Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio

– Levitico 19,28

Che per anni il concetto di tatuaggio sia stato associato a quello di profano, non è una novità. E in un certo senso è ancora così. I segni bluastri sulla pelle che riproducevano immagini quasi sempre vagamente riconoscibili erano il “marchio” di chi aveva vissuto una vita sregolata, tormentata, lontana dai paradigmi della società cristiana nella quale viviamo. Probabilmente la mia generazione è stata l’ultima a vivere questa specie di caccia alle streghe sociale. Era la metà degli Anni 90 e ricordo ancora bene i commenti non richiesti delle persone che dall’alto del proprio perbenismo cercavano di metterti sul “chi va là” snocciolando insegnamenti di vita. I tatuaggi sono il segno degli adoratori di Satana. I tatuaggi li hanno gli ex carcerati.

Il tutto, mentre io guardavo quei disegni blu affascinata. Non molti anni dopo, lo stesso inchiostro avrebbe incorniciato i culi di mezza popolazione femminile e i bicipiti dei macho man di tutto l’occidente. E il perbenismo sociale finì nel cestino. Ma questa è un’altra storia.

Quella di cui vi parlo oggi, invece, ha proprio a che fare con i tatuaggi e la religione. E non mi riferisco alle varie croci, ai volti di Gesù o agli Ex voto, quei cuori sacri che attualmente troviamo a decorare la pelle di persone in tutte le parti del mondo. Insomma, voi quanto ne sapete sui tatuaggi sacri e sulla cristianità?

Partiamo da molto, molto lontano. La tradizione risale ai tempi delle crociate, quando i soldati si tatuavano i simboli religiosi della propria fede per farsi riconoscere dagli “infedeli” e per garantirsi la sepoltura ecclesiastica, all’epoca negata a chi lasciava le penne in battaglia e non era religiosamente identificato. Era un marchio di riconoscimento che rappresentava la cristianità, oltre alla garanzia di una degna sepoltura.

Questa usanza viene portata avanti per secoli e raggiunge l’apice della popolarità proprio in Italia, nelle Marche, dove i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa si facevano imprimere sulla pelle il ricordo di cotanto ardore devozionale.

Il Santuario della Santa Casa di Loreto divenne così una tappa immancabile del pellegrinaggio e la zona si riempì di “marcatori”, provenienti da una lunga tradizione familiare custodita da pochi nuclei del posto. Costoro tatuavano ai viandanti i segni della devozione verso Gesù, lo Spirito Santo, la Madonna e San Francesco utilizzando punteruoli con un ago a tre punte legato con un filo ad un manico di legno e tavolette di bosso con incise in bassorilievo immagini religiose raffiguranti simboli della cristianità. Le parti del corpo più tatuate erano le mani e gli avambracci, proprio a voler ricreare sulla pelle le stimmate del Santo di Assisi.  

Come spesso accade, però, le tradizioni mutano e al sacro finisce per mescolarsi anche il profano. I tatuaggi lauretani continuano sì a riprodurre immagini sacre, ma vi si affiancano disegni che con la religione hanno poco a che vedere: non era raro incontrare spose novelle con il tatuaggio dello Spirito Santo, come augurio per la propria condizione, oppure artigiani con impressi i simboli della loro professione.

Se siete tipi da souvenir, allora potete anche entrare nello studio di alcuni dei marcatori lauretani che ancora lavorano nella zona. Come quello di Jonatal Carducci, tatuatore nostrano classe 1977. Uno dei rappresentanti moderni di questa tradizione antica.

I tatuaggi sacri e profani della Santa Casa di Loreto

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