produzione”. La provocazione, che suona però tremendamente vera, è ancora di Tarabusi. “Non c’era un mercato dove piazzarlo, non c’era nessuna logica commerciale dietro. Il Diavel è stato presentato nel 2010 come progetto assolutamente folle. Eppure, ha creato un segmento”.
Muscolare, dominante, fuori da ogni categorizzazione. Diavel è la sintesi perfetta tra una sport naked ed una muscle roadster e rappresenta a caratteri cubitali la maturità stilistica di Ducati. Con Diavel il design non segue il tempo, lo sfida. Ha una presenza scenica da protagonista, avveniristica, quasi scultorea. Le masse, visivamente caricate sull’anteriore, la rendono quasi maleducata, illogica: eppure, rappresentano la sua essenza. Diavel “entra di petto”, è uno statement object che parla la lingua dell’individualismo, superando categorie e pregiudizi. E, se possibile, diventa ancora più convincente e technocruiser nella sua evoluzione street luxury, la XDiavel.

“Diavel è una moto assurda”, continua Tarabini. “È nata dalla folle idea di combinare tipologie di motociclette completamente differenti: una supersportiva, una sport naked e una cruiser che, per altro, è un tipo di moto estraneo al DNA Ducati. Volendo ben vedere, non appartiene neanche all’idea europea di motocicletta, è un concetto di moto più americano. Cosa avvenne? Bè, che si prese il meglio delle tre tipologie e si shakerarono gli elementi, fino a ottenere Diavel, con quella ruota posteriore da 240mm – ben in vista e non celata da alcun parafango – come elemento di stile super caratterizzante”.
Tre generazioni – Diavel, Diavel 1260 e Diavel V4 attualmente in produzione – dalla personalità felicemente ingombrante e dal carattere forte, in grado di emozionare grazie a un design bold & beefy, come lo definisce Tarabusi. Termini non facilmente traducibili in italiano (potremmo azzardare un “ardito, audace & muscoloso, nerboruto”), ma comunque estremamente eloquenti. Provocatori al punto giusto, tanto da renderla un oggetto del desiderio per chi risuona a queste stesse vibes.
È una storia, quella legata al design e allo stile, che a Borgo Panigale ha sempre trovato un terreno fertile per esprimersi, evolvere e continuare a conquistare, decennio dopo decennio. E che noi siamo pronti a continuare a raccontare…
















































