C’è uno sport che viene chiamato “la nobile arte”. E, a pensarci bene, sembra quasi un ossimoro. È uno sport duro, brutale, dove due atleti si sfidano a suon di pugni fino a quando uno dei due crolla al tappeto. È uno degli sport più antichi, lo praticavano pure i greci, e suscita da sempre un fascino ancestrale anche in chi non è appassionato. Sangue, sudore, sofferenza, esaltazione. Shakespeare avrebbe potuto scriverci una tragedia. Sì, sto parlando della boxe, il pugilato, qui da noi.
Sarebbe facile parlare di Muhammad Alì (o Cassius Clay, che dir si voglia), forse il più grande di tutti, sicuramente il più famoso e conosciuto. Campione sul ring e fiero combattente per i diritti umani. Un vero eroe. I nostalgici ricorderanno persino il grande Marvin “Marvellous” Hagler e la sua classe sul ring. O, per arrivare ai giorni nostri, Floyd Mayweather Jr., campione imbattuto ai tempi dei social. Insomma, la lista è molto lunga.
Molti di questi pugili sono antieroi venuti dalla strada: personaggi imperfetti che incarnano perfettamente lo stile Wild. Capaci di grandi vittorie e sonore sconfitte, di cadere rovinosamente e di rialzarsi incredibilmente. Mai banali, mai noiosi. Ecco, oggi vi voglio raccontare la storia di uno di loro: un pugile che combatteva con gli avversari sul ring, ma soprattutto con i propri demoni. La sua vita è stata una cazzo di montagna russa.
Sì, parlo proprio di lui, Mike Tyson.

LA FATINA
Micheal Gerrard Tyson, nasce e cresce a New York, ma nella parte sbagliata, in un contesto di povertà, senza una figura paterna a fargli da guida, a proteggerlo e a consigliarlo. La madre? Alcolizzata e morirà giovane. Mike diventa ben presto vittima dei bulli che lo prendono in giro per quella voce sottile e acuta da “fatina” e la testa grossa, quasi sproporzionata. Lui è un bambino sensibile, che ama gli animali. Tanto che passa le giornate a osservare i piccioni che accudiscono i propri piccoli, immaginando quanto deve essere bello avere una famiglia o, semplicemente, qualcuno che ti vuole bene.
Nella sua ingenuità, invita un ragazzo del quartiere a vedere quella cosa bellissima. Il ragazzino, più grande di lui, prende un pulcino dal nido e lo ammazza crudelmente davanti ai suoi occhi. In quel bambino innocente si rompe qualcosa, diventa una furia e quasi ammazza di botte il sadico “amico”.
La sua performance contro il bulletto lo rende popolare. Mike capisce ben presto che deve difendersi da solo, che nessuno gli regalerà niente. E la via della violenza gli sembra quella più efficace a raggiungere lo scopo. Le risse sono all’ordine del giorno a Brownsville, uno dei quartieri più difficili di Brooklyn. Mike si fa rispettare e, pur giovanissimo, entra a far parte di una gang di picchiatori che imperversa nel quartiere. Furti, regolamenti di conti, rapine. Da adolescente è già un piccolo boss. Entra ed esce dal Tryon Residential Center, un istituto correttivo giovanile (in realtà un vero e proprio carcere, chiuso qualche anno dopo per violenze). Sembra un finale già scritto per un ragazzo nero cresciuto in quartiere malfamato negli Anni 70.
Ma è proprio in quella specie di riformatorio che lavora Bobby Stewart, un ex pugile, che intravede qualcosa in questo ragazzino con il collo taurino e il carattere aggressivo e ribelle.

DYNAMITE KID
Inizia a insegnargli qualche colpo alla sera, prima di smontare il turno, ma soprattutto gli trasmette i concetti di disciplina e sacrificio: “una lezione di scuola per una lezione di boxe”, questo il suo mantra. Inizia dalle basi: ganci, montanti, diretti, la posizione dei piedi, le guardie. Mike apprende velocemente e al primo vero sparring mette a terra proprio lui, il maestro, con un destro terrificante. Lo stesso Bobby confesserà che quando è stato steso non aveva nemmeno visto partire il colpo. Capisce che ha per le mani un diamante grezzo. Prende il giovanissimo pugile sotto la sua ala e lo porta di corsa da Cus D’Amato, un allenatore che è considerato una leggenda da quelle parti. Tempo un paio di riprese per vedere cosa sa fare Mike sul ring e Cus dirà sottovoce a Bobby “questo ragazzo diventerà il più giovane campione del mondo dei pesi massimi”.
Nella palestra di Catskill, Cus insegna a Mike la nobiltà della fatica, la determinazione a migliorarsi e gli innesta un’incrollabile fiducia in se stesso. È il padre che Tyson non ha mai avuto. Tanto che, dopo la morte della madre nel 1982 ad appena 55 anni, Cus accoglierà nella sua casa il ragazzo, diventerà il suo tutore legale e lo farà crescere con lui e la moglie. Mike capisce finalmente cosa vuol dire avere una famiglia.
Cus riesce a incanalare l’aggressività forgiata nei vicoli di Brownsville e ad abbinarla al celebre peek-a-boo, un movimento a pendolo del tronco utile a schivare i colpi, e a una velocità impressionante nel colpire l’avversario.

