Se volessimo descrivere Gennaio, potremmo dire che è un mese low frequency. Meno rumore, più profondità. È il mese in cui tutto sembra rallentare, come se qualcuno avesse abbassato il master generale del mondo lasciando spazio solo alle frequenze che di solito restano sommerse. È il mese delle riflessioni, delle personalissime liste dei buoni propositi. Serve a rispolverare sogni e desideri che a inizio anno sembrano riacquisire forza e spinta.

Dopo il picco costante di stimoli, luci, abbuffate, auguri, notifiche e canzoni natalizie in ogni dove, Gennaio lima gli eccessi e mette in evidenza ciò che vibra davvero. Non è un mese silenzioso, è un mese che ascolta e che richiede di ascoltarci. Lavora sottopelle.

Allora ho un’idea. Mettiamo un disco in sottofondo che possa aiutarci nella riflessione, che accompagni i conti con noi stessi e i desideri per il 2026. Scelgo una band che è stata grande protagonista del finale del 2025, con quattro concerti strepitosi a Bologna: i Radiohead.

Nel decidere l’album c’è l’imbarazzo della scelta, ma io andrei con The Bends: ha senso perché è un disco che non invade lo spazio mentale, lo accompagna. Non è un album che ti dice cosa provare né che ti spinge da qualche parte: ti cammina accanto. In un mese in cui ci si ferma, si fa il punto e si prova a capire che direzione prendere, The Bends funziona perché vive in equilibrio costante tra tensione e controllo. È emotivo, sì, ma mai eccessivo. È rock, ma non aggressivo. È intenso senza essere drammatico.

È la musica perfetta che tiene compagnia mentre pensi, senza distrarti da quello che stai cercando di mettere a fuoco. Le chitarre non sono mai protagoniste assolute, la voce non domina, i ritornelli non esplodono per forza: tutto resta su una frequenza umana, imperfetta, vulnerabile. Parla di aspettative, di pressione, di identità, di smarrimento lucido, temi che a gennaio tornano naturali.

Bene ci siamo. Atmosfera creata. Ora non ci resta che pensare al 2026 che sta per correrci incontro e io qui con voi su Wheelz non posso che tracciare la lista dei buoni propositi musicali per un anno che si prospetta pieno davvero.

Se il 2025 ci ha portato nuovi album splendidi come Antidepressant degli Suede, Moisturizer delle Wet Leg e Never Enough dei Turnstile, anche il 2026 non sarà da meno. Molti i nomi su cui si scommette per un nuovo disco: in tanti credono nell’arrivo di un lavoro dei Guns N’Roses che ci hanno appena regalato due singoli e che, forse forse, sono pronti con una tracklist intera. Così come si spera in un disco dei System of a Down, pronti a tornare live anche in Italia quest’estate e, chissà, magari anche con qualche bombetta musicale nuova.

Ma parliamo di tre dischi che siamo certi arriveranno: sappiamo che Amy Lee e i suoi Evanescence stanno per pubblicare il loro nuovo lavoro per l’inizio dell’anno, probabilmente in primavera, anche se ancora non abbiamo una data precisa. Amy Lee ha spiegato che l’album è ormai molto avanti: tante delle canzoni sono già state scritte e registrate, e il gruppo è nella fase di rifinitura dei testi e delle parti vocali.

Da quanto abbiamo colto ascoltando le interviste, Amy Lee e la band stanno cercando di mantenere un equilibrio tra l’identità sonora degli Evanescence e nuove sperimentazioni. Lee ha descritto il processo come libero, creativo e appassionato, con un forte desiderio di fare un disco che abbia significato e durata, non solo un prodotto pronto per il mercato. Evviva!

Un altro disco moooolto atteso, il nuovo dei Gorillaz. In questo caso, abbiamo titolo e datA: The Mountain, 27 febbraio 2026. La band virtuale di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha festeggiato da poco 25 anni (ma com’è possibile?!? Eppure, l’anagrafe non mente…) e dopo 8 dischi tornano in sella ad una nuova fase creativa: sarà un vero e proprio viaggio sonoro attraverso culture e linguaggi, ci saranno brani in inglese, arabo, hindi, spagnolo e yoruba. Quindici tracce con collaborazioni di livello elevatissimo, che so, tipo gli IDLES e Jhonny Marr (Smiths) per farvi un paio di esempi. E qui non si vede l’ora davvero…

E ancora in arrivo, ma qui cambiamo decisamente mood, è il nuovo degli Alter Bridge di Myles Kennedy, una delle voci più virtuose del rock contemporaneo, che si chiamerà semplicemente Alter Bridge. Scegliere come titolo il nome del gruppo, dopo oltre vent’anni di carriera, ha un significato preciso: si torna alle radici, al suono e all’identità delle origini. E quindi, amici, si parla di rock riff-driven, melodie potenti, con la voce esplosiva di Kennedy capace di bilanciare l’intensità musicale e la profondità emotiva. Sberebem!