Per inculcare ancora di più la mentalità da pugile nel suo giovane allievo, Cus non esita a far vedere a Mike incontri dei grandi della boxe in TV. Finché, una sera, assistono all’incontro tra Muhammad Alì e Larry Holmes. Alì è ormai un vecchio leone sulla via del tramonto e subisce una sonora sconfitta. A colpire il giovane Mike però è l’accanimento di Holmes contro un pugile ormai stanco e provato dalle mille battaglie, quasi a volerlo umiliare. A fine incontro Cus chiama il vecchio amico Muhammad Alì e lo fa parlare con Mike, il quale, ancora accecato dalla rabbia, farà una solenne promessa al grande campione: “un giorno mi batterò contro Larry Holmes e ti vendicherò”. È un’ulteriore motivazione a migliorarsi, avversario dopo avversario, incontro dopo incontro. Cus invecchia e Mike continua la sua corsa inesorabile verso la gloria.
Passa sopra agli avversari come un toro scatenato. I pugili vanno al tappeto uno dopo l’altro, quasi sempre alle prime riprese, tramortiti dalla gragnuola di colpi sferrati dal giovane Mike che li abbatte con mix micidiale di precisione, velocità e inaudita ferocia. Nel giro di un paio d’anni il suo nome è sulla bocca di tutti gli esperti di boxe degli USA. Nel 1981, a 15 anni è già nei dilettanti. 48 vittorie e 6 sconfitte sono uno score impressionate.

IRON MIKE
Nel 1985 è già un pro. Corre Mike, un incontro dopo l’altro, non si ferma mai. Vuole arrivare a competere il prima possibile per la cintura di campione mondiale. Corre anche perché si accorge che Cus sta male, sempre peggio e una brutta polmonite se lo porterà via nello stesso anno. È una mazzata tremenda, alla quale Mike reagisce nell’unica maniera che conosce. Combattere e vincere. Nove giorni dopo, infatti, è già sul ring e schianta l’avversario alla prima ripresa. Dorme con la foto di Cus sul comodino… D’Amato è e resterà per sempre il suo mentore, il suo papà.
La sua inesorabile ascesa continua e il 22 novembre 1986 sfida il campione mondiale WBA Trevor Berbick per la cintura, a Las Vegas. Berbick è un bestione di oltre 100 kg, ma il match è un monologo di Mike, che lo travolge in due riprese. È un trionfo. A soli 20 anni Mike è il più giovane campione mondiale dei pesi massimi. E lo sarà per gli anni a venire, nonostante diversi tentativi di spodestarlo dal suo trono.
Le interviste tradiscono la sua insofferenza verso i giornalisti, rei di mettere il naso nella vita privata di Tyson. A lui interessa solo combattere e vincere, nel modo più veloce possibile. Si presenta sempre con pantaloncini e scarpette neri, senza il celebre accappatoio. Zero fronzoli. Arriva sul ring, vince e se ne va. Veloce come il suo gancio.