Magari non tutti avete già ascoltato qualcosa degli Alter Bridge e allora vi lascio un consiglio: come primo assaggio, puntate il singolone Metalingus dal loro album di debutto One Day Remains del 2004.

Sarò forse ripetitiva, ma io tra i buoni propositi ci metto comprare più vinili e magari affidarmi un pò meno allo streaming. Non è una questione di nostalgia, o meglio non solo, ma anche di attenzione. Certo, lo so bene che lo streaming è comodo, veloce, continuo. Ma proprio per questo, spesso, diventa sottofondo: tanta musica, poco ascolto.

Il vinile, invece, richiede una scelta e un tempo dedicato. Mi devo fermare, decidere cosa mettere sul piatto, ascoltare un lato intero, accettare anche i brani che magari non mi colpiscono subito. È un ascolto più profondo che però restituisce valore al disco come opera completa e non come semplice contenuto. Ovviamente meno streaming non significa rinunciare alla scoperta, ma usarla come punto di partenza: il vinile arriva dopo, quando un artista, una musica per me e il mio gusto, merita lo spazio analogico, lo spazio reale. In un’epoca di accesso infinito, uno dei miei buoni propositi musicali del 2026 è quello di scegliere di ascoltare forse meno, ma meglio. Un gesto semplice, concreto, e sorprendentemente rivoluzionario. Rivoluzionario e potente anche per gli artisti stessi.

Ne voglio aggiungere un altro di proposito musicale e so che qui su Wheelz durante l’anno avremo modo di parlarne tanto: andare ai concerti. Ma c’è un ma. Solo a quelli che contano davvero. Per me. Non accumulare date, esserci per forza, ma scegliere i live che sento sottopelle, prima ancora di comprarne il biglietto. Perché il concerto giusto non è intrattenimento: è un’esperienza che può sistemarci il baricentro.

Nick Cave qualche settimana fa sul suo blog, attraverso il quale parla con i fans, ha detto una cosa splendida a tal proposito: “Quando sono in tour, l’ultima cosa che voglio fare è andare al concerto di qualcun altro. Mi sento sovraccarico — sonicamente ed emotivamente — e l’esperienza live è semplicemente troppo intensa. Tuttavia, negli ultimi mesi ho avuto la voglia di vedere musica dal vivo. Negli ultimi due mesi ho assistito a molti spettacoli — serate incredibili tutte — incluso Bob Dylan, Swans, Radiohead, Cameron Winter e Dirty Three. Ai Radiohead all’O2, ero seduto tra ventimila persone. In modo bizzarro, era la prima volta che ero nel pubblico a uno show così grande, e sono rimasto stupefatto dalla profondità dell’amore in quella stanza — persone che ballavano, urlavano, piangevano, si abbracciavano, si scatenavano. Sono stato colpito dalla realizzazione di quanto sia potente la musica dal vivo — che un gruppo di individui possa riunirsi e creare un suono unico per loro, e che le persone possano connettersi con quella visione distintiva come se fosse la loro esperienza. Ho potuto percepire la sua qualità morale — come questa forza singolare ha la capacità di riparare il mondo con la sua bontà. Pratico varie attività spirituali — nuoto in un lago, vado in chiesa, cammino nella natura, medito — ma nessuna offre l’opportunità trascendentale di un concerto live. È una forma di attività umana che irradia bontà, lavorando attraverso la folla e nel mondo come una forza cosmica riparatrice…”.

Ecco questo è il peso specifico che voglio attribuire ai concerti che vedrò nel 2026. E per fortuna ce ne saranno molti che, spero, avranno questa capacità magica. Non parlo solo dei grandi nomi, il ritorno dei Foo Fighetrs, Florence and the Machine, i Cure, ma anche dei live più intensi e meno affollati, quelli nei club o nei teatri che, per me, restano fondamentali: è lì che si sente il respiro della band, l’autenticità, la vibrazione reale.

Poter andare ai concerti che emozionano davvero significa riconoscere che la musica non nasce solo per essere ascoltata, ma condivisa nello stesso spazio e nello stesso momento. In un’epoca in cui tutto è replicabile, scegliere un live che ti smuove qualcosa, offre l’opportunità di ricordarmi ancora una volta perché amo il rock. Tanto. Auguro anche a voi di trovare la musica, i concerti e le vibes migliori per surfare su questo nuovo anno. Buon inizio, amici!

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