Tra i suoi sfidanti, nel 1988, si presenta Larry Holmes. Sì, esatto, proprio quello che aveva battuto e umiliato l’idolo di Mike, Muhammad Alì. Mike onorerà la promessa fatta e annienterà Holmes alla quarta ripresa: sarà l’unico KO di Holmes in 75 incontri. Sembra il lieto fine perfetto, ma abbiamo a che fare con Mike Tyson e i finali, con lui, non sono mai scontati.
Iron Mike (è così che tutti lo chiamano, ormai) è una celebrità e resterà sul tetto del mondo fino al 1990. Tutti lo vogliono, è una macchina da soldi, finché non mette le mani su di lui un certo Don King, famoso organizzatore di incontri e personaggio molto controverso della boxe. Mike è ingenuo e si lascia trascinare da Don e dai loschi personaggi che gli girano intorno. Spende e spande come non ci fosse un domani, compra auto (tra l’altro il ragazzo ha decisamente gusto in fatto di motori), case, addirittura tigri. Si parla anche di problemi di alcolismo e depressione. Il suo matrimonio, celebrato nel 1988 con Robin Givens, naufraga tra accuse di tradimenti e violenze.
CADUTE, RINASCITE E MORSI
Il punto più basso lo raggiunge nel 1991 quando riceve una denuncia per violenza sessuale da una diciottenne aspirante miss: nel 1992 viene arrestato e condannato con la pesantissima accusa di stupro. Si aprono le porte del carcere e Mike si farà ben tre anni dentro. Sembra la fine di un’era.
Mike in carcere legge molto, studia, si allena, riceve visite “importanti” e ispiratrici come quelle di Spike Lee e Whitney Houston. Si allena a tal punto da perdere 22 kg e tornare in forma come qualche anno prima. Nel 1995, il 25 marzo, esce di prigione e si fionda subito in una moschea, dove, alla presenza dell’amico Muhammad Alì, si converte all’Islam.
Sembra cambiato e, tempo qualche mese, a novembre, torna pure sul ring, più in forma che mai. Inutile dire che l’incontro non ha storia e Mike vince. Gli viene contestato che l’avversario fosse troppo morbido e allora, nel 1996, decide di sfidare Frank Bruno per la cintura dei massimi. Il 16 marzo, un anno dopo essere uscito dal carcere, Mike è ancora sul tetto del mondo.
Ok, ma adesso quindi è finita? Eh no, cari miei, il nostro Mike è sempre pieno di sorprese! 1996, di nuovo campione del mondo dicevamo. Ma è anche l’anno dell’incontro con Evander Holyfield. I due avevano provato ad incrociare i guantoni già altre volte in passato, ma i problemi legali di Mike avevano rovinato i piani. Il 9 novembre del 1996 all’MGM di Las Vegas va in scena l’incontro dell’anno. Il match è durissimo e Mike perde per KO tecnico all’undicesima ripresa. Organizza subito la rivincita, non ci sta proprio a perdere. E il 28 giugno 1997, sempre a Las Vegas, i due si affrontano ancora una volta per far vedere al mondo chi è il più forte.

Mike parte a testa bassa come un toro scatenato (riferimento non casuale), ma Holyfield non è un cliente facile, anzi. Ha già vinto una volta, non ha niente da dimostrare e fa suoi i primi due round. Al terzo, però, vedremo una delle scene più cliccate, discusse e ricordate della storia dello sport moderno.
Holyfield e Tyson si agganciano e Evander, con astuzia, colpisce con un paio di testate Mike. Che perde la testa e morde l’avversario ad un orecchio, strappandone letteralmente un pezzo. È una furia omicida. Tenta pure di morderlo ancora, questa volta al collo. Il match si trasforma in una mega rissa da far west tra gli schieramenti dei due pugili. L’incontro viene interrotto e Tyson viene squalificato. Il giorno successivo, in conferenza stampa, Mike legge un foglio di scuse.
È il tramonto del campione, la fine della sua carriera da pugile.
Tornerà sul ring un anno dopo, vincendo pure, ma non è più quello di una volta. Tra vizi, donne, debiti, ormai è l’ombra di sé stesso. Sembra quasi stanco di combattere, almeno sul ring, visto che viene arrestato un’altra volta nel 1999 per aver pestato due automobilisti che avevano osato provocarlo. Riproverà con la boxe nel 2002 e nel 2005, ma due sconfitte in altrettanti incontri sanciranno il definitivo addio allo sport che tanto aveva amato. Perdente, stanco, pieno di debiti e con un braccialetto elettronico alla caviglia. Un triste epilogo per uno dei migliori pugili della storia vero?
Ma il nostro Iron Mike ha più vite di un gatto, si rialza ancora una volta e si butta nel cinema. Fa un paio di apparizioni, interpretando sé stesso, nei film campioni d’incassi Una notte da leoni e Una notte di leoni 2. Chi pensa alla classica comparsata triste si sbaglia: guardateli, se non l’avete già fatto. Le interpretazioni sono MEMORABILI, esilaranti, soprattutto quando canta canzoni di Phil Collins e prende a pugni i protagonisti, rei di avergli rubato l’amata tigre (a proposito di tigri, Mike ne ha avute sei…). Ok basta, storia finita.
E invece no, il buon vecchio Mike non finisce mai di sorprenderci. Con l’ennesimo colpo di coda si rialza anche economicamente, fondando un brand a suo nome, che oggi si chiama Tyson 2.0. La società si dedica alla coltivazione e alla distribuzione della cannabis, anche a scopo medico, e ha sede a Los Angeles. Non so voi, ma io sto aspettando il prossimo colpo di scena…
Ah, dimenticavo, buon sessantesimo compleanno Iron Mike!











